Napoli è uguale a tante altre citt  che senza sforzi tutelano l’arte, come fa una madre con il suo figlio. L’arte, specialmente quella contemporanea, da queste parti, vive se il sistema decide di darle ossigeno. Per sistema non intendo, quello che viene spesso nominato nel film Gomorra, e forse non potrei, perch eleverei a Boss, quelli che, sempre da queste parti, hanno pochi titoli, ma grande coesione clientelare, al fine di garantirsi fama e successo. I pesci piccoli, i cosiddetti milioni di uomini e donne che hanno deciso senza che nemmeno lo scegliessero, di essere artisti contemporanei, transumano da spazi espositivi ad altri, nella speranza di farne parte, e di raggiungere più che la fama, un sogno, vivere con quello che loro amano.
Si dice, che altrove questo succede, con grande garbo e poche smancerie, con professionalit  e grande senso etico, mentre qui, sei giovane all’infinito, fino a quando uno scozzese, o un americano di 23 anni, risulta più promettente di te, perch straniero, anche se per loro, la giovane et , è sintomo di talento. Se tutto il sistema del sostegno all’arte contemporanea, o quello del concetto di promozione in senso lato, non tiene conto dei bisogni singoli e collettivi del territorio, non tiene conto di Napoli.
Mi balena in mente, come termine di paragone, il nuovo resting della stazione di Napoli Centrale e di Piazza Garibaldi, in atto e proiettato verso il futuro. E’ importante progredire, ma ci si accorge, che il degrado sociale, attorno a quell’area, per quanto l’estetica migliori, esiste e peggiora. La capacit  di integrazione, la forza di gridare la verit  è tipica degli artisti legati al territorio, eppure non viene presa mai, abbastanza in considerazione.
Esiste una straordinaria legge, che potrebbe essere applicata alle periferie, dove nelle costruzioni di nuovi ospedali, scuole, strutture comunali, caserme o rotonde, il 2% sulla somma totale spesa, deve essere investito per la realizzazione di opere o monumenti. Eppure la legge non viene attuata. Centinaia di chiese sono chiuse e sconsacrate, e potrebbero di certo prestarsi ad ospitare i nuovi talenti Campani. Ex aziende in disuso, strutture fatiscenti, si lasciano marcire, dimenticando che il privato che investe nell’arte, viene agevolato nel pagamento delle tasse.
Si ha bisogno quindi, di scuotere la rassegnazione sedimentata dalla mancanza di continuazione nelle lotte culturali, intraprese in passato e abbandonate con gli anni. Bisogna convincersi che se le cose succedono, non riguardano più, i figli “di”, ma chi ha voglia “di”.
E’ necessario, abbattere la solitudine espressiva degli artisti, e quella decisionale dei dirigenti dell’arte, al fine di creare un indotto partecipato, attivo e costante. Senza crescita collettiva, il benessere è latitante, e la cultura e il miglioramento sociale, lasciano spazio al degrado umano.
Dare voce non costa, dare spazio non prefigura nessun compromesso, dare possibilit , aiuta la coscienza collettiva, migliora la coesione e distrugge l’indifferenza. Bisogna dare peso a chi guarda il territorio prima delle sue tasche, a chi guarda lontano dopo aver visto Napoli prima, a chi abbia idee di riscatto sociale, condivisibili con i talenti vicini e poi con quelli lontani.

In foto, un’opera di Rosaria Iazzetta