1984. L’indimenticabile e indimenticato Amadeus di Milos Forman e i suoi meritatissimi 8 Oscar. Una sontuosa trasposizione in chiave filmica della gelosia che rode Antonio Salieri (1750-1825), musicista di origine italiana trapiantato a Vienna, attivo in et  teresiana e giuseppina nella capitale dell’impero austro-ungarico; compositore e didatta di tradizione classica, autore prolifico di musica vocale e strumentale. La sua fu un’arte ricca di strumentazione, per quanto non molto originale nel carattere, ma sempre decorosa. Una vita non priva di riconoscimenti, come attestano i numerosi incarichi ottenuti a corte e presso i teatri, soltanto gli ultimi quattro anni di vita offuscati dalle tenebre della follia e dall’ossessione del genio mozartiano. Del tutto infondata la voce diffusasi nell’Ottocento di un presunto veneficio ai danni di Mozart. Sul quale è giocata invece la fortunata pièce teatrale di Peter Shaffer, messa in scena sui più importanti palcoscenici internazionali. Ancora una volta la vicenda del rapporto asimmetrico tra i due musicisti nella versione di Masolino D’Amico e la regia di Alberto Giusta.
Incommensurabili le possibilit  espressive e le risorse del cinema rispetto a quelle teatrali. Eppure, in quel cubo magico, la cui quarta parete è costituita dal pubblico, possono nascere e scatenarsi grandi emozioni che il carattere unico e irripetibile dell’occorrenza teatrale rinnova ogni sera mescolando ripetizione e novit  nel contatto vivo e diretto tra spettatori e attori, che volteggiano senza rete, privi della possibilit  di ripetere una scena o una battuta mal riuscita. Ebbene lo scatto compensatorio in questo allestimento non c’è stato. Non pretendevamo certo le sontuosit  di Amadeus, ma un ruolo protagonistico la musica avrebbe potuto averlo e non l’ha avuto.
L’allestimento scenico, privo della magia surrogatoria delle nuove tecniche illuministiche è tradizionale e alquanto anonimo. Decorosi i costumi. Difficile in questa condizione esprimere adeguatamente i segni del Settecento. Ma il limite maggiore è nella lettura di D’Amico, nome pur prestigioso e di rilievo che, costretto probabilmente anche dalle angustie di budget che limitano non poco le possibilit  di rappresentazione, ha dato alla storia (Salieri vecchio, flashback e via con la narrazione) un carattere fortemente episodico e non sempre attento alla cronologia, come se contasse troppo sulla conoscenze degli spettatori e sulle loro possibilit  di riempire i numerosi spazi bianchi che non danno ragione della complessa personalit  di Mozart, preferendo spostare il focus sul dramma interiore di Salieri, peraltro reso egregiamente e con magistero sicuro da Tullio Solenghi, con una punta di eccellenza nella sarcastica preghiera-invettiva che il musicista rivolge a Dio per non avergli elargito il dono della genialit .
Meno ricco di spessore il Mozart del pur bravo Aldo Ottobrino, troppo vicino, anche per la parrucca alquanto scomposta, alla caratterizzazione che Tom Hulce diede al personaggio nella fortunata versione filmica. Uno spettacolo troppo parlato che non lascia il segno.

In foto, una scena dello spettacolo

Repliche fino al 7 dicembre
Questi gli orari
3 e 4 dicembre ore 17; 5 dicembre ore 21; 6 dicembre ore 19; 7 dicembre ore 18

Per saperne di più
www.teatrostabilenapoli.it