Nel considerare una mostra d’arte, si ha una istintiva reazione emotiva e si può poi, riflettendo, immetterne gli episodi nell’ambito della storia dell’arte. Nell’illustrarla, si può ricorrere a parole importanti, per accentuarne l’importanza, esistente o no, oppure farne una semplice, forse poco praticata, descrizione quanto più possibile obiettiva. Ma ci può essere anche un’altra opzione: chiedere all’autore il suo giudizio sulla mostra delle sue opere. E’ quello che ho fatto, giovedì scorso, alla mostra , al Museo Archeologico napoletano, intitolata “La svolta celeste”.
L’autore è Stefano Parisio Perrotti, una persona  schiva, gentile e dolce, che va incontro, premuroso, alla zia novantenne che è venuta a visitarlo appoggiandosi al bastone. Che cosa le piace della mostra? – gli domando. «Soprattutto l’allestimento. Perché mi stupisce come si sia potuto creare in questa sala un’atmosfera così particolare. Merito dei curatori » dice.
La sala, infatti, è stata trasformata in qualcos’altro. Vi brillano le forme semplificate di tanti piccoli omini luccicanti. Omini dall’anima di fil di ferro e lucenti d’oro, che si piegano in varii modi, si sdraiano, si accovacciano, si stiracchiano, si accoccolano, si arrampicano lungo fili invisibili verso il cielo, oppure ne sono tirati come da un aquilone. Liberi, liberi nello spazio, liberi nel far l’amore, di esprimere la propria rabbia mettendo sotto il proprio piede vincitore un odiato nemico, liberi di trasformare il peso della vita che grava sulla schiena  in una bianca nuvola leggera. Con cui giocare.
E’ un gioco. Così l’autore,  che ha un fisico dalla struttura compatta e l’atteggiamento di serio professionista, si trasforma nel suo alter ego nascosto, in quest’omino agile, snello e giocoso, che si prende gioco della vita e ne sorride. E invita a farlo anche a tutti noi esseri mortali. La mostra racconta un mito, ovvero, meglio, un mito rovesciato. Come spiega una chiara didascalia sulla parete e come illustrano molto bene, nel breve catalogo, Ludovico Solima, Simone Foresta e Marco de Gemmis, che, insieme a Mario Pellegrino, ne ha curato l’allestimento.
Stefano Parisio Perrotti immagina il mito di Ercole e Atlante e lo rovescia. Atlante è il mitico gigante che è stato condannato da Zeus a portare il peso della volta celeste per essersi ribellato agli dei. In effetti rappresenta colui che si ribella alle Autorità. Lo vediamo appunto qui, al Museo Archeologico napoletano.il mito di Atlante | ilmondodisuk.com
Una scultura in marmo gigantesca, alta quasi due metri, del II sec. d. C. Di un uomo robusto, un gigante, appunto, piegato sotto il pesante fardello del mondo. La statua si trovava a Roma, nelle terme di Caracalla. Da qui fece parte della collezione Farnese,  doviziosa famiglia di papi, e poi divenne proprietà di Elisabetta, l’ultima discendente della famiglia, che la trasmise, insieme alla favolosa collezione Farnese di antichità e di opere d’arte moderne, al figlio Carlo, che a sua volta lasciò a Napoli, città da lui amatissima, questa sua personale eredità.
Il mito che coinvolge Atlante  è quello di una delle dodici  fatiche d’Ercole.  Euristeo, re di Micene, ha ordinato a Ercole di portargli tre pomi d’oro custoditi nel giardino delle Esperidi, le belle figlie di Atlante. Il giardino è inaccessibile, solo Atlante può entrarvi. Ercole lo prega di prendere per lui i tre pomi d’oro e in cambio si caricherà del peso della volta celeste. Atlante va e glieli porta. Si offre di consegnarli  a Euristeo.

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Nella pagina, tre opere proposte nella mostra

Ercole finge di essere d’accordo. Gli chiede solo di tenergli un momento il carico del mondo, mentre si aggiusta sulle spalle un panno per sostenerlo. Atlante ci casca: prende il carico e gli dà i pomi. Ercole se ne scappa con i tre pomi d’oro. Quanti di noi si son fatti gabellare da qualcun altro più furbo e, diciamolo pure, disonesto? Ma Stefano Parisio Perrotti capovolge il finale e rappresenta Atlante, l’omino tutto d’oro, che non ci casca e così si libera dal peso della volta celeste. Così è vittorioso su Ercole. E’ più astuto di lui, anche più onesto, e non si lascia gabellare. Rappresenta quel mondo che è contro gli imbroglioni. Evviva. Abbiamo vinto.
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