Quando Oscar bussò alla porta di casa mia rimasi stupita nel vederlo ci conoscevamo appena e non capivo il motivo della sua visita. Era stato in occasione del compleanno di mia sorella e avevamo scambiato si e no qualche parola… banali frasi di cortesia, convenevoli… niente di più.
Aveva ventiquattro anni, bruttino, magro come un chiodo, con il viso tappezzato di brufoli, butterato… con l’aria del secchione alimentata da orrendi occhiali da miope… e infaticabilmente innamorato.

"Ciao"disse, quasi fossimo vecchi amici.

Era agitato, affannato, teso…sembrava aver corso; muoveva continuamente gli occhi chiari, dolci e intelligenti.

"Scusami se sono venuto senza avvertirti.In verit  non avrei saputo come fare diversamente… non ho il tuo numero… comunque è che… devo vedere tua sorella ".

"Devo vederla"aggiunse sottolineando le ultime due parole sotto l’arco della porta.

"Dai entra"gli dissi appoggiando la mano sul suo braccio per accompagnarlo dentro casa e finalmente chiudendo la porta"vieni e spiegami con calma che succede".

"Niente, davvero,niente di particolare…solo un’improvvisa, incontenibile e inevitabile necessit  di parlarle…non riesco a trovarla. Dov’è?".

"Mi dispiace, non lo so"gli risposi rammaricata."Non la vedo spesso e non saprei proprio come aiutarti. Immagino tu sia gi  andato a casa e le abbia gi  telefonato!"aggiunsi nel più ovvio e banale dei modi.

"S".

L’avevo avvilito.

Si tuffò sul divano stremato e disorientato. La mia risposta gli aveva tolto le ultime energie.

"Ti offro un caffè?"pensai a alta voce,magari si riprendeva.

"No, grazie"disse alzandosi di scatto. "Solo… se la senti, dille che deve assolutamente mettersi in contatto con me" e andò via quasi correndo.

Ero confusa. Sembrava avesse paura. Avrei voluto essergli d’aiuto.

Mia sorella aveva vent’anni… quand’era nata io ne avevo 17 …..e stavo per diplomarmi.

Il suo viso tondo pieno di lentiggini, con piccoli occhi verdi e sfuggenti, era ricoperto di una massa di capelli rossi, crespi, ricci e cos gonfi da sembrare un originale morbido glogo in cui veniva voglia di tuffarsi.

Ero una ragazzina io e l’avevo attesa con la stessa apprensione con la quale immaginavo si aspettasse un figlio proprio!… l’avevo cresciuta come davvero fosse stata mia, ma per anni l’avevo persa di vista.

Il difficile legame che mi portavo addosso con nostra madre mi aveva allontanata da casa troppo giovane e da donna l’avevo cercata, per recuperare un tempo perduto nostro malgrado.

Mi aveva parlato di Oscar. Un caro ragazzo, diceva… affettuoso, generoso, tranquillo, concreto… con un lavoro gi  consolidato alla Rai di Napoli e un desiderio prematuro di mettere su famiglia con lei, a quanto pare non abbastanza "affezionata".

Mia sorella era bella, dolce, buona… tormentata dalle ansie dell’amore continuamente sollecitate dai numerosi spasimanti… che le impedivano di liberarsi dal perenne senso di desiderio e insoddisfazione.

La sua indole inquieta era soffocata dalle ossessive attenzioni di una madre prepotente e egoista, che pretendeva di considerarla di sua propriet (come aveva gi  fatto con me) e su cui manteneva l’assoluto controllo,mortificandola e tarpandole le ali al minimo tentativo di autonomia.

Trascorreva cos il suo tempo alla ricerca inutile di qualcosa che davvero suscitasse il suo interesse …. senza identificare mai alcunchè, nella certezza di non valere abbastanza… come sosteneva sua (mia)madre.

Oscar amava la sua fragilit che leggeva come forza, nonostante si manifestasse spesso con improvvisi atteggiamenti di aggressivit  e tracotanza… lui li interpretava come paura del mondo… e quando diventava insopportabile diceva che si trattava di un naturale meccanismo di difesa per nascondersi a se stessa e agli altri.

Oscar avrebbe voluto, mi raccontava lei, che gli fosse concessa la possibilit  di proteggerla, aiutarla a riconoscersi persona speciale e unica… avrebbe voluto insegnarle a riprendersi un’esistenza e un’identit  che davvero le appartenevano… ma lei voleva la libert , l’allegria, gli amici…

Ritornò a trovarmiper scusarsi "dello strano comportamento" e parlò. Non sembrava interessato a eventuali considerazioni… gli bastava essere ascoltato.

Festeggiammo il compleannodi mia sorella a casa mia. Era una splendida giornata di maggio e lei,svolazzante nel suo vestitino azzurro, si pavoneggiava, sfarfalleggiava e riconoscendosi bella civettava con tutti. Si lasciava guardare e adulare, con la malizia e la leziosit  spesso comune alla sua et .

Oscar la guardava affascinato, rapito e prigioniero del suo sentire. Lei, consapevole della devozione lo ammaliava con sguardi, moine, gesti seduttivi inchiodandolo accanto a lei, desiderosa solo di a            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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 èî B    B ffascinare e incantare.

Il desiderio di piacere era più forte della convinzione di insinuare in lui speranze che le sue parole rendevano comunque vane.

Lei gli voleva bene, gli diceva, ma di un affetto che non poteva definirsi amore e questo la faceva sentire a posto, fuori da ogni possibile equivoco che il non detto o atteggiamenti diversi avrebbero in chiunque potuto indurre. Erano amici, mi sottolineva, soltanto amici e il bene che gli voleva era altrettanto importante quanto l’amore.

"Ma io non voglio la sua amicizia, possibile che non lo capisce?"mi disse che le urlava quando proprio perdeva la pazienza, rendendo visibile l’insofferenza che provava di fronte alla sua incoerenza, ma lei non mollava il suo sguardo languido e malizioso, riuscendo ancora ad irretirlo e tranquillizzarlo.

Provava ancora a fare l’amico ma l’amava e dopo un pò di calma ricominciava a tormentarla.

"Io non la voglio la tua amicizia. Io voglio te… compagna, amante, moglie… poi magari anche amica… ma che cazzo".

Lei gli sorrideva… incantata, quasi lui usasse parole evanescenti senza significato, piroettandogli intorno con quel suo vestitino fatato e la sua aura apparentemente tenue.

Quel giorno qualcosa di impreciso e indefinibile l’aveva spinto a cercarla doveva vederla e parlarle dell’inquietante solitudine che senza un chiaro motivo gli stava gelando il cuore e lei, proprio lei, doveva e poteva capirlo… non fosse altro che per la forza dell’amore che lui provava .

Voleva che potesse sapere e sentire con lui,per poterla semmai decifrare… lei non c’era….aveva provato a lasciarla libera di essere se stessa ma non quella sera…non quella sera.

Oscar aveva ventiquattro anni e il tempo in quel tempo gli sembrava eterno… lui pensava di poter fare e desiderare e modificare e aspettare quello che voleva, convinto che niente potesse accadergli di irreparabile… che potesse impedirgli di cullare la speranza,di credere, sognare e realizzare… ma quell’idiota scaraventò sull’asfalto della galleria tutte le sue non trascurabili illusioni….un coglione qualsiasi che guidava una specie di carrarmato, esagitato per la vittoria del Napoli, sotto la galleria che collega Fuorigrotta a Mergellina decise di fare un sorpasso a velocit  sostenuta, invadendo la corsia opposta e prendendo in pieno il ridicolo motorino su cui viaggiava Oscar.

Stava andando al lavoro e magari pensava che prima o poi sarebbe riuscito a fare breccia nel cuore di quella testarda ragazza dalla testa rossa e riccia,prima o poi… In un tempo che c’è il prima o poi è possibile… prima o poi, diceva… basta crederci…

Come un proiettile il suo corpo part senza controllo e rimase spiaccicato sui vetri del cingolato di quel bastardo, mentre il suo motorino fin la sua corsa contro la parete della galleria, fortunatamente e miracolosamente senza coinvolgere altri.

Accadde tutto in un attimo, mi raccontò mia sorella disperata,e lui "per fortuna" non ebbe il tempo di rendersi conto nè di formulare alcun pensiero….forse…

Lei per molto non seppe perdonarsi di non aver ascoltato…capito…..non si perdonava di non averlo corrisposto….come se si potesse decidere chi amare.

La morte riesce spesso a attribuire ai morti meriti che magari non hanno, facendo dimenticare ai vivi quelli che invece avevano e trasformando in sensi di colpa la legittima nostalgia degli occhi, della pelle, del suono, dei colori, della vita di chi non potr  mai più condividerla, è vero… ma Oscar era un giovane uomo buono, capace di dare, amare, credere..di trasformare una ragazzina smarrita in una donna con la voglia di innamorarsi come aveva saputo fare lui.

Portammo insieme fiori colorati su una tomba bianca e guardammo ancora quegli occhi chiari, irrimediabilmente spenti, che da l ci sorridevano leggeri.

*assistente sociale