Di Tatafiore sapevo poco. Avevo visto pochi suoi lavori. Ma sapevo pure che era l’autore di quell’opera che, quando fu installata a via Scarlatti, fu definita “la vasca dei capitoni”. E tanto ai napoletani non piaceva che vi furono proteste e dimostrazioni affinché fosse portata via. Non piaceva che fosse quadrata, una forma considerata non consona alla città, e tutta nera perché di scuro metallo. Ma il Comune non poteva stare dietro ai desideri dei cittadini, probabilmente incompetenti.  L’artista, si dice così, era sostenuto da un critico di fama come Achille Bonito Oliva, che godeva di grande fiducia da parte del Comune, il quale in varie occasioni a lui si era affidato. Quindi non ci furono santi: “ la vasca dei capitoni” doveva restare lì e vi è restata. L’opera, una fontana, ora senza acqua, però, rappresenta, stile naïf, un Vesuvio un po’ stereotipato e con quel fil di fumo che dal 1944 non esiste più.
Comunque, sabato scorso, sono andata al Mann per l’inaugurazione di “Ritorno a Itaca”, una mostra delle opere del Maestro. Volevo conoscerlo.  Inoltre ero attratta dal nome del curatore, una persona che stimo, Marco de Gemmis (notare la minuscola).  E infatti la scelta dell’argomento trattato, Ulisse e l’Odissea, non poteva essere più adatta al luogo. Anche la collocazione è stata molto azzeccata. La mostra, infatti, si trova in una sala adiacente, addirittura comunicante, con quella in cui si tiene un’altra mostra, che celebra Amedeo Maiuri, che fu direttore dell’Archeologico e degli scavi vesuviani, scrittore, divulgatore culturale, uno studioso certo meritevole di fama. Un paragone tra due realtà diverse. Molto stimolante per dare il via a molteplici osservazioni.

Ernesto Tatafiore
Qui sopra e in alto, due opere di Ernesto Tatafiore in mostra al Museo archeologico di Napoli

Anche la sistemazione delle varie opere di Tatafiore, grandi pannelli, con ampie campiture di colore e decisi contorni delle figure, è molto acconcia.  Sulla parete d’ingresso, ai due lati della porta, vi sono due figure di Ulisse, entrambi  con l’accetta in mano. «Perché quell’accetta?» domando a Tatafiore. «Perché è simbolo di guerra» mi risponde. Ma quando entra nella sala Antonio Bassolino,  già più volte sindaco della città e presidente della Regione, da sempre amico e grande estimatore di Tatafiore, sento borbottare a voce bassa: «avrebbe fatto meglio a metterci la falce e il martello in mano a Ulisse».
Lo stile delle opere del Maestro è naïf. Lo stesso disegno delle figure, approssimativo e a volte, penso  volutamente, “sbagliato”, dà alle opere un tono di spontaneità e di moderna attualità. Sulle pareti della sala del nostro museo, così bella e ben illuminata, si alternano varie figure di Ulisse, molto simili tra loro. Ulisse combattente, Ulisse saettatore di pesci, Ulisse  tipo  body builder…  e così via. Anche lo stile è sempre uguale. Osservo che le opere più antiche non sono distinguibili da quelle più recenti. Ripetere per trenta-quaranta anni la stessa pittura non è da tutti. Tatafiore così ha conservato, pur nel trascorrere degli anni, (è del ’43) una freschezza adolescenziale. E ha trovato la chiave per piacere al grosso pubblico. D’altronde è uno psichiatra e come tale conosce le vicende della mente umana.
Lo stile naïf sin dall’Ottocento è sempre piaciuto. Placa la mente e la accarezza con  un dolce sogno. Cosicché la mostra piace ai numerosissimi visitatori. Piace quel fare innocente, li fa sentire buoni, mondi da colpe, sebbene non tutti siano d’accordo sul valore delle opere. Tatafiore si rifà, per realizzare la sua rievocazione omerica, alla immaginazione di  un ragazzino ingenuo, che ha studiato, magari alla scuola media, la storia antica. Alle medie di un tempo, però. Perché ora, alle medie, la storia antica nella “buona scuola” ( non tutti lo sanno) non si studia più. Anche le figure femminili di Tatafiore, eroine e sirene, dipinte sommariamente e con quei capezzoli messi in evidenza da colori forti, staccati dal resto della composizione, vengono immaginate secondo le prime pulsioni adolescenziali.
Ma ecco che in un angolo rientrante della sala scopro degli oggetti grigi. «Sono di cartapesta?» domando al Maestro. «No di certo, sono di carta di Fabriano» . «Sono degli imbuti?» «Certo che no»- mi risponde un po’ risentito «sono le forme canoniche di vasi antichi». Ho la laurea in lettere classiche e ho anche scavato vasi sotto la guida del grande Werner Johannowsky ma non ho mai visto vasi che si avvicinassero a queste forme. Tuttavia, per avere maggiore certezza, domando lumi a un archeologo che è lì presente. Che mi assicura: non esistono vasi antichi così codificati.  Dietro quelli che anche altri visitatori riconoscono come imbuti, vi sono altre forme grige di carta di Fabriano. «Guarda, -sento dire da un tipo- quella cosa dietro l’imbuto di sinistra, sembra una macchinina del caffè».  «Come?»  gli domanda titubante l’amico «Si, sembra proprio una Bialetti».
Certo è ben strano pensare che in antico si profetizzassero caffè e caffettiere. Ma è anche vero che l’arte, quando è grande arte, preannuncia il futuro. «Che ne pensi?- sento dire da un visitatore- Tatafiore mi darebbe quel quadro per diecimila euro?». Certo, quel visitatore non considera Tatafiore semplicemente un piacevole illustratore, ma un grande artista. E, osservando i visitatori della mostra, posso cogliere un profezia. In futuro vi saranno sempre più persone come loro.
Il mondo si evolve e accoglierà sempre più facilmente come grande arte illustrazioni  di  piacevoli colori, riconoscendosi in un mondo adolescenziale sempre più simile al proprio e ripetendo, da bravi scolaretti, i giudizi di critici di fama come Achille Bonito Oliva e di personalità importanti come Antonio Bassolino. Tutti la penseranno allo stesso modo. Forse vi potrà essere qualcuno che la penserà diverso. Ma sarà un alieno venuto da Marte.

 

Ernesto Tatafiore
Ritorno ad Itaca
a cura di Marco De Gemmis e Patrizia Di Maggio
La mostra, organizzata dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli
con la collaborazione della Galleria 1Opera
e con il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee,
resterà aperta al pubblico tutti i giorni, escluso il martedì, dal 22 gennaio al 6 marzo 2017
Per saperne di più
http://www.coopculture.it/heritage.cfm?id=73