Visto d’inverno, con la coltre di neve che si posa tra i block del campo grande, le esili stalattiti che pendono dai tetti delle stalle trasformate in dormitoi e gli strani giochi geometrici tracciati dal freddo glaciale sulle vetrate delle baracche, il campo di Auschwitz assume un aspetto spettrale. Quasi sinistro.
LE OMBRE DI AUSCHWITZ
Il bianco riverbera strane luci. Le temperature polari gelano anche i pensieri. E le ombre si plasmano, al calare della sera, proiettate dalla luce esile delle fotoelettriche, stagliandosi sul legno scuro degli edifici allineati con teutonica precisione.
L’alta tensione non corre più lungo il filo spinato che cinge, come in una morsa, l’antico campo di concentramento costruito alle porte di Cracovia. Nessuno più morir , fulminato, nel vano tentativo di superare le recinzioni. Nessuno più cadr , stecchito, nel folle tentativo di riguadagnare la libert . E i cartelli raffiguranti orridi teschi che urlano "Halt!", quelli con la scritta in rosso "Vorsicht" solcata dal simbolo della saetta parlano, ormai, soltanto alle coscienze. Eppure la paura ti assale lo stesso e quasi hai timore di avvicinarti a quei pezzi di ferro su cui penzolarono, come stracci, decine e decine di sventurati che preferirono quella fine ai veleni delle camere a gas.
FANTASMI DEL MATTATOIO
Dall’alto della torre di guardia sotto la cui volta entravano, sbuffando e sferragliando, i vagoni di Hitler, il lager sembra quasi rianimarsi. E’ solo suggestione, d’accordo. Ma un groppo ti assale alla gola. E ti sembra di vederli i fantasmi del mattatoio. Le urla dei kapò, i cani delle SS. Le famiglie separate appena scese dai vagoni in cui avevano viaggiato per giorni e giorni, stipate come bestie pianti di terrore, urla. Abbracci disperati. Gli uomini di qua, le donne di l . Il frustino delle guardie si abbatte su una esile figura che, da terra, tende le braccia. E’ un attimo. Il crepitio della mitragliatrice mette tutto a tacere. Qui dentro, secondo i documenti e le testimonianze prodotti al processo di Norimberga, fu sterminato quasi un milione di persone. In prevalenza ebrei. Era per loro che i nazisti avevano concepito il sistema dei campi. Per i figli di Israele. Occorreva tradurre in pratica quando deciso durante la conferenza di Wansee, sobborgo di Berlino in cui, nel gennaio del 1942, le alte sfere del partito nazista avevano deciso la sorte del “problema ebraico”, innescando la fase più brutale della Shoah, l’Olocausto dei figli di David. Per quella data ad Auschwitz era gi  entrato in funzione il secondi grande complesso di Birkenau, il più grande e terrificante di tutti i campi costruiti dai tedeschi nei territori conquistati dalla Wermacht.
Sfilavano davanti a una commissione medica i deportati. Nudi, anche d’inverno. I sani a lavorare, schiavi al servizio del Terzo Reich. I malati messi da parte. Inutili perch inabili. E dunque destinati alla soppressione.
Finivano stipati in casermoni blindati. Finti bagni. Dalle cui grate, al posto dell’acqua delle docce, filtrava un potente gas mortale il Zyclon B. Cristalli liquidi che al contatto con l’aria vaporizzavano, uccidendo dopo un quarto d’ora di interminabile agonia, giovani, vecchi e bambini. Perch le SS non facevano differenze.
Era il morbo ebraico quello che i boia con la croce uncinata scolpita sulle mostrine volevano sradicare dalla faccia della terra. L’etnia di Israele. Che anche in un bambino di pochi anni poteva proliferare se lasciato, inavvertitamente, in vita. Ogni ebreo era un potenziale nemico della razza. E dunque, andava eliminato.
Semplicemente sradicato sul nascere. Anche se aveva combattuto per la Germania durante la Prima Guerra Mondiale. Anche se era un onesto e fedele tedesco e magari, per assurdo, aveva pure simpatizzato per la causa nazista preferendola nel segreto dell’urna. Hitler lo aveva scritto a chiare lettere nel Mein Kampf. Tutti, dunque, sapevano. Ma quanti credono sia possibile realizzare il male assoluto, sia pure gridato ai quattro venti? Una volta al potere, il caporale austriaco avrebbe smentito tutti, dimostrando non solo che ciò era possibile, ma che addirittura lo sterminio di massa era praticabile.IL PERICOLO DELLA GERMANIA
Hitler voleva regolare i conti con quelli che credeva il vero e unico pericolo della Germania. Causa di tutti i lutti e della infamante sconfitta rimediata dalle truppe del kaiser nella Grande Guerra. E non badò a spese per realizzare il suo folle progetto organizzando una efficiente fabbrica della morte, con campi di sterminio disseminati ai quattro angoli del Reich. Alla fine quasi 6 milioni di ebrei furono sacrificati alla follia del dittatore nazista. Sterminio di massa è stato definito. Olocausto. Ma forse genocidio è il termine più corretto. Perch furono i geni di una razza quelli che i nazisti avrebbero voluto eliminare per sempre.
Morivano gli hftling, i prigionieri. Fucilati, impiccati, gasati. Di stenti e fame. Ebrei, ma anche omosessuali, testimoni di Geova, zingari, oppositori politici. E i            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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La famigerata scritta “Arbeit macht frei” che sovrastava la cancellata d’ingresso di Auschwitz era solo una macabra illusione. Folle speranza di vita offerta a prigionieri. Gi  condannati. Il lavoro, infatti, non rendeva liberi. Uccideva, semmai. Oppure portava alla consunzione fisica. E quindi alle camere a gas. L’unico modo per lasciare il lager, veniva riferito ai prigionieri dalle zelanti guardie del campo, era dal camino. Attraverso il fumo delle ciminiere, un’immagine che avrebbe accompagnato per sempre i superstiti, tormentandoli fino agli ultimi giorni di vita.
Vecchia caserma dell’esercito polacco di Oswiecim, il primo campo di Auschitz, entrato in funzione nel giugno del 1940, era troppo piccolo per contenere gli schiavi del Reich. Nonostante i suoi limiti, tuttavia, nella camera a gas ricavata dal vecchio obitorio furono eliminate almeno 70mila persone, in prevalenza intellettuali polacchi e prigionieri di guerra sovietici. I loro volti, immortalati in una galleria di foto in bianco e nero, ancora oggi guardano quanti si recano in visita nel lager, quasi ammonendoli. Esortandoli a non dimenticare.
PADRE MARIANO KOLBE
I loro ricordi sono stipati nelle camerate trasformate in museo stampelle, valigie, pennelli da barba, scarpe, bambole, occhiali. Ognuno di quegli oggetti racconta una storia, testimionia una vita. Stralci di vissuto familiare strappati alla madre terra nel più barbaro dei modi.
Tra quanti perirono nelle segrete di Auschwitz ci fu anche padre Mariano Kolbe, poi innalzato agli onori degli altari da papa Giovanni Paolo II.
Per eliminare le "pecche" del campo madre e innalzare i livelli del massacro i nazisti decisero di costruire un secondo e più grande lager. Rasero, allora, al suolo un vecchio villaggio, ne allontanarono tutti gli abitanti. E sulla sterile e fredda pianura di Brezinka, a circa tre chilometri dallo Stammlager (campo principale) di Oswiecim, innalzarono, in fila indiana, decine e decine di casermoni in cui stiparono i nuovi deportati. Nacque cos, in un freddo giorno di dicembre del 1941, il Vernichtungslager (campo di sterminio) di Birkenau, il più esteso konzentrationslager dell’intero sistema concentrazionario nazista.
La nuova fabbrica di sterminio, modello di efficienza nel campo degli eccidi di massa, preso a esempio da tutti i comandanti di lager dell’universo hitleriano, arrivò a contare fino a oltre 100.000 prigionieri contemporaneamente presenti. E’ qui che ancora oggi la morte può essere toccata con mano. E’ qui, a Birkenau, che ancora oggi i livelli raggiunti dalla crudelt  dell’uomo sono visibili e assumono tutta la loro macabra e lucida follia. Qui, nelle macerie dei crematoi, fatti saltare in aria dai tedeschi in fuga. Qui, in quello che un tempo era un ridente laghetto, poi trasformato in putride palude dalle tonnellate di ceneri che vi venivano sversate. Qui, nei binari spenti che trasportarono migliaia e migliaia di esseri umani alle docce di Zyclon B.
I fantasmi di Auschwitz-Birkenau vivono ancora l, alle porte di Cracovia. Infreddoliti e stanchi. Morti viventi. Laceri e consunti. Racchiusi in esili pigiami di tela a strisce, camminano in fila indiana, ognuno posando il piede nell’orma lasciata dal compagno di sventura. Camminavano cos i morti di Auschwitz, assumendo quella andatura strana e caracollante che ne definiva quasi lo status di amebe umane. Camminano ancora oggi cos, con passo stanco, nella nostra memoria. Interrogandoci e chiedendoci dov’era Dio quando altri uomini ne decretavano la cancellazione con un semplice gesto della testa. Gli abili di qua, gli inabili di l . Freddo e commovente ricordo di una pagina di assurda storia sfogliata mille e mille volte. Affinch quanto accaduto quasi settant’anni fa non si ripeta mai più.

*Giornalista e scrittore, autore del libro “L’ultimo brigante del sud. Storia della banda Pilone”, Spazio creativi edizioni, Napoil2011, pagg. 152, euro 13, 90

In foto (di Gabriele Scarpa), l’ingresso del campo di Auschwitz