Cristicchi rilegge la storia. Senza la lente dell’ideologia. Cos sembrerebbe, dato che in questo spettacolo di e con Simone Cristicchi (in foto)ricorre più volte l’enunciato Ci chiamavano fascisti eravamo italiani che è pure il titolo di un lavoro pubblicato da Mursia nel 2010 e scritto da Jan Bernas, italo-meridionalista-polacco, cuore dannunziano, occhio fotografo, anima scrittrice, giornalista e,in questa pièce, anche coautore o qualcosa di più. Al Punto Franco Vecchio del Porto di Trieste,nel Magazzino 18, giacciono da settant’anni tante suppellettili, testimoni mute di un vissuto quotidiano, che all’occhio attento dell’osservatore divengono un’umile ma inoppugnabile fonte storiografica per una microstoria dolorosa, spesso sottaciuta.
Il romano Persichetti, ligio funzionario ministeriale, fino a quel momento più attento ai numeri che alle cose, più agli oggetti che ai soggetti, viene mandato a inventariare delle suppellettili. Ma pian piano da quegli oggetti inanimati si leva animisticamente lo spirito di quelle cose che si fa testimonianza storica e invito a rispettare l’ “undicesimo” comandamento che invita a non dimenticare. 2000 metri cubi di masserizie, testimonianza terragna della speranza di ricostituire il guscio familiare, la roba che un intero popolo in fuga ha portato con s, trascinato via di colpo, strappato alla sua terra, causa prima le disastrose condizioni di pace, imposte a un’Italia che usciva sconfitta e lacerata dalla II lGuerra Mondiale.
La perdita dell’Istria e della Dalmazia. La balcanizzazione di quei territori. E un popolo intero in fuga. Esodo, pulizia etnica il titoismo “ripulisce” l’Istria della presenza italiana, considerata fascista en bloc. Il dissenso e le testimonianze scomode ingoiate nelle foibe, i grandi inghiottitoi, le caverne verticali, tipiche delle regioni carsiche e dell’Istria, comodo sepolcreto che esonerava anche dalla fatica di scavare la fossa. Gli strascichi dolorosi e fratricidi tra rossi e neri, macchiatisi entrambi di eccessi e violenze, a partire dal 1943 fino al 1956. La cecit  e il fanatismo ideologico. Accuse di fascismo come alibi per una pulizia etnica, le delusioni dei “compagni” che nei baffoni di Stalin vedevano riflesso “il Sol dell’Avvenire”, quando si videro discriminati dai compagni titoisti. Il pressapochismo massimalista di quanti riservavano sputi e offese chiunque fuggisse dall’Istria rossa non poteva essere altro che criminale, fascista, traditore rinnegato, nemico del popolo. La cecit  dell’ideologismo non consentiva di scorgere tra i fuggiaschi un gran numero di comunisti italiani perseguitati dalla pressione poliziesca del comunismo slavo, intriso di un nazionalismo non troppo diverso da quello nazista. Come se nel 1939 non ci fosse stato lo sciagurato patto tra Hitler e Stalin che si spartivano le spoglie della Polonia.

Il preambolo si rende necessario per dare ragione delle aspre polemiche e delle vibranti contestazioni riservate allo spettacolo sia dalla estrema destra che dalla estrema sinistra, accusato di essere revisionista o in mala fede per la pretesa di spacciare per semplice testimonianza di solidariet  umana e civile un vero proprio giudizio storico.
Il lupo travestito da agnello. Sorprende la fastidiosa sopravvivenza di un modo di porsi ormai anacronistico, ancora ispirato alla logica dualistica dei blocchi, come se il muro di Berlino non fosse caduto nel 1989 e l’avvento della societ  post ideologica non avesse ormai dato per scontata la tesi della equivalenza in negativo dei totalitarismi, mirabilmente stigmatizzata da Hannah Arendt gi  nel 1951. Ma si sa, prima che la coscienza intellettuale arrivi alle masse…

E veniamo ora allo spettacolo. Come in un gioco di specchi, Cristicchi si moltiplica disinvoltamente, d  prova di notevole duttilit  attoriale, passando dalla ingenuit  qualunquistica e romanesca di Persichetti al dolente narrare dello Spirito delle suppellettili, alla testimonianza gridata di chi è stato testimone diretto di ingiustizie e orrori.
Esce ed entra dai personaggi, a ciascuno dei quali è assegnato un segno distintivo, l’impermeabile, il pastrano nero, il fazzoletto rosso al collo… Parla il romanesco, il friulano, un bell’italiano. E alterna il canto alla parola, con il consueto garbo e l’apprezzabile equilibrio di chi vive l’impegno cantautoriale senza per questo piegare la musica alla noia di testi troppo intellettualistici, restando fedele alla sua cifra stilistica a quelladisarmante semplicit  che gli valse la vittoria a Sanremo nel 2007 con “Ti regalerò una rosa”.
Romano de Roma, obbiettore di coscienza, volontario in un centro di igiene mentale, sensibile da sempre ai temi della malattia mentale, dei manicomi, della emarginazione, vicino ai perdenti. Il suo passato parla per lui, ci racconta della sua sincera partecipazione emotiva alla sofferenza, che è la linfa della sua poetica musicale, semplice, onesta, immediata e di impatto melodia senza melodismi a sostegno di poche parole, pen            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
BtnBBBBRpeBPOsate, sentite l’uomo e l’arte in perfetta sintonia. Lo assecondano, il valore aggiunto del coro di voci bianche e un pregevole arrangiamento delle canzoni che ne valorizza l’unit  di tono e di stile. E ancora la presenza ormai familiare dello schermo e degli inserti filmati che aggiungono suggestioni visive, se a colori, e sapore documentario, se in bianco e nero. Non a caso Henri Cartier- Bresson " Le fotografie possono raggiungere l’eternit  attraverso un solo momento".

Misurata ed elegante la regia di Antonio Calenda. Un gradito ritorno. Quanto al testo, gli avrebbero giovato una maggiore asciuttezza, linee narrative più tese,
qualche patetismo meno insistito, qualche ripetizione in meno l’eccesso di didascalismo nuoce alla artisticit – quindici minuti in meno di spettacolo e un minore numero di finali, ai quali il pubblico ha risposto comunquesempre con applausi convinti. Pensando che fosse l’ultimo. Si replica fino al 26 ottobre.

Teatro Bellini- Via Conte di Ruvo, 14- Napoli

Orario spettacoli ore 2100 mercoled ore 1730 sabato ore 17.30 e 21
Prezzi da euro 12 a 30