Letteratura al museo di Capodimonte. Dopo lo scrittore Maurizio Ponticello con la  presentazione, nella sala Lewitt, della sua ultima creatura, Un giorno a Napoli con san Gennaro (newton Compton ediotri) che ha dato il via, domenica scorsa, alla manifestazione dedicata ai libri e ai loro autori, il 20 novembre tocca Salvatore Striano. Nella sala Burri parlerà del volume La Tempesta di Sasà, edito da Chiarelettere. Introduce e modera Anna Petrazzuolo.
“La Tempesta di Sasà” si sofferma sul potere delle parole, sull’amore letterario che può cambiare la vita.  Lo conferma la sua vicenda personale. Sasà a quattordici anni aveva la guerra in testa, la cocaina nel sangue e due pistole infilate nei calzoni. Era uno dei leader delle Teste matte, una banda di ragazzini terribili che si sono fatti camorristi per difendersi dalla camorra. Perso sulla strada, anni di sangue. Poi il carcere, non ancora trentenne.
Un destino segnato, il suo. Ma una scintilla ne inverte la marcia. Grazie a un amore che resiste nonostante tutto. Grazie alla scoperta magica dei libri e della letteratura, di Shakespeare che inizia a scorrergli nelle vene come una droga che non uccide ma salva. Proprio lui che a scuola non ci è mai andato.
Un romanzo che racconta la rinascita, dall’inferno del carcere spagnolo di Valdemoro (Madrid), passando per Rebibbia e diventando, oggi, uno dei più sorprendenti e stimati attori italiani.
Una storia che parla di noi, della paura di cadere e, se cadiamo, di non farcela a rialzarci, di tradimento, perdono, vendetta, dell’irresistibile desiderio di libertà, dei sentimenti lieti e tristi che ci accompagnano quando viviamo davvero e del deserto che invece ci governa quando ci lasciamo vivere pensando che sia già tutto deciso, chissà da chi e chissà dove.
Detenuto tre anni in Spagna e cinque a Rebibbia, Striano ha incontrato un maestro, Fabio Cavalli, che gli ha ricordato che lui era prima di tutto un attore. Da allora è stato un camorrista per Matteo Garrone, un rapinatore per Guido Lombardi e molti altri personaggi, al cinema e in tv.
Anno magico, il 2012 . Quando il film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, tratto dal Giulio Cesare di Shakespeare, dove lui interpreta il ruolo di Bruto, vince l’Orso d’oro al Festival di Berlino. Come nel piccolo teatro del carcere di Rebibbia, ancora una volta Shakespeare ha dato una nuova direzione alla sua vita.

 

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