Napoli e la pizza, un binomio che facilmente induce in banalit , eppure, dentro il piatto, c’è tutta la storia del costume di una citt , c’è l’antropologia del crocevia del Mediterraneo che ha adottato la focaccia di farina e acqua tanto diffusa nel sud fino all’Africa e i pomodori portati dall’America attraverso la Spagna. Arcinota, arcimangiata, rituale che divide le innumerevoli scuole di pensiero, la pizza nasce nel 700 quando proprio il pomodoro viene introdotto nella cucina napoletana.
La storia di questa prelibatezza che da Partenope si è diffusa in ogni angolo del pianeta ce la racconta Antonio Mattozzi, membro di una delle più antiche dinastie della pizza a Napoli nel suo “Una storia napoletana. Pizzerie e pizzaioli tra Sette e Ottocento” presentato questa mattina alla Biblioteca nazionale.
Il libro è edito da Slow food e il direttore della biblioteca Mauro Giancaspro coglie al volo l’occasione: “Anche noi promuoviamo la slow library, affinch non ci si limiti a fotocopiare il libri e scappare via ma ci si intrattenga per vivere la biblioteca”. Interviene anche lo storico Guido D’Agostino: “Quello di Mattozzi non è certo il primo libro che affronta il tema ma è senz’altro il primo che riesce a farlo senza cadere nel folcloristico e bozzettistico, trattando degli aspetti storici, sociali e antropologici. E’ del resto la storia non della pizza ma di chi la fa, dei pizzaioli, degli artigiani e delle dinastie familiari in cui ci si tramanda i segreti di padre in figlio”.
Giovanni Ruffa di Slow food sottolinea “la pizza appartiene senz’altro all’ambito dello slow food non solo perch per farla bene occorre tempo ma anche perch c’è attenzione a ciò che si mangia, cosa che non avviene con il consumo distratto del fast food”. E se il pomodoro degli spagnoli fu la scintilla che la fece nascere, è calzante l’intervento di Josè Vicente Quirante, direttore dell’istituto Cervantes: “Nell’era della globalizzazione, in cui il cibo del mondo tende ad assomigliarsi sempre di più, Napoli si salver  proprio grazie alle sue tradizioni”.
Mattozzi è del resto una vera istituzione in citt  e fanno sorridere i ricordi “di cucina” narrati nel libro come quello di un giovanissimo Ugo Gregoretti che negli anni ’50, ancora studente, ispirandosi allo slogan di una delle prime elezioni comunali a Napoli creò la frase “Volete una casa? Votate Capozzi. Volete una pizza? Votate Mattozzi”.

Una storia Napoletana. Pizzerie e pizzaioli tra Sette e Ottocento” di Antonio Mattozzi, Ed. Slow food (13,50 euro)

Nelle immagini la presentazione del libro con Mauro Giancaspro, Guido D’Agostino, Antonio Mattozzi, Ugo Gregoretti e il pizzaiolo Enzo Coccia, nuovo guru napoletano della pizza