La storia e la memoria. E la shoah non più solo oggetto di ricordo rassegnato, essa ha imposto alla cultura e alle coscienze il dovere del ricordare. Ma il dovere nel senso del lavoro e dello sforzo del ricordare, ci del partecipare, del sentirsi con i nervi e con le viscere contemporanei dell’evento inspiegabile, del verificarsi del “male assoluto”. Venti anni or sono i fatti di Auschwitz e di Dachau stavano per divenatre remoti e consegnati all’inappellabilit  del passato. Un passato quasi neutrale, forzato a non distinguere quasi più le vittime dai carnefici. Altro, fino a una ventina di anni or sono, la storia non poteva fare, e alla scuola non si osava chiedere.
UN PASSATO CHE NON PASSA MAI
Vent’anni dopo, è per la shoah che la memoria, quella individuale e quella collettiva, ha fatto irruzione nella storia, della storia divenendo dimensione essenziale. Alla scienza del registrare e del vagliare la memoria impone le concrete esperienza di vita vissuta. Cos accade che per la fedelt  al ricordo non possono più bastare i monumenti e le cerimonie commemorative o la ricerca e magari la punizione degli ultimi carnefici.. Non basta più la resistenza all’avanzata dell’oblo mentre si afferma, controversa ma insidiosa, l’idea del perdono. Ora la storia comprende la viva voce della gente con le sue immagini e anche con il suo contraddirsi. Si sta discutendo, tra storia delle mentalit  e rapporto della testimonianza o del racconto orali con la scienza dei documenti per riferire, se non si stanno correndo rischi di grandi incertezze, di confusione e magari di arbitrarie costruzioni concettuali. Sono i problemi che nascono dal confronto scontro sempre più serrato tra diverse visioni del mondo. Ma all’origne c’è l’impossibilit  di superare la rottura nella nostra civilt  della tragedia dell’Olocasuto, il tormento della Shoah.
La Shoah è una cosa del passato, ma il suo passato non passa mai e la storia che la comprende diventa quella scienza che si chiama nuova storia perch registra e racconta un passato come si fa con il presente. Perch, come mai era accaduto prima, si trasforma in presente e perciò ci costringe a vivere e accettare come vicenda di oggi che ci appartiene e ci condiziona l’accaduto di ieri, la Shoah con la domanda cui ancora non si torva risposta e adesso?…
NEGARE L’EVIDENZA
Sugli uomini e gli interessi che hanno fatto del negazionismo, ci del negare l’evidenza di ciò che si è visto e si vede e si è sofferto, addirittura una corrente di pensiero che in Francia, in Svezia, in Austria accede persino all’Universit , molto si è detto ora deridendoli ora riconoscendoli, ed è uno sbaglio, come avversari. Ma quel che occorre ricordare sempre , mentre si ricorda la Shoah, è che coloro che negano l’esistenza dei campi di concentramento lo fanno per senso di appartenenza a una vera e propria setta internazionalmente diffusa che è nata sulla scia dell’antiebraismo dell’anteguerra e che ancora adesso teorizza il razzismo e accusa noi, tutti coloro che non sono razzisti, di complicit  con forze ebraiche che complottano ininterrottamente.
UNA SETTA POTENTE
Formano una setta potente che non ammette lo Stato d’Israele ma in realt  tende a far riconoscere come legittimi i “valori” di un fascismo razzista. E il loro negare il genocidio è ormai una ideologia che pretende legittimazione. Sono riusciti a rovesciare l’onere della prova coinvolgendo intellettuali avventurosi e mezzi di comunicazione sprovveduti; esigono da noi e dalle vittime del nazismo la prova documentata, la visione degli atti ufficiali delle decisioni di deportare di deportare e uccidere gli ebrei; e poi non solo ebrei. Siamo di fronte a una sinistra organizzazione solo in parte clandestina che congiura permanentemente contro la convivenza democratica per privarci della nostra storia, per farci credere d’essere reduci da un immenso inganno sarebbe l’inganno del mito della Shoah nata dalla guerra e inventata dai sionisti per colpevolizzare l’occidente e legittimare lo Stato di Israele.
La scelta della Shoah per fare storia mobilitando la memoria si inserisce nell’unica strategia possibile contro l’avanzata (perch c’è l’avanzata) di un revisionismo negazionista che si fonda sulla pretesa di uguali comuni responsabilit  di tutti per tutto quel che può essere accaduto. Responsabilit  collettive specialmente per i tedeschi, responsabilit  dirette e indirette dei cittadini di altri paesi. Tutte cose di cui non si dovrebbe dibattere neppure.(…)

L’intervento e le foto sono tratte "La negazione dell’altro. Percorsi di memoria per non dimenticare", a cura di Adele Tirelli (Nino Longobardi editore, 2000)

* Giornalista, italiano, esperto di politica estera (Homs, 22 maggio 1925 Roma, 21 gennaio 2003)
Nato nella Libia italiana, comincia al lavorare al quotidiano Il Messaggero, diventando corrispondente da Parigi, negli anni cinquanta, durante il conflitto della guerra d’Algeria.
Diventato il responsabile della sede romana del quotidiano La Stampa di Torin            6            o, nel 1974 passa al Corriere della Sera di Milano, assumendo la vicedirezione con Piero Ottone.
Nel 1978 assume la direzione de Il Secolo XIX di Genova, passando negli anni alla conduzione di Il Globo e al settimanale Il Mondo.

Nelle foto, a Varsavia, i nazisti umiliano gli ebrei