Riceviamo e volentieri pubblichiamo la storia di un’imprenditrice del Sud, Adele Scirrotta.

Mi chiamo Adele Scirrotta. Sono nata a Cosenza e risiedo con molto orgoglio a Pisa. Ma il mio grande sogno è  tornare nella mia terra d’origine, la Calabria. In queste righe racconto come un’impresa, se non si ha il coraggio e la forza di agire, possa crollare simile a un castello di sabbia sulla spiaggia, travolto da una cattivissima onda del mare.
Fare impresa, oggi, non è facile. Tuttavia, armandosi di determinazione, coraggio, forza, idee, progetti si può realizzare: l’impresa è come un figlio, dona la stessa gioia.
A tutti gli imprenditori dico: non abbiate paura di agire, di difendere la vostra creatura, non fatevi spazzare via dalle emozioni e dalle negatività.
Negli anni ’90, i miei genitori decisero di unire le loro storie imprenditoriali, in due aziende con un pieno di sinergie, di storie, di vite. Iniziarono a fare grandi investimenti.
Una era era un’impresa  agricola, l’altra improntata sulla trasformazione. E quando si inizia a crescere è inevitabile rivolgersi alle banche. Il mutuo venne concesso con ipoteca volontaria sui beni che in vent’anni i miei genitori avevano costruito, considerando  che mio padre era un ottimo cliente e solvibile.
Mio padre accese due conti correnti: uno personale e un altro aziendale. Era meraviglioso vedere il suo entusiasmo. Ma ahimè, a spegnerlo arrivò la prima lettera di una banca dove era stato attivato il mutuo del terreno. La richiesta: rientrare nel giro di 5 giorni.
Un momento che nessun imprenditore vorrebbe vivere. Mio padre è una persona forte, coraggiosa: è andato avanti perché solo incentivando si può creare economia e lavoro. Ovviamente le pressanti richieste della banca certamente non lo favorirono.
Decreti ingiuntivi ogni due/ tre giorni tolsero la dignità a mio padre, alla mia famiglia, alla mia storia. I soldi dei prodotti della campagna non bastavano, i fornitori venivano in azienda, chiudevano le macchine, arrivavano con camion gru per prendersi tutto. A quella banca se ne affiancarono altre due.
Ci ritrovammo soli. Terra bruciata ovunque. Non vedevamo più soldi, benessere, vita. Eppure mio padre non mollava. Iniziammo a riprenderci ma fu dura, quelle buste verdi giungevano imperterrite. I miei giorni erano neri, senza alcun spiraglio di luce.
Cercammo un avvocato, ma l’estrema fiducia di mio padre non portò da nessuna parte. Mio padre pagava puntualmente i dipendenti, le tasse:  piccoli scoperti che nel giro di poco tempo lo resero non solvibile in nessun caso.
E l’avvocato ci mise del suo: non presentò opposizioni, né si presentò alle udienze. Fascicoli spariti, sentenze a nostro favore in arrivo, mai arrivate.
Ogni volta che ponevo domande all’avvocato, diventava nervoso. Ma nemmeno i due commercialisti furono d’aiuto: tutto in perdita, scomparse nel nulla anche copie di assegni di pagamento. La mia sembrava quasi l’azienda delle non soluzioni, l’azienda che produceva solo pignoramenti.
Non dormivo più la notte. Ci riuscivo solo quando ero esausta. Avevo spesso la febbre, rimettevo ciò che mangiavo, mi si gonfiava la pancia. Ma , nonostante anche i forti mal di testa, il giorno dopo avevo sempre la forza di agire per amore della mia famiglia e della mia storia.
Mi misi a studiare tutto il percorso, trovai un cancro amaro e allora decisi con mio padre di fissare appuntamenti per risanare l’azienda. Alla fine, l’unica soluzione sembrava quella di venderla.  Ricordo una riunione dove un tizio molto esuberante disse: Io compro aziende, la vostra sarà la prima in campo oleario. A voi riserveremo la vita che avete sempre fatto; una bellissima casa e soldi. Mi alzai, semplicemente salutando. In ascensore, dissi a mio padre: questi l’azienda non l’avranno mai.
Successivamente, incontrai i miei commercialisti di Cosenza. Proposi di costituire una società a mio nome. Mi sentii rispondere: Adele, oramai è finita, siete dei falliti. Il mio sguardo incrociò quello di mio padre. Con molta dignità ce ne andammo.
Durante il viaggio non scambiammo nemmeno una parola, avvolti in una cappa di silenzio. Finalmente a casa, mamma ci guardò  con tristezza e tornò in cucina per preparare il pranzo. Io mi chiusi nella mia camera e piansi. Ma cominciai anche a cercare  numeri di telefono dei miei amici colleghi di Pisa. Volevo scappare, solo scappare. Pranzai con i miei e, parlandone con loro, decisi di partire.
Avvertii che si poteva cambiare, si poteva respirare un’aria più pulita. Mentre camminavo sul corso principale di Pisa, mentalmente mettevo in guardia me stessa da tutti, nessuno doveva provare a toccarmi, le ferite era grandi e profonde.
Arrivata al numero civico che mi era stato indicato, si avviò la mia prima consulenza. Entrai nel mondo lavorativo di Pisa,  le cose andarono nel verso giusto, pianificai l’itinerario di una nuova rinascita, la mia vita tornava a riempirsi di luce, ero felicissima.
Fu un’estate luminosa. A settembre preparai tutta la documentazione da portare su, poi ancora spostamenti, fino a stabilirmi del tutto a Pisa. Riecco la campagna. Il 25 di dicembre segnò la rinascita. Dopo le feste, un nuovo viaggio, diverso questa volta: nasceva la mia A.CO.S., anagramma costruito dalle iniziali dei nomi dei miei genitori…
Nel giorno della festa della donna presentai la denuncia contro il nostro ex avvocato, ma, in un labirinto di attese, tutto è finito in prescrizione. Mi sono sentita come  colpita da un uragano… Il mio ex avvocato libero, pulito e io lasciata  senza armi per difendermi.
Ho cercato a lungo ancora un avvocato. Dopo mesi ne ho trovato  uno che ha avuto il coraggio di affrontare la questione. E la battaglia è diventata ancora più dura. Disperata, ma con i nervi saldi per misurarmi con gli eventi. Decisa a non arrendermi…
                                                                                                  Adele Scirrotta
Nello scatto, la città isolata dalla neve come  metafora della solitudine