Quando la ragazza entrò nella stanza era in preda ad un’angoscia senza fine. Prima ancora di parlare mi disse con lo sguardo che il cuore le scoppiava in gola e potevo sentire quanto le tempie le pulsassero dalla tensione e dal disagio. Gli occhi le brillavano per lo sforzo di trattenere le lacrime…che se solo si fosse lasciata andare, sarebbero scese giù copiose.

Quello che l’accompagnava poteva sembrare un conoscente o uno qualsiasi incontrato per caso,non il suo ragazzo o quello che ne era stato. Lo dimostrò con la sicurezza,l’indifferenza, l’incoscienza e il distacco con il quale si accinse a spiegare il motivo della visita, mentre la compagna rimaneva tremante e silenziosa in un angolo della stanza. Probabilmente lei avrebbe voluto fuggire lontano mille miglia da quell’imbecille che l’accompagnava e dalla collega che ascoltava il suo problema con aria assente e in presenza di altri, mentre tagliava corto e rispondeva “Vedremo che si può fare”.

Se non si prova il dolore immagino sia davvero difficile comprenderne la portata quello di una donna, per esempio,assalita da dubbi, timori e tremori di non fare la scelta giusta pur sapendo che è necessario, ineluttabile, fatale ma avvertendo con chiarezza che prima o poi le si ritorcer  contro sotto forma di rimorso o rimpianto, impedendole per sempre di perdonarsi di essersi per un attimo persa dietro un incorreggibile, stupido e inutile piacere.

Avvertivo lo spavento, la fragilit  e l’imbarazzo di quella ragazzina indifesa e mi avvicinai. Le appoggiai il braccio sulla spalla e ignorando l’altra le dissi “Vieni,ti accompagno”.

Ero incavolata con me stessa perch non avevo avuto la prontezza di impedire a quell’idiota di raccontare tutto in presenza di estranei e con la collega che non lo aveva interrotto.

L’avrei preso a schiaffi pur rendendomi conto che era uno sprovveduto, inconsapevole del turbamento che produceva e che era mosso solo dall’ impazienza e dall’apprensione di risolvere un problema che assillava anche lui.

“Ecco quello che devi fare” le comunicò un impiegato di un altro ufficio al quale mi ero rivolta per farle avere al più presto il documento di riconoscimento che le mancava.

Quello la squadrò come un oggetto di desiderio, facendola arrossire e uscire dalla stanza. La seguii per rassicurarla. Lei mi guardava smarrita. Sentii il ragazzo che raccontava ancora la sua disavventura con l’enfasi di chi descrive gesta di cui essere orgoglioso. Entrai e lo interruppi palesemente seccata, poi chiesi al collega di fare in fretta perch la ragazza aveva un malore e doveva andare via. Lui completò la procedura per la giovane donna e intanto che prendeva le generalit  del ragazzino questi finalmente si era deciso a tacere. Costornai da lei.

Era stravolta e piangeva silenziosamente.

“Lo so che è difficile per te”le dissi. “Vorrei aiutarti”.

Mi sorrise,asciugandosi le lacrime con un minuscolo fazzolettino bianco, ricamato su un lato.

“Non c’è niente che tu possa fare per me, n tu n nessun altro. E’ un pasticcio in cui mi sono cacciata da sola e questa è l’unica soluzione possibile. Ho 16 anni,un ragazzo che è quasi uno sconosciuto, moccioso e inconcludente che domani parte per il servizio militare. Mia madre è morta un anno fa e ho due fratelli piccoli, con un padre disoccupato. Devo occuparmi della famiglia e lavorare. Avrei voluto che tutto questo non accadesse. Non ho saputo evitarlo e so che mi porterò questo peso per tutta la vita ma non posso fare diversamente. Nella mia situazione non si può avere un figlio!”.

Andò via con quel coso che l’accompagnava e mi si strinse il cuore.

La guardai mentre si allontanava e mi resi conto di non averle chiesto se aveva qualcuno che potesse accompagnarla nel brutto momento che stava per affrontare.

*Assistente sociale

In foto, un manifesto antiaborto