Le voci dei venditori di Napoli, i loro richiami maliziosi e i loro lamenti per attirare l’attenzione dei clienti nei vicoli e nelle piazze della citt . ” O mellone chino e fuoco” (Kairòs Edizioni, pagg.293, euro 14) è un gustoso e approfondito studio sui venditori ambulanti napoletani, figure centrali nel racconto sulla vecchia Napoli e cuori pulsanti della tradizione partenopea. L’autore del libro, Luciano Galassi, dopo aver scritto alcuni saggi sulle tradizioni partenopee ha realizzato una raccolta completa di tutte le figure di venditori di generi alimentari per i quali siano stati reperiti materiali documentali nel corso degli anni.

Dal “carnacuttaro” al “purpaiolo”, dal venditore di pizze fritte al “cerasaro”, dall’acquaiolo al “castagnaro”, il libro descrive ciascun personaggio con dovizia di particolari: l’abbigliamento, le tecniche di vendita, le caratteristiche di ciascun alimento e le frasi più ricorrenti urlate nei vicoli della citt . La narrazione orale e le foto d’epoca si fondono, nelle pagine del libro, con gli scritti di letterati napoletani e stranieri, affascinati da queste figure di giovani popolani incontrati per strada. Tra i tanti racconti, spicca quello di Alexandre Dumas padre, che nel corso di un soggiorno napoletano aveva annotato: “Nulla è più allettante, sotto questo clima torrido, che la bottega dell’acquafrescaio, con la sua tettoia di frasche, le sue frange di limoni, i due barilotti oscillanti pieni d’acqua diaccia”.

“O mellone chino e fuoco” è un prezioso ritratto della Napoli d’epoca, un viaggio attraverso i suoni e gli odori della citt  nei diversi quartieri e periodi storici. Nel libro l’attenzione per la ricchezza linguistica partenopea si fonde con la vitalit  che sprigionava dai vicoli di Napoli, in un affresco pieno di saggezza popolare.

La miscela di furberia, avidit  e incredulit  che si leggeva nei visi dei pescivendoli ambulanti, la cantilena urlata dai fruttivendoli mentre sollevavano dal capo la loro sporta, la dolce melodia con cui i venditori di ciliegie decantavano la bont  del loro frutto: ciascuna descrizione contribuisce a ricostruire una panorama cittadino che oggi è andato quasi del tutto scomparendo.

Tra le tante curiosit  che riempiono il libro, un particolare spazio viene riservato alle frasi con cui i venditori avvicinavano i clienti per offrire la loro merce. Cos il venditore di angurie svegliava di buon mattino i clienti: “Iammo! Cu’ poche lire magne, bive, te lave a faccia e te scite ampresso a mattina!”.

Le voci ambulanti di Galassi

Luciano Galassi, napoletano, manager a riposo, è un appassionato di letteratura e lingua napoletana. docente alla Libera universit  della terza et  della Campania, collabora con mensili e riviste on-line, inoltre è un amante dei giochi di parole e da anni è collaboratore esterno de “La Settimana Enigmistica”. Con le Edizioni Kairòs ha gi  pubblicato Wellerismi napoletani e SIGMA PIU’, di donne gatti ed altri misteri.

Quanto lavoro di ricerca c’è dietro questo libro?

“C’è un lavoro di ricerca lungo ed intenso, come testimonia l’ampia bibliografia in calce alla trattazione. Ho impiegato anni per raccogliere ed ordinare tutto il materiale che ho poi utilizzato per la stesura definitiva, ma si è trattato di una fatica sorretta sempre da una grande passione e dalla voglia di conservare il vasto giacimento dialettale presente nelle voci’ dei venditori che smerciavano per le strade, le piazze e i vicoli di Napoli.”

La narrazione orale è ancora oggi uno strumento essenziale per raccontare la lingua napoletana?

“La narrazione orale è ancora e sempre uno strumento fondamentale, direi indispensabile, per raccontare in maniera corretta e tendenzialmente completa quella che con acconcia espressione viene definita la “lingua” napoletana. Il perch è presto detto: non tutto, per forza di cose, viene registrato e messo per iscritto, per cui ci sar  sempre qualcuno che avr  da raccontare qualcosa di inedito attingendo a quanto ascoltato in ambiti rimasti fuori da pur accurate indagini.”

I venditori ambulanti erano figure molto familiari nelle strade e nelle piazze della vecchia Napoli. Col passare del tempo come è cambiato il loro ruolo nella vita della citt ?

“Una risposta esauriente richiederebbe un piccolo trattato. Diciamo che in pratica oggi sono scomparsi, se vogliamo escludere alcuni venditori di frutta ed ortaggi che girano con furgoncino ed altoparlante. Quei pochi che occasionalmente vendono frutti di stagione (pensiamo ai fichi e alle noci) se ne stanno buoni all’angolo di una strada senza lanciare alcuna voce’. Il fatto è che i venditori ambulanti di un tempo erano una componente essenziale dell’economia del vicolo, che si è completamente perduta a causa delle profonde modifiche intervenute nel tessuto socio-economico della citt .”

L’abbigliamento dei venditori ne garantiva l’immediato riconoscimento da parte dei clienti. Quanto era importante nell’esercizio del mestiere?

“Anche qui ci vorrebbe p            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
tnRpeKKKYT DeS pHKL iù spazio per parlarne in maniera esauriente. Diciamo comunque che l’abbigliamento rispondeva con precisione al tipo di merce offerta ed alla stagione in cui, per i cicli vegetativi, era possibile venderla. Era una componente essenziale per il riconoscimento dei venditori, una sorta di divisa che contribuiva, con le corrispondenti voci’, a disegnare ciascuna categoria di ambulanti. Non a caso i più importanti autori che se ne sono occupati, a partire dal 1700, ce ne hanno lasciato dettagliate descrizioni, puntualmente riscontrabili nelle stampe d’epoca e nelle fotografie d’antan.”

Lei afferma nel libro che molte espressioni linguistiche sono proprie di determinati momenti storici e quartieri cittadini. Nella lingua napoletana dei giorni nostri si ritrova la stessa complessit ?

“Pur nell’attuale pochezza del lessico dialettale, parlato poco e male, si può ancora notare non tanto una complessit  quanto una diversit  di linguaggio o di gergo in diverse zone della citt , come ha ben messo in luce lo studioso Luigi Imperatore in un brevissimo ma pregnante saggio del 1995 dal titolo “Il napolese”, parola quest’ultima di nuovo conio, che di per s dice tutto sullo stato della crisi in cui si dibatte la nostra parlata locale: non più napoletano, appunto, ma napolese.”

Nelle foto, Luciano Galassi e la copertina del libro