In principio fu una capretta. Tenero ricordo di infanzia. “Fin da piccolo, scalpellavo le pietre in cortile. Cercavo di sublimare la mia solitudine immaginandomi uno scultore in erba” spiega il maestro Giuseppe Pirozzi. E ricorda: “Dietro il giardino di casa, pascolavano le caprette. Io le facevo entrare in cortile e le disegnavo con la carbonella”. E fu cos che al quarto liceo artistico “realizzai una capra in argilla. Poi vennero le feste di Natale e la lasciai in aula. Al ritorno, la trovai capovolta. L’argilla era seccata. Il mio maestro, il professore Venditto mi disse: non la toccare, continua cos”. E la capra ferita fu la prima scultura realizzata dall’artista. E “da l il passo fu brevissimo per andare al corso di scultura”.

All’Accademia di belle arti di Napoli, dove per i primi anni ha, come maestro, Monteleone. Di li a poco sostituito da Emilio Greco. “La sua didattica era abbastanza pressante, cos, per un certo periodo, ero attento a quello che desiderava plasticamente. Poi, accortosi di una certa capacit  mi lasciò piuttosto libero di fare”. In quegli anni si respirava un clima “molto bello”. Un clima condiviso, tra gli altri, con Barisani e Tatafiore. “Magari non ne eravamo coscienti, ma c’era una volont  di fare e una capacit  di comunicare tra di noi, unica”. Erano gli anni ’50, difficili. Si era usciti dalla guerra. “Si affacciavano l’avanguardia, l’informale. C’era il desiderio di sperimentare queste nuove tendenze artistiche”.

Il desiderio di fare “soprattutto nuove esperienze”. Una cosa che, nell’Accademia di oggi, non c’è più. Perch, secondo Pirozzi: “la didattica, le accademie si sono trasformate. Ci sono decine di corsi e, troppe materie, portano una dispersione. Ed è venuto a mancare il laboratorio, importantissimo. Oggi sembra non esserci un interesse all’esercizio come l’impadronirsi della tecnica, della materia, del fare esperienze. Oggi c’è il computer e tanti nuovi strumenti che sono fonte d’ispirazione e elementi per progettare idee. I tempi sono diversi. Una volta il nostro amore era il segno e trovarsi di fronte a un’opera storica, significava esercitarsi disegnandola. Capirne la linea, la forma”. E continua: “Oggi, nel campo artistico, c’è una distrazione. Poco interesse e poca cultura, mancanza di esercizio e, salvo eccezioni, del docente con carisma, capace di trasmettere emozioni, energia creativit  per far crescere un giovane”. Eppure, giovani interessanti ce ne sono: “penso a Christian Leperino, Perini e Vele, Bianca e Valente o Moio e Sivelli”.

Nella scultura di Pirozzi è centrale il tema della figura umana e dell’immagine femminile. “Una passione nata dallo studio dell’arte greca. Quest’interesse è cresciuto e quando mi sono impossessato della capacit  di rappresentare la figura, sulla spinta delle esperienze nuove dell’informale, mi sono liberato dell’immagine per andare verso una visione differente. Nelle mie opere sono spesso presenti il volto o la mano”.

Il materiale preferito dall’artista è il bronzo. E ricorda: “sin da piccolo ho avuto molto interesse per il fuoco e la fusione. Mi è rimasta impressa la visita a una vetreria. L’impatto dell’incandescente che si raffreddava. C’è un’affinit , un richiamo con il bronzo, materiale antico, che comporta la cera, la fusione, un percorso lungo e affascinante”. Ma di recente, (anche) una nuova passione: “circa 10 anni fa ho cominciato a fare delle terrecotte”. E anticipa: “Al momento sono a lavoro su una serie di formelle a bassorilievo”.

E poi, i gioielli. “Ho sempre realizzato sculture in argento di piccole dimensioni, opere da un chilo o due. Poi le sculture si facevano sempre più piccole fino a giungere alle sculture da indossare. Non sono un orafo. Quando realizzo un anello, una spilla o un bracciale è come se modellassi una piccola scultura. Sono tutti pezzi unici”.

Celebrato tre anni fa al Maschio Angioino con un’antologica di una sessantina di opere, Pirozzi è sempre molto attento e curioso di capire la direzione attuale dell’arte: “mi piace andare per mostre. A volte trovo cose interessanti, altre volte, roba vecchia vecchia vecchia”.

Nelle foto (di Maria Volpe Prignano), Giuseppe Pirozzi un’opera dell’artista