Laura Gioia ha 23 anni, è napoletana ma ha scelto Barcellona per i suoi studi di fotografia, diplomandosi nel 2007 all’Institut d’Estudis Fotogr fics de Catalunya, I.E.F.C.. Nella sua citt  ha esposto per la prima volta nel dicembre 2010, al Kestè, con una mostra a cura di Carlo Baghetti, anche lui napoletano e giovanissimo.
Baghetti ora è in Francia, lei sempre a Barcellona ma l’affinit  intellettiva che li lega li fa incontrare di nuovo, a Parigi. Venerd 29, ore 19 si inaugura la personale di Gioia, la location è l’Espace Culturel Andr Malraux, curatore, anche questa volta, Carlo Baghetti.

In esposizione sette fotografie 50×70 su Forex, più due dall’identico da 1m x 1m. Soggetti naturalistici per le sette foto e una finestra, riprodotta in modo identico nelle foto a grande formato, all’inizio e alla fine del percorso. La scelta del numero e della disposizione è da ricollegare ai numeri sacri secondo la tradizione ebraico-cristiana.

Catturare l’euritmia della natura, sembra un ossimoro, eppure è la dichiarazione di intenti della fotografa. Un ritmo da immaginare seguendo con lo sguardo il profilo autunnale e scarno di un albero, lasciando che la mente riproponga ricordi d’archivio, come se la foto fosse solo uno stimolo ad una sensazione gi  provata.

Di seguito il testo del curatore, Carlo Baghetti

Per un attimo, seduto, ho guardato il mio corpo, lo vedevo abbandonato sul divano, guardavo la pelle, le sue imperfezioni, un brufolo che spinge per trovare la luce al centro del petto. Ho rimpianto di non essere solo mente.
Il sole riesce a rendere questa pianura cementificata più graziosa, attira l’attenzione sulle poche foglie che anche in questa primavera sono riuscite ad imporsi.
L’altro giorno camminavo per le strade di Cachan, piccolo borgo; una donna dalla vita imperfetta trascinava i suoi sacchi fino alla stazione del bus. L’avevo notata da lontano, i capelli arruffati nel grigio tendente al bianco, le sue scarpe che avanzavano strascicando sul suolo.
Erano i primi giorni di primavera. Riflettevo sulla condizione umana nella societ  capitalista, poi la donna si è fermata, stanca, ha appoggiato i sacchi a terra, li ha lasciati cadere quasi con disprezzo e ha alzato gli occhi al cielo, pensavo che stesse per morire sotto il peso dei suoi anni, invece ha cominciato a guardare l’albero sotto il quale stava passeggiando, poi è andata verso quello successivo, lo guardava attentamente, poi il successivo e ancora, alla fine ne ha abbracciato uno.
Ho cominciato anche io a guardare quegli alberi e mi sono accorto che tutti erano fioriti, avevano cominciato a partorire quelle tenere foglioline verdi tutti gli alberi di quella strada lo avevano fatto, e tutti allo stesso tempo!
La mia mente è volata all’epoca in cui tutti questi obbrobri edilizi non esistevano, quando questa vallata era popolata di uccelli, di alberi, spazzata dal vento e profumata di fiori estivi, quando i fiumi di cemento non erano stati neppure immaginati.
Con la fantasia ho ritrovato un contatto con la natura, col suo respiro, e ho capito il senso d’infinita ingiustizia che stava provando quella donna noi non procediamo come gli alberi, non perdiamo tutto quando i tempi si fanno duri e il clima rigido, non gioiamo quando vediamo dopo interminabili mesi le nevi sciogliersi, le terre inumidirsi con le prime piogge, il verde riapparire sui rami, non siamo solidali con il nostro vicino. Noi siamo i disuguali, a chi più a chi meno, io fiorisco anche a dicembre perch la terra dove sono nato è riscaldata attraverso una tecnologia particolare, tu fai i frutti tutti i mesi, ma c’è chi li fa tutti i giorni.
Un giorno, camminando per le strade di Barcellona, ho incontrato una ragazza piegata su un fiore, che aveva tra le mani un apparecchio fotografico. Da lontano cercavo di capire cosa stesse facendo, poi mi sono avvicinato e ho scoperto che era italiana.
La comune lingua ha aiutato le nostre spiegazioni e mi ha detto che fotografava i fiori selvatici per testimoniare l’euritmia della natura. Affascinato dal suo discorso le ho chiesto di vedere le sue fotografie e mi ha dato appuntamento nel suo studio per il giorno dopo.
A mezzogiorno in punto ero di fronte ad un portone fatiscente del quartiere Gracia e, pochi minuti dopo, dentro la confusione tipica d’uno studio fotografico. Foto in grande formato stampate e lasciate in terra a raccogliere polvere, obiettivi sparsi un po’ ovunque e un grande Mac che campeggiava sulla scrivania.
Ho visto moltissime fotografie, ma quelle che più mi hanno colpito ritraevano alberi.
Per molto tempo ho conservato il ricordo di quelle fotografie e il numero della ragazza, poi un giorno ho incontrato una donna dalla vita imperfetta che camminava per Cachan.
La societ  nella quale viviamo dimentica molto facilmente, spoglia di significato qualsiasi cosa tocchi, preferisce correre via al posto di fermarsi. E invece, ogni tanto, c’è bisogno di fare una pausa, di guardarsi intorno e dentro s stessi.
Rimaniamo chiusi nel no            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
BtnBBBBRpeBKKKBYBstro piccolo studio parigino, concentrati sul monitor che illumina le nostre giornate e dimentichiamo. Dimentichiamo di guardare fuori la finestra, a volte non abbiamo neanche una finestra, ma se ce l’avessimo dimenticheremo di vedere di che colore è il cielo, a che ora fa buio e se il giorno, oggi, ha rubato o perso qualche minuto alla notte.
Non abbiamo molte scelte per opporci a questa dmarche ma possiamo rivolgerci all’arte. L’arte è la piccola isola dove poter continuare a coltivare il nostro tempo, fantasticare sui colori, sentirsi leggeri e folli, dominati dalle stagioni. lo spazio che sottraiamo alla logica dominante, la logica deduttiva, e possiamo esaltarci in intuizioni solo a noi proprie. Lo spazio in cui possiamo ritrovare il sacro, il canto, il contatto con l’infinito.
Soprattutto oggi, che vivo a Parigi, sento questa come una necessit  impellente e mi sono sentito in dovere di fare qualcosa per mostrarvi le fotografie di Laura Gioia, la ragazza che vive a Barcellona e che cerca di testimoniare l’euritmia della natura.

“Tout a un sens ou rien n’en a” (Roland Barthes sur l’art)

Carlo Baghetti

Nell’immagine, una delle opere in mostra
(particolare)