Rapportarsi correttamente a chi non possiede piene funzioni fisiche. Imparare a riconoscerne  le doti. Sviluppare nuove forme di dialogo. Su queste linee guida apre la conferenza «no boundaries» Anna De Meo, docente di didattica delle lingue moderne all’università l’Orientale di Napoli.
Al centro dell’incontro che si è tenuto  a palazzo Du Mesnil, soluzioni e prospettive di inclusione che possano migliorare la vita quotidiana e incentivi per ottimizzare l’apprendimento delle persone con disabilità.
Con De Meo, sono intervenuti Daniele Fedeli, Alessandro Pepino e Paolo Valerio, docenti dell’Università degli Studi di Udine e della Federico II, e Elizabeth Mahenge, docente di lingua swahili dell’università Dar el Salaam in Tanzania.
Ospite speciale,  Kwamena Dadzie-Dennis, segretario esecutivo del consiglio nazionale per le persone con disabilità in Ghana (NCPD), che ha illustrato le leggi in vigore che  tutelano a pieno le persone colpite da disabilità.
Gaetano Manfredi, rettore della Federico II, sottolinea la scarsa attenzione degli atenei agli studenti disabili.  «Ogni intervento fatto in favore di una persona disabile ha un effetto su tutta la popolazione. Bisogna puntare su una sinapsi dei servizi, cercando di far collaborare molti più delegati delle varie università per aumentare i benefici degli studenti».
Marisa Pavone, presidente Cnudd dell’Università di Torino, pone l’attenzione sull’approccio quasi esclusivamente emergenziale degli atenei sulla questione, e delinea le intenzioni progettuali del Cnudd per i prossimi anni. I progetti prevedono una maggiore accessibilità per gli studenti con disabilità ai libri di testo, più efficaci orientamenti universitari e monitoraggi delle carriere, dato che il trend di avviamento al lavoro di questi studenti continua a rimanere negativo.
Il covegno è stato coordinato da Claudio Arrigoni, giornalista del Corriere della sera e corrispondente per le Paralimpiadi di Rio 2016, e da Sergio Baldi, delegato del rettore alla disabilità e DSA dal 2001 al 2016.
Arrigoni si sofferma sul linguaggio da utilizzare, scrivendo o parlando delle persone disabili.  «Il rischio è la discriminazione. E’ necessario abituare il pubblico a una nuova cultura linguistica per  far comprendere quanto le parole abbiano potere. La lingua è in continua evoluzione e non si devono  più definire gli altri in base a una loro caratteristica. A proposito di chi non  ha   la vista,  per esempio, è corretto dire persona  cieca e non un cieco. Così  gli si dà la dignità di esistenza e vita».

 

Per saperne di più

http://www.unior.it/didattica/1422/2/diversamente-abili.html