Vulcanica, selvaggia e ventosa. E’ l’isola di Pantelleria, che affascina i visitatori per la straordinaria bellezza dei suoi paesaggi e si arricchisce d’attrattiva per le sue numerose testimonianze archeologiche, che documentano lo sviluppo di un fiorente commercio marittimo con le aree del Mediterraneo centro-meridionale (isola di Creta e delta del Nilo) gi  a partire dalla prima met  del II millennio a.C. Ubicata quasi al centro del canale di Sicilia, luogo di frontiera, interfaccia capace di promuovere scambi e comunicazioni fra civilt  e culture diverse, Pantelleria gioca una ruolo strategico nel contesto mediterraneo. Questi tratti distintivi ne fanno un sito di notevole interesse per la ricerca scientifica, tanto che nel 2004 il direttore del servizio archeologico di Trapani ha affidato al Cem, centro interistituzionale euromediterraneo per i beni culturali dell’Universit  Suor Orsola Benincasa, un progetto di scavo in collaborazione con l’Ateneo di Bologna, con la Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, con enti locali e stranieri. Nei periodi estivi si sono succedute varie campagne di scavo che hanno interessato il villaggio preistorico di Mursa, sulle orme di Paolo Orsi che agli inizi dell’Ottocento cominciò a scavare quest’insediamento.
La missione archeologica, coordinata da Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare della Regione Sicilia, e da Massimiliano Marazzi, direttore del Cem, entrambi docenti al Suor Orsola, ha visto la continuazione dello scavo dell’abitato e si è concentrata sulla rilevazione topografica e architettonica delle monumentali tombe, denominate “sesi” nel dialetto locale, in particolare del cosiddetto Sese Rosso per il colore che ne assumono le pietre al tramonto.
Ne parliamo con Massimiliano Marazzi, professore ordinario di Civilt  dell’Egeo e dell’Anatolia.
Quali sono stati gli interventi sul Sese Rosso?
La missione di quest’anno ha proseguito lo scavo sistematico del Sese Rosso, un nuraghe, che rischiava di diventare preda dei tombaroli, con corridoi d’accesso alla cella funeraria centrale, tuttora inviolata. Uno dei corridoi ha restituito nella loro giacitura originaria, vasellame per i rituali connessi all’inumazione del defunto e resti dei sacrifici offerti, soprattuttto di volatili che saranno studiati dai ricercatori dei laboratori di Scienze applicate all’archeologia del Suor Orsola. Gi  lo scorso anno una delle celle ha restituito due perle di collana in cristallo di rocca. Per ora siamo fermi alla cella.
Qual è il ruolo degli studenti nella missione?
Questa è una missione di carattere scientifico e didattico, pertanto gli studenti dei corsi di laurea triennale e specialistica del Suor Orsola, nonch della Scuola di specializzazione in Beni archeologici, sotto la direzione di un’ quipe di studiosi, partecipano per circa due, tre settimane tra luglio e settembre alle attivit  su cantiere, in collaborazione con i colleghi dell’Ateneo di Bologna.
Soggiornano nelle strutture adibite all’accoglienza messe a disposizione dal Comune dell’isola e, grazie all’esperienza maturata sul campo, acquisiscono crediti formativi e arricchiscono il loro curriculum studiorum. Gli studenti degli Atenei di Napoli e di Bologna operano nell’insediamento preistorico, invece quelli delle Universit  della Basilicata e di Tuebingen sono concentrati sull’acropoli.
Il Cem, che lei dirige, è impegnato in altri progetti?
Il Centro interistituzionale euromediterraneo per i beni culturali del Suor Orsola Benincasa è sorto nel 2004 per la diffusione nei paesi del Mediterraneo del know-how delle Istituzioni e delle Pmi campane nel settore delle tecnologie applicate ai beni culturali. Un esempio è la ricostruzione tridimensionale del Sese Rosso, nonch dell’intera area di Mursia, con la conseguente diffusione nel Web della conoscenza dell’isola. Ulteriori progetti hanno coinvolto altri paesi dell’area euromediterranea quali la Grecia( Creta e isole), Tunisia, Marocco, Libia, Turchia. Di particolare interesse è il programma di intervento a Creta, sul sito di Monastiraki, che cronologicamente è affine a quello pantesco, nel comprensorio della Valle di Amari, ove sorger  un parco archeologico. D’altra parte ,alla missione nell’isola di Pantelleria si collegano le ricerche che l’Ateneo da anni conduce sull’isola di Vivara, d’intesa con la soprintendenza archeologica di Napoli e del Comune di Procida, inserita nelle rotte di navigazione e di traffici che toccavano l’isola di Pantelleria negli stessi secoli.
La missione a Pantelleria riprender  il prossimo anno?
Certamente, proseguir  con lo scavo della cella centrale e vedr  la partecipazione di allievi preparati e motivati.

In alto e in basso, scatti della missione