Nell’era del digitale ecco l’analogico. Sono le immagini che Cosimo Di Giacomo  propone negli spazi di Liberetà di Napoli dal 24 febbraio (ore 18) al 3 marzo, alla Fondazione dei quartieri spagnoli (Foqus) in via Portacarrese 59.
Il progetto nasce da un’idea di Cosimo Di Giacomo, fotografo, e Liviano Mariella, architetto. Al centro della loro narrazione,  Sapri, uno dei più grandi centri del Cilento. La mostra, costruita con fotografie analogiche ai sali d’argento sviluppate nella camera oscura dell’Arkfotolab di Napoli, è costituita da 25 scatti in bianco e nero che ritraggono il fenomeno dell’autocostruzione spontanea. Cose improponibili che si raccontano attraverso un testo che accompagna ogni immagine. L’obiettivo mette a fuoco la necessità di realizzare opere per soddisfare dei bisogni quotidiani. Dalla cura del verde alla possibilità di riciclare oggetti che possono rispondere alle esigenze del singolo o di una piccola comunità.

Qui sopra, la locandina della mostra e, in alto, un dissuasore nato dalla necessità
Qui sopra, la locandina della mostra e, in alto, un dissuasore nato dalla necessità

Spiega Di Giacomo: «Ho sempre ritenuto che Sapri rientrasse in quel lungo elenco di comuni italiani che presentano una commistione tra paesaggio agricolo ed antropico, meglio definito come paesaggio rurale. Quale punto di unione tra le parti si è evidenziata una maniera del fare autocostruzione propria ed esclusiva del paesaggio rurale, ma che presenta oggetti, cose, rimaneggiate per meglio adattarsi alla necessità dell’individuo che abita Sapri.  Una cosa è improponibile quando non è possibile o opportuno proporla, in questo sembra che risulti inopportuno averle ritrovate in un luogo propriamente cittadino, perlopiù antropizzato».
Aggiunge Mariella: «La Storia delle Cose Improponibili è una ricerca sul campo, un’indagine di ascolto e osservazione di specifiche caratteristiche dei luoghi, una deriva tra le strade e i vicoli di Sapri. Raccoglie e racconta la bellezza spontanea di uno spazio disegnato dagli abitanti, visibile a tutti: quell’indefinita porzione spaziale che sta al limite tra l’intimità privata e lo spazio pubblico, quella che, chissà, definiamo comune. Un’intimità estesa che si rapporta non più solo col nucleo privato ma con una sfera collettiva contratta. Uno spazio che ci appartiene in fondo».