L’uomo aveva pesato il suo ultimo aereo.

Mentre si asciugava le mani nel piccolo bagno dell’hangar, si guardò allo specchio e notò le sopracciglia ribelli, ricciolute come piccoli e giovani tralci di vite.

Sorrise e si congratulò con loro. Pensò “Qualcosa di giovane in un mondo vecchio” ed era lui che lo ostentava, che lo proponeva sul suo volto di adulto…Qualcosa di giovane in un mondo vecchio!

Poi la mente gli tirò quello strano scherzo e si mise a “pesare”.

“Pesare un bambino, pesare una decisione, pesare la giustizia, pesare la pasta.” Incominciò a girare intorno a quella parola, a farla rimbalzare e saltando di palo in frasca, si mise a cantare. Non lo faceva mai! Cantava, pesava e pensava. Lo specchio lo fissava complice e stette al gioco.

Davanti ai suoi occhi comparve un dottorino magro, quasi
striminzito nel camice verde, con grandi piedi ben saldi a terra. Anche le mani erano salde nel sollevare il neonato dalla bilancia. “Complimenti, 4 kg e 35g!” esclamò, mentre strizzava l’occhio all’uomo sbalordito.

Lo specchio ci prese gusto e nella stanza del pediatra comparve un’ enorme cucina, con un’enorme cappa fatta di minuscole piastrelle giallo limone. Tra riccioli di vapore e sottili zampilli di profumo, una donna dalla pelle rosa pesava gli ziti appena spezzati. In quel momento gli parve di sentire l’odore intenso del ragù che “pappolea” nel pentolone di creta rossa e di vedere i lenti, sornioni sbuffi di pomodoro schizzare sulla parete come minuscoli e svogliati vulcani. Non se ne accorse, ma strinse le dita per afferrare una forchetta ed infilare un maccherone.

Nel frattempo un uomo sudato e mezzo calvo osservava il numero sotto i suoi piedi. Un piccolo ghigno gli attraversò la
faccia e il rimorso gli si appiccicò addosso come un tarlo alla noce, pronto a rosicchiare quell’attimo di felicit  rubato, a cancellare il ricordo di quell’ultima merendina che lo aveva chiamato, tentato e che alla fine si era lasciata addentare senza opporre resistenza.

Qualcuno bussò alla porta e lo specchio, di carattere molto discreto, fece un salto all’indietro, portando via con s tutta quella gente e le immagini, le voci, gli odori.

Solo all’uomo dalle lunghe sopracciglia era consentito vedere e sentire.

Usc e tirando un passo dietro l’altro, cap che in fondo quell’hangar era solo un enorme scatola rettangolare e che alzando la testa non avrebbe visto il cielo di Rino Gaetano.

Poi cominciò a pensare.”Chi avrebbe mai potuto amare un motore puzzolente, che se ti ci infili dentro per ripararlo, lui non capisce e prova a risucchiarti, arrendendosi solo davanti allo strapotere della pancia che prepotente si impone e ti salva
“la vita”. Chi avrebbe sopportato l’idea che “trentuno salvi tutti” e tu sei l’unico a non salvarti perch se l’eccellenza per puro caso si esprime a sud non importa a nessuno. E poi, alla fine, qualcuno sotto ci deve pur sempre andare. Quale uomo sano di mente si sarebbe sottoposto ad una massiccia terapia di turni anche di notte, anche nei giorni di festa, con il sole a picco e con la pioggia battente, se avesse saputo di ritrovarsi un giorno scaricato e scartato come una perla da un porco. Forse si disse chiudendo l’armadietto – quel porco aveva dimenticato che persino lui, il porco, aveva volato grazie a chi silenziosamente pesava gli aerei.”

Di gente ne aveva fatta volare, eccome.

Aveva fatto volare le vite degli altri verso l’estate, verso il trasferimento nelle citt  che danno il lavoro, verso Las Vegas, deserto di luci psichedeliche, di macchine tintinnanti, donne appariscenti e solitudini confuse nella folla.

Attraverso gli occhi di quelle persone aveva incontrato Gerusalemme, la citt  della guerra e della speranze infinite, scalato la cima delle piramidi dell’Alchimista e sfidato foreste, risalito fiumi gialli, visto le zattere del Mississipi. L’ultima volta in Argentina le strade della Poderosa gli erano sembrate impossibili da attraversare.

“Il Che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa!” bisbigliò teneramente, schioccando le dita come se avesse ritrovato una risposta ovvia. Ammirava il cuore di quel combattente e per dire addio al suo lavoro, per sopravvivere ad uno schianto assordante come quello di un aereo che precipita al suolo, lo avrebbe voluto in prestito. Quello che aveva appena pesato era stato il suo ultimo aereo. Per la prima volta ne fu pienamente consapevole e raggelò.

La tuta gli si strinse addosso come improvvisamente infeltrita ed ogni cosa intorno a lui svan di colpo. Il cuore andò giù in picchiata fino all’impatto ultimo, tremendo per poi protestare e salire fino alla gola. Voleva piangere, ma non ci riusc.

Usc dall’hangar e camminò a lungo. Arrivato al parcheggio, senza sapere perch alzò la testa e vide la luna. Era la luna di Ciaula. Per la prima volta la vide e fu come uscire dalle profondo delle viscere della terra, dall’opprimente peso della disperazione. Come un bambino che viene al mondo percep l’aria entrare nei polmoni e il pianto            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
BtnBB salire dalla gola.

Lo scoppio fu quello del tuono. Tra le lacrime trovò conforto e per lei, fulgida ed immobile nel cielo nero, intensa come un attimo che smuove persino le pietre non ebbe più paura. Piccolo in un mondo immenso, si sent più forte del Che, avvert di nuovo il cuore nel petto e si ritrovò dopo essersi perso tra le promesse degli altri, di quei potenti che annunciano miracoli, ma che lasciano dietro di s solo una scia di angoscia e dignit  calpestate. Si ritrovò come uomo buono, autentico, custode di mille ricordi e di un amore sconfinato verso ciò che aveva. Tutto ricominciava da quella notte, da uno specchio che gli aveva restituito la fantasia di sperare e dalla sua tuta bianca, bianca come luna!

I fatti e la persona citati nel racconto esistono realmente. Salvatore, l’uomo che pesava gli aerei, vive a Napoli, dirige uno studio di contabilit  ed è ancora dipendente Atitech. E’ tifoso sfegatato del Napoli e nei ritagli di tempo si prende cura del suo terrazzo. Ha una bellissima moglie e soprattutto due splendide figlie.