Colori d’Africa, a cura di Franco Riccardo, coglie uno spicchio colto molto significativo e interessante dell’arte contemporanea africana. In mostra, alla sede della Fideuram di piazza dei Martiri n.58 di Napoli, sei artisti di cinque paesi dell’Africa subsahariana George Lilanga della Tanzania, Esther Mahlangu del Sudafrica, Efiambelo del Madacascar, Eloi Lokussou del Benin, Weya e Margaret Majo di Zimbabwe, unica artista presente all’inaugurazione.
Nella pittura di Lilanga, pittore e scultore di fama internazionale, morto nel 2005, troviamo scene di danza tribale con figure umane e animali disegnati con lo stile di fiabeschi fumetti. Sono fantasiosi spiritelli allegri vivaci che raccontano sogni fanciulleschi e feste sciamaniche.
Esther, fantasiosa e amante della casa, inteso da ogni donna come luogo intimo, tra sogni e affetti, ospitale per gli amici più cari, elabora decorazioni per pareti domestiche con figure geometriche dipinte con colori cangianti tipiche della tradizione Ndembele. A Firenze si può ammirare una sua recente opera “La decorazione del Palamandela”. Efiambelo, artigiano artista, scolpisce nel legno monumenti funebri, simili a Totem con animali, scritti, decorazioni di evoluta arte contemporanea.
Risultano preziose sculture per Musei occidentali oppure raffinati oggetti di arredo in sontuose case o alberghi in altri paesi. Racconta l’alto livello culturale del suo popolo che sogna di rinascere in un nuovo mondo di pace e fratellanza, privo di odioso razzismo, mantenendo le proprie radici storiche, spirituali, culturali.
Favole di artista sono quelle di Eloi, il più giovane tra i sei, legate alla tradizione ritagliate nel legno. In ogni favola protagonista è l’antica cultura popolare con uomini, donne, ragazzi, animali che parlano saggiamente. La fiaba, pur raccontando un passato che diverte, è insegnamento di etica morale per le nuove generazioni.
Weya è un gruppo di 75 donne e 5 uomini che da 25 anni narra la storia del proprio villaggio con il loro linguaggio del “Patchwork”. Il loro impegno è di relazionarsi alla vita, oltre i confini socio-culturali dell’Africa, attraverso la tecnica del ricamo che li stimola ad esprimersi liberamente. Fanno arte con un antico lavoro manuale.
In Margaret trionfa il fare arte con materiale povero. Su superfici di varie dimensioni appaiono tappi di birra, ognuno con un suo originale disegno vivacemente lucido colorato con un solo colore o con tanti, messi affiancati su più file come una collezione di francobolli o di monete di metallo. Non sono solo raffinati pannelli decorativi ma denunciano invasioni straniere. Sono birre bevute da militari e civili americani e inglesi, come è noto, oltre misura sopportabile da saggi bevitori, che come sciacalli risiedono per impossessarsi delle ricchezze del paese lasciando il popolo nella più squallida povert .
Margaret raccoglie i tappi e ognuno nelle sue mani diventa opera d’arte. Messi insieme, come tasselli di un mosaico pompeiano, raccontano vita di villaggio, memorie del passato, ricordi tribali, antiche feste popolari.
La memoria porta alla recente scomparsa del mitico artista napoletano Antonello Leone, ultra novantenne, vincitore nel 1940 alla Biennale di Venezia, che ha creato santi, pupi, regine e re, con carta stagnola e bottiglie di plastica di prodotti per la pulizia della casa. Il filo, molto spesso, che unisce i sei artisti è intrecciato di amore e rispetto per la Natura, legame con la tradizione, fonte di creativit , seme che germogliando crea un diverso futuro, il culto della memoria.
La mostra presenta la nera Africa come una tavolozza densa di sgargianti colori. E’ un continente mistico che fa sognare, che fa soffrire il mal d’Africa all’europeo che ha vissuto solo per pochi mesi. In ogni opera si legge la vita di sacrifici di ogni popolo africano reso vittima da secoli di colonizzazioni violente, deportazioni di donne e uomini di ogni et  resi schiavi e trattati come bestie, guerre civili causate da dittature civili o militari assettati di denari e sanguinari amici di governi occidentali, imposizioni di altre religioni, stili di vita. Ancora oggi, si assiste a fughe in massa dalla povert , per vivere una vita dignitosa e un diverso futuro anche per i propri figli. Esodi che lasciano impassibili America ed Europa, correi delle mafie, dinanzi alle migliaia di morti in mare tanto da essere il Mediterraneo, via di conoscenze e di cultura nell’antichit , fossa di innocenti africani e asiatici morti per vivere.
Un grazie va a Franco Riccardo, geniale professionista da decenni nel far conoscere altra arte.La mostra di artisti africani a Napoli, in questi anni tragici per i popoli d’Africa, è un chiaro messaggio come la citt  sia promotrice di pace, accoglienza, di fratellanza con ogni etnia.
Napoli, dalle sue origini di 7/8 secoli a.C., è stata citt  porto di cultura ed economia con ogni paese del Mare nostrum. Gemellata con Cartagine e dotata di collegamenti quotidiani anche via mare con la Tunisia, sede del Museo Archeologico con più testimonianze al mondo dell’arte e della cultura egiziana, statua del Nilo, definito dal popolo “Corpo di Napoli” nel Centro Antico, tempio di Serapide a Pozzuoli e altri di Iside a Pompei ed Ercolano alla cui dea Virgilio celebrava riti sacri nel tunnel scavato nella roccia che congiungeva la citt  all’ antico centro Puteolano. La cultura africana è anche presente nella cucina partenopea con gli spaghetti creati essiccati al sole del deserto da arabi in viaggio su cammelli verso la Cina. Fatti conoscere in Italia, gli spaghetti vengono prodotti con grano duro, prodotti a Gragnano dal 1503, diventano principi della cucina dietetica napoletana gustati anche da ogni straniero.
Simona Zamparelli, studiosa e amante dell’arte, ha commentato in ogni dettaglio il pensiero filosofico della cultura creativa degli artisti e del popolo africano. Scrive “Il pensiero africano non è riuscito ad occidentalizzarsi del tutto, parte dalle relazioni del vivere salvaguardando ogni vita dalla mera mercificazione della materia-oggetto. Ma cosa è l’arte se non mettere in relazione le diverse realt  aprendosi al mondo uscendo dagli spazi usuali per creare interazione socio-culturali o di semplice intrattenimento costruttivo. L’arte visiva ci aiuta ad uscire dalle abitudini culturali, cercando di riconquistare il senso di ciò che ci circonda e superare il tragico conflitto della distanza io-mondo, a noi occidentali non resta che attingere dagli sguardi di un popolo nero che si racconta a colori, cromature vive che vibrano e configurano il loro mondo fatto di semplici cose, di forme semplici, di linee e di corpi che colorano le tele, i tessuti ed il legno. I colori appartengono ad un linguaggio universale che ci permettono di raggiungere i misteri più antichi, sono come il filo di Arianna che ci conducono alla comprensione del primitivo istinto di vivere nella natura”. La mostra sar  visibile fino al 14 settembre 2016, dal luned al venerd dalle 9 alle 18, ingresso libero.

Per saperne di più
081.4297611- 3496137937

In foto, tre delle opere in mostra