Monumento della letteratura pianistica e pagina tra le più eseguite al mondo, il Secondo Concerto di Rachmaninov per pianoforte e orchestra, ha attirato una folla di appassionati che ha riempito le poltrone dell’Auditorium della Rai per seguire uno dei concerti di maggiore richiamo della stagione dell’Associazione Scarlatti. Al pianoforte un giovane musicista, classe 1979 di Reggio Calabria, Giuseppe Albanese, allievo tra gli altri di Rattalino e Scala, ospite di autorevoli istituzioni concertistiche. Pianista agile, dotato di una tecnica impeccabile, particolarmente spigliato negli arpeggi, non sembra eccessivamente preoccupato, tuttavia, della qualit  del suono, segnatamente in alcuni fortissimi più grintosi che torniti, e in talune melodie sostenute dall’orchestra come nel II movimento in cui ci saremmo aspettati un suono più caldo. Nel III movimento il pianista ha dato il meglio di s, imponendosi all’attenzione del pubblico come virtuoso non senza qualche nota di compiacimento e un pizzico di enfasi. Attesi e graditissimi i bis, le spiritose Scintille di Moszkovsky-Horowitz e uno Studio su “The man I love” di Gershwin, perfettamente in linea con l’immagine che Albanese intende offrire di s chi vuole approfondire la conoscenza del pianista può visitare il suo accurato sito web. Puntuale, anche se non perfettamente in sintonia con il solista laccompagnamento di Nicola Giuliani, che era alla guida dell’Orchestra Sinfonica della Radio di Mosca, un complesso che non ha smentito l’opinione secondo la quale è una delle orchestre migliori al mondo, erede di una tradizione aurea che onora con grande decoro, ricompensata da consensi e ammirazione. indubbio che nella pagina di Rachmaninov il direttore abbia volutamente limitato il ruolo dell’orchestra, che avrebbe potuto intessere un dialogo alla pari con il pianista, le cui sollecitazioni non sono state raccolte, tuttavia.

Aspettarsi qualcosa di nuovo, di veramente inedito dall’ascolto di pagine cos popolari, con le quali si sono confrontati i più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi, è speranza vana, o perlomeno non troppo fondata. La sinfonia n 6 di Ciajkovskij è proprio una di quelle pietre miliari, che è stata esplorata in tutti i suoi dettagli si pensi alle magie sonore di Karajan (che ha inciso la Sesta ben cinque volte) o alla purezza scevra da ogni oleografia della lettura di Abbado oppure ai ritmi serrati di Pierre Monteux con la Boston Symphony. L’interpretazione che ha fornito Nicola Giuliani, dignitosa e puntuale, forse non ha aggiunto nulla di nuovo a quello che si era gi  ascoltato. Ma potr  mai ciò dirsi colpa, di fronte a simili colossi?

Nella foto in alto, George Gershwin