PRIMA PARTE
“Ah comme se fà a dà turmiento a ll’anema ca vo vula’ si tu nun scinne ‘nfunno nun ‘o può sapé”
.
Emblematiche le parole del testo “Cu’ mme”. Che riportiamo tradotte in italiano: Ah, come si fa a dare tormento all’anima che vuole volare se tu non tocchi il fondo non puoi saperlo. Lei conosceva bene cosa significasse toccare il fondo, perché la nostra indimenticabile spesso lo ha toccato.  Per colpa della cattiveria umana. Dimenticata, poi riproposta, saliva nelle classifiche, ancora abbandonata, per poi riessere ripescata.
Tutto questo le faceva male all’anima, l’anima di una donna fragile, una donna che voleva l’amore in tutte le sue sfaccettature. Mia Martini aveva grande voglia di comunicare, di vivere. Quando saliva sul palco e cantava, era indiscutibilmente brava… Questo non le veniva perdonato,  nessun paragone con le altre artiste del momento, lei era un’altra cosa.
Tornando al  brano “Cu ‘mme” scritto da Enzo Gragnaniello, tanti cantanti si sono cimentati nell’interpretazione.  Nomi famosi come Mario Merola, Loretta Goggi, Loredana Bertè, Gigi D’Alessio (e altri) ma la voce che ha dato forti emozioni nel cantarla è sempre stata la sua.
Resta nella storia quando la propose insieme all’autore e  a un altro grande della musica napoletana… Roberto Murolo.  La nostra Mimì è stata una delle poche interpreti non napoletane a dare una interpretazione fedele della nostra musica. Forse, per il suo sangue calabrese, molto vicino alla visceralità napoletana. Quando lei  dava voce a  capolavori come “Reginella” oppure “O marenariello” “Tammuriata nera” ci offriva sensazioni forti e magiche.
Non tutti sanno che il 4 luglio 2014 , a Napoli, fu intitolata ufficialmente, alla memoria di Mia Martini, una sala convegni del Centro Asterix, in via Domenico Atripaldi, nella sesta Municipalità, a Barra. La decisione era stata già presa a febbraio con una delibera della Giunta presieduta dal sindaco Luigi de Magistris.
Domenica Rita Adriana Berté, in arte Mia Martini, nasce a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, il 20 settembre 1947, suo padre Giuseppe Radames Berté, stimato professore di latino e greco a Bagnara Calabra, la mamma, Maria Salvina Dato. Quest’anno Mimì avrebbe compiuto 70 anni, ma purtroppo il  12 maggio del 1995 ci lascia drammaticamente.
Una delle piu belle voci del panorama musica italiana, una  voce, intensa e struggente colorata di mille sfumature, possiamo definirla una nostra Aretha Franklin (cantante americana il suo genere spaziava  dalla musica gospel al blues, dalla musica pop alla musica psichedelica arrivando persino al rock and roll).
Sin da bambina Mia Martini  l’ amava e si ispirava a questo personaggio, ma anche a  Etta James. Mia inizia la sua carriera a Milano dopo aver costretto la madre a portarla nella città della “Madunnina”. Conosce Carlo Alberto Rossi, il produttore, che, dopo averla inserita come “ragazza ye-ye”, corista per brani twist e rock del periodo,  le fa incidere il suo primo 45 giri.
Con il brano “Il magone” vince il Festival di Bellaria, la stampa si interessa a Mimì Bertè”, suo primo nome d’arte. Poi il silenzio, cosi insieme alle sorelle e a sua madre si trasferiscono a Roma, da qua parte l’avventura.
Ecco le tre teste “folli” degli anni settanta, ribelli, innovativi, spregiudicati (per quei tempi) Renato Zero, Loredana Bertè e Mia Martini: si davano da fare per sfondare nel mondo della musica, intanto facevano mille mestieri, poi un brutto episodio. L’arresto per possesso di droghe leggere e i conseguenti quattro mesi di carcere a Tempio Pausania, era il 1969.
Arriva il 1970 l’incontro con  Alberigo Crocetta, fondatore dello storico locale “Piper”(Roma) grazie a lui viene proiettata nel mondo della musica con il nome di Mia Martini, propone un look tutto suo, un 45 giri (che venne censurato) un argomento forte “Padre davvero” un padre padrone, violento despota.
Sarà vero, sarà autobiografico? Non lo sappiamo, ma da una dolorosa intervista rilasciata da Loredana Bertè al giornalista Maurizio Becker, scopriamo ombre buie e terrorizzanti.
Loredana parla del padre come se fosse un estraneo. “Ho saputo che Mimì era andata due giorni dal padre (a Cardano al campo), che non vedeva da 40 anni. Lui le ha dato un appartamento del c…, dove non c’era niente. C’era un materasso steso per terra e basta. Mimì si lamentava, diceva che quel posto faceva schifo e che non ci sarebbe rimasta. C’è stata in tutto tre giorni: uno da viva e due da morta, ma in quell’appartamento ce l’ha messa il padre, poteva tenersela lui… poi quando l’ho vista dentro la bara, era massacrata, piena di lividi”.
Becker fa notare che la morte di Mia Martini è stata notificata con un referto che parlava chiaro la diagnosi “arresto cardiaco per overdose di stupefacenti” ) ma è anche vero che Mimì soffriva di un fibroma all’utero, e per questa patologia doveva assumere farmaci anticoagulanti…

                                                                                      (1.continua)