Parliamo ancora e con interesse sempre crescente di “poesia”, cosa che potrebbe apparire demenziale, oggi che il mondo è particolarmente galvanizzato da eventi bellici, che difficilmente possono essere conclusi, e da vertiginose preoccupazioni economiche che tengono sospesi gli animi dei cittadini. Ma la poesia incide fortunatamente ancora con la sua malia anche se i fruitori sembrano essere sempre meno attenti.

Le testimonianze confortano per una forza che persuade e racconta, per una forza che riapre al discorsivo tramite una poesia che affonda nel generoso rapporto tra autore e dialogo, senza mai incorrere in un disincanto metafisico, che potrebbe rendere monotono il proporsi, mentre invece la voce, aristocratica e favolosa, si offre compatta e preziosa come un cristallo. La parabola stilistico esistenziale che riusciamo a carpire tra verso e verso è di una attualit  sorprendente, che riflette con luminosi cambiamenti un percorso attento e sottile, una disincantata stesura capace di suggestionare ad ogni pagina nulla di complicato o sfuggente si mette al rischio di immaginari attraversamenti degli spazi.

In “Voli di allodola” (Attucci Editore) la scrittura poetica, con una intensit  del tutto personale e sensibilmente fascinosa, rompe l’isolamento dell’io ed invita al recupero del tempo, un’alterit  che può essere mantenuta dal rapportarsi, nei confini di ogni brano, ove suoni e voci allestiscono la scenografia del tempo che trascorre, scomponendo lo scivolare delle polveri tra senso e senso.

“L’amore mi colse repentino/ come estate artica/ irruente nella ghiaccia,/ stagione chiara, priva persino/ della notturna tenebra, dolcemente viride/ nel risveglio canoro/ dei ruscelli stupefatti,/ e giunta a ristorare la terra/spossata da un gelo lungo/ ostile, accanito./ E prodigioso , felice ora trionfa/ come aurora polare/ dalla fluttuante, caleidoscopica/ luminescenza di colori.” Scrive Carmela Piano, inebriata da fluidi magnetici che la trasportano da un amore semplicemente accennato alla luminosit  che potremmo sognare innanzi ad una evanescente aurora boreale. Ogni illusione qui diventa palpabile, come in una acquerello dai tenui e delicati accenni, e per il quale anche il notturno si riveste di quel verde (vride) che potrebbe indicarne la soffice palpabilit .

La poesia in genere è sempre il frutto di un’incontro o di uno scontro tra l’io sprovveduto e assetato ed il mondo , agguerrito o sonnolento, tra l’io e la storia, con le occasioni multiple che ci condizionano o ci disorientano. Con quelle sensazioni che a fior di pelle condizionano a volte ogni nostro pensiero , per rielaborare una parola , un gesto, un sentimento, che possa tradursi nel verso più appropriato. Cos nella semplicit  del porsi di alcune pagine, e nella semplicit  del dettato, le similitudini volano stupefatte e si rendono tremule per offrire al lettore un anelito di genuina partecipazione.

Un dato di coscienza della sostanziale solitudine dello scrittore, per il quale nessuno riesce ad attraversare una tessitura tale che lo scenario possa realizzarsi senza polverizzarsi in segregazioni o scommesse inconsistenti, trasporta la scrittura vero una sottointesa metamorfosi di preghiera, quasi che la solitudine stessa del poeta possa divenire offerta nell’arcobaleno delle necessit .

Continuit  del flusso del linguaggio e densit  della rete, che si dispone tutto intorno al foglio bianco, propongono il mistero sempre vivo della poesia, che vive del fecondo narrarsi, scandendo l’isolamento o il deserto, che l’autore incontra, entrando ed uscendo con disinvoltura dal sipario di ogni testo, per portare alla luce gli accordi scelti con preziosa cura ed essere costantemente sul filo delle pieghe.

Cos anche un tocco panico ha i suoi colori quando si scrive “Mia prodigiosa ortensia/ figlia di Iride,/ sempre m’inviti a elogiarti/ per la cara bellezza/ degli immensi corimbi,/ per il verde nitore/ dei folti arbusti,/ per i petali cangianti/ d’alba , cielo e mare/ nei toni intensi o pallidi/ evocati da magiche zolle,/ per i sussulti di gioia che susciti/ quando a primavera giungi/ fra i doni più graditi della terra,/ e per il tripudio di dolcezze/ che dalla miriade di fiori accolti / viene generoso a ristorare/ l’anima anela.”

Un tuffarsi nella materia corposa e profumata per attingere figurazioni colorate e pregne. * *

Il destino della poesia contemporanea sembra costretto a muoversi all’interno di una scrittura decentrata, spezzettata, psicosomatica, scarificata, una sorta di periferia dei linguaggi mobili, degli stacchi; dei riporti strumentali che tentano di determinare corto circuiti e contro corto circuiti, fra suono e senso, suono e suono, senso e senso, aggiungendo funambuli sci a volta stucchevoli a volta incomprensibili. Nel suo percorso verso la riappropriazione delle metafore e delle parole luminose, Carmela Piano sembra cos costretta ad operare una accelerazione della semplicit  di un adagio del significato, cos come si era configurato nel Novecento trascorso. Cercando di risolvere le contraddizio            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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BB»EWHEREUSINGB B B»RLIKERESETBeNULLBSHAREBSLAVErBPSIGNMIDptkoi8uBBBBRTRIMeROWS pBtxxïïxxxxxxxxxni di uno sperimentalismo a tutti i costi ella riesce ad offrire momenti in cui la poesia è come una lunga recitazione, che apre mille orizzonti possibili. Cos economizza, e fa bene, sul significato, sui ritagli, sui frustoli, sulle rovine del senso, sugli ipogrammi e sui paragrammi, sui frantumi, sui sintagmi lessicali e tenta di aprirsi una via attraverso le quotidiane vicissitudini, fra generose vitalit  ed innocenti incanti, sia alla ricerca di sentimenti purificatori, sia nell’affondare nei miraggi che la memoria riesce a dettare.

Rincorriamo un amore ormai passato, un amore che affonda nelle trepide acque del meriggio, lungo il sentiero di vivo argento… “Ti cerco amore/ sulle trepide acque del meriggio/ lungo il sentiero di vivo argento./ Lontano s’adombra all’orizzonte/ il fascino gagliardo del tuo essere/ come albizia in fiore/ generoso, intenso, ricco/ nutrito di rosea, dolce fragranza./ Ed io vi tendo ferita, ansante/ dall’intero arco/ della mia giovinezza anela.” Ritorna quel vocabolo, che ferisce e lenisce “anela”, che abbiamo incontrato poco prima , e come poco prima ci riporta ad orizzonti desiderati e difficilmente raggiungibili.

L’inquietudine, che agita il sogno della poetessa, tra versi simpaticamente ricamati, contorce gli incanti della quotidianit , per nutrire smarrimenti, o per rincorrere tremori che non sono più appannaggio della gioventù, e riprende cos l’osmosi fra la memoria e gli immutabili indugi delle finzioni che appartengono alla pagina bianca. Qualche accenno autobiografico fa a tratti da bilanciamento nelle partiture sonore e tempera cos registri emotivi fra le strutture del testo, con una colloquialit  che diviene dominante nel piano della scrittura, quasi a voler disvelare la confidenza affettiva , intensa ed asciutta.

Ogni testo procede secondo una pacata disponibilit  orale, quasi tutti privi di metafore o di ricercatezze stilistiche, che rendono la lettura molte volte difficile, per scorrere invece quasi come canto musicalmente composto per repentini avvicendamenti di pennellate tenere e ritmicamente sciolte.

Voli di allodola
di Carmela Piano
Attucci editore, euro 14, pagg. 174

In foto, la copertina del volume "Voli di allodola"