In scena a Napoli, dopo circa trent’anni, la rossiniana “Italiana in Algeri”. Bene precisare subito che il temporaneo esilio del San Carlo presso l’Auditorium della Rai rende necessariamente secondario, se non superfluo, ogni cenno alle scene di Nicola Rubertelli e al ritmo dell’azione, penalizzato non poco, nonostante gli abili stratagemmi della regia di Francesco Esposito.
Affresco lucido e drammatico, al di là  dell’apparente fragilità  dell’impianto, della vita coniugale e familiare, dominata sempre dalle donne, l’opera è tutta giocata su una fresca vivacità  di ritmi e di colori, che purtroppo sfuggono al direttore Bruno Campanella, eccessivamente preoccupato dall’esigenza di far “quadrare” orchestra, coro e voci.
Ne derivano tempi diluiti, ritmi poco serrati, recitativi scialbi e crescendi poco efficaci.Il “messaggio” del libretto, quell’invito a credere che “sono le mogli (…) quelle che formano i mariti”, insieme con la certezza che “a tutti, se vuole, la donna la fa”, è evidenziato dal progressivo rimbecillimento di Mustafà , aitante cascamorto, abilmente interpretato dal bravo Simone Alberghini, dotato di una presenza scenica davvero efficace e di mezzi vocali duttilissimi.
Un cenno a parte merita Marianna Pizzolato, convincente Isabella, ironica e garbata, perfettamente a suo agio nel ruolo che è stato a caro a interpreti del calibro di Marilyn Horne, Teresa Berganza, Giulietta Simionato e, più di tutte, Lucia Valentini Terrani. Altrettanto bravo il napoletano Bruno De Simone, un Taddeo esperto, maturo e davvero esemplare per doti sceniche e vocaliIl ruolo di Lindoro- musicalmente assai difficile- ha trovato nell’interpretazione di Maxim Mironov doti tecniche necessarie, ma non sufficienti per compensare le mollezze di un timbro vocale non sempre piacevole, n tanto meno consono al ruolo.
Puntuale il coro, guidato da Marco Ozbic; coeso, ma non brillante il cast: Jeannette Fischer (Elvira), Barbara Di Castri (Zulma) e Salvatore Grigoli (Haly). Dopo il ritorno di Rossini, che proprio a Napoli visse anni di grande serenità  e di straordinario slancio creativo, grazie al genio dell’impresario Domenico Barbaja, si spera ora che anche per il San Carlo inizi una stagione più florida.
I lavori di ristrutturazione- sembra- procedono regolarmente, ma tante, troppe sono le incognite, dal nome del Sovrintendente, la cui nomina slitta con imbarazzante facilità, ai prossimi cartelloni, al programma per le scuole, di cui ancora non si sa nulla, nonostante l’anno scolastico sia gi  cominciato. Se alle incognite si sommano i disagi oggettivi che il trasferimento a Fuorigrotta impone, si comprendono gli umori neri del pubblico, che esprime le sue doglianze nel foyer, per concludere con saggezza tutta napoletana con le parole di Taddeo- “a tutto m’adatto, non so più che dire”..
Comporre musica “alla maniera di…” non è certo prassi inusuale basti pensare all’Aria variata alla maniera italiana” di Bach (BWV 989) oppure alla celebre pagina di Ravel “A la manière de Borodine”.
Proprio nel Novecento che queste forme di sincretismi musicali prendono piede, sicuramente non per caso, ma per una serie di ragioni il fenomeno, che richiede ben altri approfondimenti, si spiega innanzitutto con la tendenza al recupero della musica antica, che ha portato Respighi a rileggere gli autori barocchi, Stravinskij a recuperare Pergolesi, tanto per fermarci agli esempi più noti.
Un’altra spiegazione convincente va cercata nella generale tendenza, assai diffusa nel secolo scorso, a superare le barriere, ad annullare artificiosi steccati tra generi e stili e a fare uso della contaminazione, che non si esaurisce nella mera (con)fusione di stili espressivi, ma si caratterizza per la capacità  di dare vita a forme nuove, dopo aver attinto ad altre esperienze.
A questo tema il San Carlo opportunamente ha voluto dedicare il concerto inaugurale della Stagione d’autunno. La raffinatissima bacchetta di Gian Luigi Zampieri ha aperto la stagione.Di sicuro interesse il programma, che ha presentato due Concerti grossi, uno “nello stile di Haendel”, l’altro “nello stile di Vivaldi”, composti dal musicista canadese Peter Breiner su temi delle più celebri canzoni dei Beatles. stata una piacevole sorpresa ascoltare “Penny Lane” nella forma di Minuetto o “She loves you” trattato come un concerto per violino di Vivaldi.
Bella, di grande effetto e coinvolgente l’appassionata “Tango Suite” di Astor Piazzolla, rielaborata da Zampieri stesso, che in questo brano, il secondo in ordine di esecuzione, si è esibito anche in veste di pianista, rivelando un temperamento molto deciso, una sensibilit  particolare, un tocco ora morbido, ora vigoroso, intenso sempre.
La “Ciaccona” in sol minor di Tommaso Antonio Vitali ha incontrato nel violinista Gabriele Pieranunzi un interprete che sa coniugare virtuosismo e musicalit , mostrandosi di anno in anno sempre più maturo e raffinato. Gli archi del San Carlo, guidati da Zampieri, hanno riprodotto felicemente le intenzioni del direttore.

In alto, una scena dell'”Italiana in Algeri”