“Forsan haec olim meminisse juvabit”, “E forse un giorno gioverà ricordare tutto questo” furono le parole di Virgilio usate da Eleonora Pimentel Fonseca mentre si recava al patibolo in piazza Mercato, era il 20 agosto del 1799.
E’ con molto rispetto che scrivo di lei. Antonella Orefice, ricercatrice da oltre un ventennio di quel periodo storico, sintetizzando la vita e le scelte di Eleonora ci dice che è stata fondamentalmente una donna vissuta in un tempo che non le apparteneva, come un personaggio venuto dal futuro e costretto a vivere nel passato.
Arriva a Napoli nel 1756, quando aveva quattro anni, e va a vivere, con la sua famiglia, nel popolare quartiere di Santa Teresella degli Spagnoli. A Napoli, la piccola Eleonora scopre una città chiassosa, colorata e dai mille mestieri. L’abate Antonio Lopez si occupa della sua educazione, poi, a partire dal 1768, studia matematica e astronomia, mineralogia, chimica e greco. In quegli anni di studio comincia il suo approccio con la scrittura, con una produzione di sonetti e ne pubblica uno per ogni occasione socialmente rilevante.
Il suo sguardo non smette mai di osservare il modo di vivere della plebe, sicché arriva il momento in cui decide che deve spendersi in prima persona per la trasformazione della gente di Napoli in un vero popolo attraverso l’istruzione.
Quando si sposa, nel 1778, va a vivere in un palazzo in Via della Pignasecca. Dopo solo sette anni un inevitabile e liberatorio divorzio conclude la sua grande infelicità coniugale, in quegli anni vive anche la più tragica delle esperienze, la morte del figlio, di solo otto mesi.
A causa del divorzio perde il lavoro da bibliotecaria della regina Maria Carolina che la licenzia perché la considera una testa calda. Rimasta sola, conquistata la libertà e una piccola indipendenza economica, apre la casa agli amici realizzando il suo salotto, sono gli anni più importanti della sua vita quelli tra il 1785 ed il ’99.

Il resto di niente
Qui sopra, una pagina del Monitore. In alto, una scena del film “Il resto di niente”

Nel salotto di Eleonora si incontrano gli intellettuali per leggere e commentare le opere di Filangieri, di Alfieri e anche per tentare la traduzione in napoletano della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Furono proprio queste attività culturali a condurla a varcare il carcere della Vicaria, il 5 ottobre del 1798, lei dichiarava instancabilmente: “Non sono colpevole d’altro che di pensare che il popolo possa avere una vita meno infelice e più giusta”.
La detenzione dura qualche mese, la liberazione coincide con l’entrata dei francesi in Napoli e la nascita della Repubblica Napoletana. Da quel momento in poi, e per tutta la durata della Repubblica, la Pimentel conduce un’attività instancabile a favore dei principi democratici e per l’affermazione delle idee repubblicane e lo fa anche attraverso la stampa.
Infatti, dal 2 febbraio all’8 giugno, compila e dirige (per trentacinque numeri più due supplementi) il “Monitore Napoletano”, fondato da Carlo Lauberg, e, come lo storico Mario Battaglini commenta: “essa vive del giornale, e per il giornale. Null’altro la interessa e la distrae”.
 Eleonora apre il primo numero con queste parole: “Siam liberi, infine, ed è giunto anche per noi il giorno in cui possiamo pronunciare i sacri nomi di libertà ed uguaglianza”. Eccola che incontra i membri del governo provvisorio, discute ed interpreta i provvedimenti presi e poi si reca a scrivere in redazione per pubblicarli.
Non manca di incontrare il popolo, lo fa nella Sala dell’Istruzione Pubblica, dove, da appassionata oratrice, si rivolge all’uditorio con discorsi in italiano ed in napoletano: “Napole sarà ricco, e venarrà lo tiempo della grassa fora Signore e fora l’eccellenze lo povero e lo ricco sono eguali”. Ma non era quello il tempo giusto per il cambiamento di Napoli e del suo popolo, così a soli sei mesi di vita della Repubblica Napoletana il sogno di libertà venne infranto.
Eleonora visse quel sogno di donna intellettuale con coraggio fino a diventare il simbolo di una rivoluzione. Il popolo napoletano, per il quale si era tanto spesa, si ritrova il 20 agosto del 1799 in piazza Mercato per assistere all’esecuzione di Eleonora per mano di masto Donato. Oltre a mangiare e ballare allegramente il popolo canta: ‘A signora donna Lionora ch’alluccava’ncopp’ ‘o triato, mo’ abballa miez’ ‘o mercato. Viva, viva lu papa santo che ha mannato li cannuncini p’ammazzà li giacubini. Viva la forza ‘e masto Donato, sant’ Antonio sia lodato!
Con la morte di Eleonora caddero le speranze di una città e della sua gente, che ella aveva saputo proporre all’Europa con un nuovo volto, non solo feste e balli, mare e sole, maccheroni e lazzaroni, ma anche coraggio, cultura e scienza. Il fil rouge che lega Eleonora e quel passato ad oggi lo si può rintracciare sia nella memoria che nel cambiamento. Il Nuovo Monitore Napoletano è stato rifondato il 5 dicembre 2011 e, per dare il senso della continuità, volutamente il giornale è ripartito dal numero 36, cioè da quello successivo all’ultimo numero diretto dalla Pimentel.
La sua direttrice, Antonella Orefice, ha preso l’incarico di portare avanti con passione e con coraggio il giornale che ha come riferimenti: la libertà di opinione, l’idea della cultura come patrimonio da dividere con tutti, e di essere al servizio della Legalità, del senso civico, e soprattutto della Giustizia. Possiamo rintracciare, per mantenere il suo ricordo, nell’ingresso della Chiesa del Carmine una lapide che ricorda Eleonora, posta davanti al marmo che accoglie la fossa comune dei corpi di coloro che persero la vita dopo aver inseguito il sogno di una nascente repubblica, primo atto del Risorgimento italiano.
La cosa comunque che sarebbe piaciuta di più alla Marchesa è la vivacità culturale che si respira da qualche anno a Napoli, tante le associazioni che a vario titolo promuovono eventi, quasi a voler ricordare ai napoletani stessi la grandiosità delle proprie origini che risalgono ad una storia millenaria e la riscoperta del proprio dialetto, ormai riconosciuto come lingua.  Si rifuggono i luoghi comuni proponendo la creatività che da sempre ha caratterizzato il nostro popolo, insomma è un po’ di tempo che si respira aria buona, la gente di Napoli che è sempre di più un popolo trasversale ha tanto da dire e da fare: Napoli è soprattutto cultura e la cultura è il suo strumento privilegiato, lo aveva proposto più di duecento anni fa Eleonora, la donna che veniva dal futuro.