Il microcosmo familiare, nucleo della drammaturgia di Eduardo De Filippo, in una delle sue varianti più famose, Natale in casa Cupiello, rivisitato o meglio destrutturato da Fausto Russo Alesi, interprete unico, direttore di se stesso e autore di una originale riscrittura scenica, che innerva nell’ edizione in tre atti del 1943 le linee tese, nervose ed essenziali dei modi contemporanei di rappresentazione teatrale. Una audace quanto felice operazione di sottrazione che esaspera e scarnifica gli elementi portanti del genere naturalista. Una operazione di rottura introdotta proprio in uno dei suoi testi più rappresentativi nell’ambito della tradizione napoletana di teatro ambientazione e copione realistici, recitazione naturale e situazioni quotidiane, nel mondo di Eduardo, sovraccariche di malinconia e grondanti i vissuti di gente comune, che invitano il pubblico a una immediata identificazione.
Paradossalmente l’operazione non tradisce la napoletanit  di Eduardo, intrisa di filosofia segnata da note tragiche e amare, anzi la esalta, mette in evidenza le valenze ricorsive e universali di un mal di vivere, di dolorosa attualit  nel clima di travaglio esistenziale che caratterizza la contemporaneit . Con Russo Alesi, la carne cu a pummarola si fa ragù.
La tragicommedia con il carico delle inquietudini interiori dei suoi protagonisti rivivono concentrati in un corpo e in una voce sola, capaci di passare in rivista e rapida disinvoltura la solitudine straniata e autoreferenziale di Lucariello, il petulante buon senso cantilenante di Concetta sua moglie una affettuosa citazione della recitazione di Pupella Maggio?- Il capriccioso remare contro del figlio Tommasino l’irrequietezza della figlia Ninuccia, i diversi modi di porsi del marito e dell’amante di lei, grazie all’uso flessibile e talentuoso della voce, ricca di sfumatura timbriche, e di registri, della gestualit , dei movimenti del corpo, spesso piegato, quasi a connotare visivamente il peso della vita. Scenografia minimale e priva di scena, un solo praticabile, grazie al quale l’azione si svolge su due piani.
Pochi gli oggetti ma di alto valore simbolico un casco da lavoro che il personaggio calza a inizio e a fine spettacolo per proteggersi dalle macerie di una casa in rovina; un lampadario sbilenco da “dopo Pompei”, lampi più che luce, nei momenti di maggiore tensione drammatica; uno sgabello, una tazzina di caffè, pochi assi che precipitano per presepe che va in rovina. Una rappresentazione antinaturalistica, metaforica, essenziale, a tratti onirica, quando la mano del narratore, traccia per aria col fumo i segni di una scena tradizionale che non c’è. Essenziali ed efficaci i commenti musicali un ondeggiante motivo da filastrocca infantile che traduce musicalmente l’infantilismo sognante di Lucariello e dominanze percussive nei momenti in cui il dramma incalza.
Applausi convinti e insistiti. Si replica al Teatro Nuovo di Napoli fino a domenica 3 novembre

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In foto, il protagonista in scena (scatto di Masiar Pasquali)