“All’ombra della grande fabbrica” (Cicorivolta edizioni) è un libro di tutti. Nato dalla sensibilit  e dall’esperienza di Gennaro Morra, giovane scrittore napoletano, diversamente abile, si divincola fin da subito da ogni propriet  emotiva e personale, riuscendo a diventare specchio della vita di ogni lettore, specialmente napoletano.

La storia è un canto realistico a più voci, che si staglia lungo le pareti ed il cielo rosso della Novasider, fabbrica siderurgica, mostruoso castello di ciminiere sbuffanti esalazioni di morte e vita.
Da un enorme bolla d’aria irrespirabile le vite di Stefano, Marco, Franco, Dina, Gennaro, Francesca, Silvia, Claudia ed altri si incontrano, si urtano, si abbracciano, si dividono mentre guardano verso un futuro incerto a tratti spaventoso, a tratti pieno di speranza.

“Vado a morire” pensa Stefano prima di sottoporsi ad un’ennesima seduta di chemio.
Il suo corpo trema per la tetra-paresi e l’ago deve impegnarsi un po’ per raggiungere il braccio ed inchiodare il ragazzo ad ore di nausea e vomito.
Stefano va a morire, ma sa che dopo tre giorni torner  a vivere. Non si lascia condizionare dall’handicap e dalla malattia, trovando nell’amicizia, nell’ironia, nell’amore per Marina le leve per resistere quotidianamente.

Marco aspira a diventare “uomo”, forte delle sue opinioni ecologiste, della voglia di guarire il mondo dall’inquinamento che divora senza sconti la vita della gente, fino alla morte.

Franco, il padre di Marco, è un casco giallo, un operaio da sempre. Dina è da sempre la moglie di un operaio.

La grande fabbrica attira a s inevitabilmente ogni cosa ed ogni persona, fagocitandone l’esistenza.
La sirena richiama al lavoro da quasi cento anni i padri, i figli, i figli dei figli, ma dall’Europa arriva l’ordine di chiudere i battenti, di tagliare definitivamente il ciclo di produzione.

“Io speravo di far entrare Marco. Ho sempre pensato che dopo di me sarebbe toccato a lui” dice Franco alla moglie, impietrito davanti alle prospettive di cassa integrazione e prepensionamento, ripensando alla sua fabbrica come ad un castello turrito.

Alle spalle di Franco e degli operai che manifestano perch la Novasider non venga smantellata, il corteo di gente che rivendica diritti davanti alla grande fabbrica si allunga di centinaia di persone. Fra queste c’è Marco, che tuona tutta la sua giovane et  contro quella fabbrica, “paragonandola ad un tumore nello stomaco del quartiere”. Pensa a Stefano, alla causa della sua malattia, ad Alfredino, alla vicina di casa a tutti quelli che dal vulcano industriale avevano attinto dolore e morte. Pensa a Nisida che “è un’isola e nessuno lo sa”, allo splendore di un arco naturale tagliato al centro da un mostro a più teste.

La grande fabbrica diventa una sorta di campo magnetico a cui tutti guardano mentre si trasforma da produttrice in serie di futuro a fucina di cancro in base alla prospettiva di chi osserva
Poi “l’avevano tirata giù”. Insieme alla Novasider si sgretolano quelle esistenze che le si erano strette intorno. La famiglia, pensata e costruita sul suono della sirena e sulle divise da operaio, scompare cos come altre vite raggiunte, anche a distanza di tempo, dall’ago della chemio. “All’ombra della grande fabbrica” si chiude, aprendosi come uno scrigno di possibilit . Possibilit  di immedesimarsi nella lotta tra padri e figli, nella forza di un giovane uomo capace di superare la malattia attraverso la voglia di vivere, nelle discriminazioni, nel desiderio di una normalit  di cui accettare le anomalie, ma soprattutto nel diritto alla vita ed alla dignit .

Nelle parole di Gennaro Morra non c’è commiserazione per nessuno, ma desiderio di dialogo vero, di incontro tra tutte le diversit .

Le pagine ripercorrono vicende comuni ed attuali, integralmente umane, in cui ritrovare qualcosa di proprio.
Quest’opera prima, nata dopo una serie di articoli pubblicati su “La Repubblica” e battistrada ad un sito (www.gennaromorra.com) in cui l’autore racconta le sue passioni, il lavoro che svolge, offrendo a tanti disabili un riferimento, denuncia un sistema incapace di accogliere le istanze naturali ed imprescindibili delle persone, di essere base solida su cui costruire il futuro di tutti.

Segue l’intervista all’autore

Morra: "Italsider, lavoro e veleno"

Come è nato "All’ombra della grande fabbrica”?
“Nel gennaio 2005 scrissi per Repubblica Napoli un articolo in cui raccontavo il mio stupore, vissuto molti anni prima, di fronte allo spettacolo di uno spicchio di mare che potevo finalmente intravedere dalla finestra della mia stanza dopo l’abbattimento dell’Italsider. Sono partito da quella scena per ricordare gli anni in cui la fabbrica era attiva e inquinava l’aria e il territorio che abitavo, provocando gravi danni alla popolazione. Io stesso ho dovuto sconfiggere un linfoma all’et  di 17 anni, come testimoniavo nell’articolo. Da quel pezzo nacque poi un racconto di 60 pagine che presentai a un concorso per autori emergenti. Il concorso andò male, allo            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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Cos’è "la grande fabbrica”?
“E’ una fabbrica siderurgica come l’Italsider che è stata attiva per cento anni a Napoli, nel quartiere Bagnoli; ma potrebbe essere l’Ilva di Genova, chiusa nel 2005, o quella di Taranto, a tutt’oggi attiva, al centro di polemiche e proteste da parte degli abitanti del quartiere Tamburri, dove viene emessa il 92% della diossina totale presente su tutto il territorio italiano, mentre il mercurio sversato in acqua e nell’aria è pari a due tonnellate. Dati agghiaccianti”.

Tra un autore e la propria opera c’è sempre un rapporto filiale. Che tipo di relazione si è instaurata tra te ed il tuo libro?
“Quando si pubblica per un piccolo editore, tra l’altro un po’ distante dalla citt  dove si vive (io sto a Napoli, mentre Cicorivolta ha sede a Massa Carrara) all’autore tocca anche impegnarsi nella promozione del libro. Non arrivo a dire che si diventa venditore porta a porta della propria opera, ma si cerca in ogni modo di far sapere al mondo che hai pubblicato un romanzo; anche col rischio di diventare petulanti e fastidiosi. Devo dire che fin ora sono soddisfatto del lavoro svolto in questo senso e sono contento di ricevere riscontri positivi da lettori di diversa estrazione culturale e sociale. Gi  questo è un grande successo”.

La condizione dei disabili ti sta molto a cuore. Non credi che "All’ombra della grande fabbrica" descriva non solo la disabilit  propriamente fisica, ma anche emotiva, sociale, spirituale, urbana.
“La disabilit  è una condizione di vita, come lo è quella del carcerato, dell’ammalato, del precario o del figlio di pap  sfondato di soldi. Credo sia ovvio che in una narrazione proposta da una persona che vive una particolare esistenza emergano sfumature e prospettive contestuali a quel vissuto. Io vedo il mondo da una carrozzina ed è in questa prospettiva e con queste sfumature che lo racconto. Forse per questo in questa storia sono esaltate le difficolt  e le contraddizioni”.

Per quanto sia duro lo scontro tra i protagonisti dal racconto non emerge alcun giudizio. Tutte le posizioni e le dinamiche sono chiaramente espresse senza dar adito a nessuno schieramento e a nessun cedimento emotivo. In questo modo per il lettore è molto facile immedesimarsi in ogni personaggio. E’ una semplice scelta stilistica o qualcosa di più?
“L’idea di fondo da cui sono partito per scrivere prima il racconto e poi il romanzo era quella di mettere in luce la doppia valenza che ha avuto la fabbrica per Bagnoli. Da un lato, era fonte di guadagno e sostentamento per migliaia di famiglie, dall’altro avvelenava e uccideva. Io ho cercato di presentare le due prospettive, dando ai vari personaggi che ne difendevano le ragioni la possibilit  di dire la loro e cercando di non fare preferenze, volendo bene a tutti allo stesso modo, ma senza nascondere le loro contraddizioni. Forse solo per Stefano ho avuto un occhio di riguardo”.

Che cosa sono per te la sofferenza ed il riscatto ed in che modo hai tentato di descriverli nel tuo libro.
“Credo che la vita sia una naturale alternanza di cicli positivi e negativi. Mentre si vive una fase positiva si deve tener presente che le cose non andranno bene per sempre. Allo stesso modo, quando sembra che tutto vada storto, devi essere paziente e aspettare che il vento cambi. Questa consapevolezza, unita all’ironia, può aiutarti a non annaspare nei momenti di crisi e a non esaltarti quando la vita ti sorride. Nel libro quasi tutti i personaggi vivono una fase negativa della propria vita, soprattutto Stefano, che affronta la malattia con pazienza e ironia, sicuro di poter uscire vivo da un’esperienza particolarmente dura e negativa. E alla fine ci riesce non senza sofferenza, ma con molta dignit  e senza esultare troppo”.

Poco dopo aver scritto il libro hai anche inaugurato un tuo sito internet. Ce ne parleresti?
“La mia professione principale è quella di webmaster e, come scrivo nella home page, era una vergogna che uno che costruisce siti per gli altri non ne avesse uno proprio. Dopo l’uscita del libro, mi sono messo all’opera perch il web è il mezzo di comunicazione con il rapporto efficacia/costo migliore rispetto ad altri media. Anche per il sito sto ricevendo riscontri molto positivi e ne sono contento”.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro.
“Portare il libro alla ribalta nazionale e gettare le basi per un nuovo romanzo. L’idea gi  c’è. Vedremo…”.

In foto, l’autore