La mia terra, come quella dei miei antenati, ha un nome plurale i Campi Flegrei.
Fu battezzata cos, alcune migliaia di anni fa , dai Greci, uno degli innumerevoli popoli che l’hanno abitata nel corso dei secoli. Essa è un concentrato di bellezza incredibile e nel suo suolo, miste alle stratificazioni vulcaniche, si possono trovare quelle umane preistoriche, micenee, greche, romane, barbariche, bizantine, saracene.
Cuma, Baia, Miseno, Puteoli, Literno sono sorte su questa terra che si conforma, mutevole come Proteo, in isole, isolotti, scogli, promontori, baie, spiagge, colline, vulcani, sorgenti calde, laghi, spelonche.
Le storie di queste citt  e di quelle genti sono state ampiamente raccontate e documentate fino a che la storia stessa non si è interrotta.
SECOLI DI SILENZIO
Oltre che dalla minaccia di nuovi popoli vigorosi che si avventarono sulle spoglie di un impero morente, la storia di questa terra fu interrotta dalla natura la paura, il vento,il mare, le forze che si scatenavano dal suo ventre con eruzioni violente o con un lentissimo respiro che abbassava e innalzava il suo suolo, la resero pressoch deserta di abitatori e ne fecero il regno di uccelli di mare e di palude e di giunchi, canne, arbusti e alberi. Questi ultimi stesero le loro radici e la loro verde coltre funebre sulle citt  morte.
Vanitas vanitatum. Natura triunfans .Secoli di silenzio.
Poi , alla fine dell’era medioevale, di nuovo la vita umana riappare e cerca il suo nutrimento dal suolo ferace e dal mare. Ma è gente nuova, non il continuo delle generazioni dei secoli lontani è gente, specie quella che si è insediata nel lembo estremo dei Campi Ardenti che fronteggia Capri, Ischia, Procida, che chiama i propri figli e figlie con nomi strani alle orecchie degli abitanti dei paesi vicini Mosè, Abramo, Giacobbe, Giosuè, N, Isaia, Samuele , Giona, Giosafatte, Ezechiele, Daniele, Ester, Giuditta, Lia e via veterotestamentando.
E’ gente che non sa leggere, n scrivere , non conosce antichi libri; è gente che, apparentemente, ha dimenticato le sue origini o è stata costretta a dimenticarle per qualche atto prepotente dei potenti, che si inquadra in tanti piccoli e grandi atti contro un popolo senza terra e, in genere, contro una minoranza diversa, che non vuole confondersi con la maggioranza che la circonda ed è gelosa della propria identit  e della propria civilt .
ATTI CRUDELI
Atti crudeli, che, come sostenne Francesco Lucrezi nel corso della presentazione del libro in questione (I racconti di Giosafatte e del suo settimo nipote), hanno costituito, nel corso della storia europea, una sorta di incubazione e anticipazione della Shoh .
Nomi e anche cognomi di questa gente testimoniano chiaramente della sua origine israelitica; anche se ancora oggi ci sono molti “esperti”che negano con forza tale evidenza.
Forse hanno ragione non ci sono documenti tangibili per sostenere questa ipotesi.
Ma quando si supera la met  della propria vita e non ci si crede più immortali, si ha una sorta di ripiegamento e si cercano le proprie radici, la propria identit  per avere un senso di continuit  con le generazioni passate e quelle future. E si comincia a scavare.
Mio nonno si chiamava Giosafatte possibile che lui, come i tanti Mosè, Abramo, N non conservasse o ricordasse nulla di quella identit  ipotizzabile, appunto, dai loro nomi e dai loro cognomi di cinque lettere o riferiti ancora alle proprie origini ? Viene a tutti il dubbio, se una persona reale e vivente si chiama di nome Giosuè e di cognome Giacobbe o Isaia Salemme o ancora Giona Cordova e vattelapesca Lopez .
Che siano sefarditi scacciati dalla Spagna per non subire la conversione forzata e diventare marrani e una volta a Napoli , stanchi di fare continuamente bagagli, abbiano accettato di convertirsi al cattolicesimo e di colonizzare un lembo di terra inospitale?
Un incoraggiamento a questa mia ipotesi l’ho trovata in un passo di un romanzo di Umberto Eco, “Il Pendolo di Foucault”. In esso vi era riportata la risposta degli ebrei di Costantinopoli ad una lettera inviata loro dagli ebrei di Arles, che il re di Francia voleva costringere alla conversione, per chiedere consiglio sul da farsi.
I RACCONTI DEL NONNO
Non so, se le lettere citate da Eco siano vere o un falso storico sta di fatto che una delle storie che il nonno raccontava a me,ai mie fratelli e ai miei cugini nelle lunghe sere d’inverno di oltre mezzo secolo fa, era, quasi alla lettera, la risposta con i consigli che gli ebrei di Costantinopoli davano a quelli di Arles per una finta conversione.
Mio nonno sapeva leggere e scrivere a stento e quella storia doveva per forza averla ascoltata da qualcuno della generazione che lo aveva preceduto, come tutte le altre storie che ci raccontava quelle su un ebreo non battezzato che riesce ad entrare in paradiso; sull’usuraio che muore per troppo amore per il danaro e altri racconti che la mia memoria, man mano, mi restituiva.
Era nelle storie di nonno Giosafatte             6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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Le ho scritte per ricordare e far ricordare, perch, come afferma Ottavio di Grazia nella sua bella prefazione ai racconti, il verbo zachor ,( ricordare) è alla base della cultura e delle tradizioni del popolo ebraico.
Invece di Rosso, nome scelto per il mio debutto letterario, avrei dovuto scegliere Zaccaria, nome contenente la stessa radice verbale e che vuol dire ” Colui che ricorda”. Ma queste cose le ho apprese dopo, grazie a Ottavio e Francesco.
Le storie attinenti alle origini ebraiche sono riportate nella prima parte del libro e sono tutte caratterizzate non solo da un rancore verso le istituzioni e soprattutto verso il clero , considerato, penso, il principale artefice della conversione forzata; ma anche da un intento didascalico sono una sorta di operette morali, come acutamente rileva Giovanni Pugliese nella sua circostanziata postfazione, tese a trasmettere valori etici , regole di vita e il ricordo delle origini da una generazione all’altra.
I racconti della seconda parte sono storie in parte mie e in parte sempre del nonno e si riferiscono a fatti accaduti e a persone vissute realmente in quella comunit  a cui sento profondamente di appartenere.
Sono storie incredibili di un mondo completamente sparito, dominato dalla miseria , dalla fame, dalle malattie, dall’ignoranza, dalla superstizione; ma anche da un’ intensit  di sentimenti, relazioni, dalla gioia di vivere, dall’amore, dalla bont  e dalla cattiveria eterna degli uomini .
Insomma, i Campi Flegrei , che avevano solo una ricca storia documentata dei fasti del passato, popolata di imperatori, generali, poeti, hanno, adesso, anche tante storie riferite alle origini e alla vita di una della comunit  che ha ripopolato una terra abbandonata da secoli.
Spero che esse siano anche utili, oltre al non dimenticare, agli storici per scrivere l’ultimo capitolo della vita degli ultimi secoli nei Campi Ardenti.

*Rosso Capuano, il cui vero nome di battesimo è Rosario Mario, è nato l’undici di aprile del 1946 a Torregaveta, nel comune di Monte di Procida, e risiede a Bacoli.
Ha completato i suoi studi di lingue antiche e moderne dell’Europa Occidentale all’Istituto Orientale di Napoli.
Professore di Lingua e Letteratura Inglese, ha insegnato nel corso della sua carriera in vari tipi di scuola secondaria superiore Con il libro “I racconti di Giosafatte e del suo settimo nipote”( Antonio Pisano Editore , Pozzuoli, 2010, pp.162, euro16,00) è alla sua prima esperienza letteraria.

In alto, la foto di Giosafatte Capuano con la moglie Maria Libera Longobardi e i figli (da sinistra), Antonio e Domenico. In basso, la copertina (particolare) del libro, "I racconti di Giosafatte e del suo settimo nipote" (Antonio Pisano Editore)