Lindbergh, Valentino figlio dell’amore, il giostraio Klaus, Klaus Obermayer e sua moglie Uljiana, Polifemo, personaggi che raccontano la durezza dell’incedere quotidiano dei giorni, i rumori della mente di un tempo presente incapace di pensare al futuro. Nel libro “E per dolce mangia un cuore” di Giuseppe Pompameo, edito da Scrittura e Scritture, pagg. 120, euro 9,00.Un linguaggio crudo, profondo, diretto. Senza arzigogoli letterari, proprio come i suoi personaggi.

Ne parliamo con l’autore.
“E per dolce mangia un cuore”. Un titolo singolare.
Il titolo, nella mia testa, si è formato, come mi accade spesso, per stratificazioni successive, leggendo versi di poesia e mettendo insieme parole e immagini. Poi, subito mi è sembrato adattissimo, sia per il racconto centrale del libro, sia per l’intera raccolta, dal momento che, secondo me, ne interpretava perfettamente lo spirito ed il senso più profondo.

Da dove trae l’ispirazione, in particolare, nel tratteggiare i due fratelli, Ovidio e Sebastiano?
La traggo, come succede anche in altri miei racconti, dall’interesse che, letterariamente, nutro per le dinamiche interpersonali familiari. Si tratta infatti di un mondo in cui, molto spesso, sotto una coltre di apparente pace e solidariet , si celano rapporti ambigui, incomprensioni latenti, rivalit , dissidi, quasi sempre irrisolti, e spesso, anzi, assai traumatici, se non sanguinosi.

Lei racconta un pezzo di presunta borghesia romana con gli occhi di Teo Cangiani, un cameriere stagionale. Appare un distanza abissale tra chi deve servire a tavola e chi dimostra sfarzo, lusso, e paroloni conditi d’italiano. Sono due mondi cos diversi anche nella realt ?
Possono essere, in certi casi, sicuramente due mondi molto lontani, se non opposti. Io, però, nel racconto in questione ho voluto estremizzare questo rapporto, proprio perch mi interessava innanzitutto dimostrare come, alla fine, il cameriere fosse migliore degli alto borghesi con cui aveva a che fare, ma anche far intuire che Teo, quegli alto borghesi l, un po li detestava, però un po li invidiava anche, per quanto erano benestanti.
Il dialogo immaginario tra Mary e Lusina svela un’amara sorpresa, la vita che avremmo voluto. Durissimo monologo scritto, il racconto più crudo, la realt  più difficile da accettare. Ma emerge una gran voglia per la vita. E’ cos?
Penso che in ognuno di noi alberghino, contemporaneamente, due sentimenti quello di chi continua ostinatamente a vivere una vita che sente non appartenergli e quello di chi, d’altra parte, insegue, sottotraccia, la vita che avrebbe voluto. E’ da questa ambiguit  di fondo, spesso irrisolta, che nasce un particolare rapporto di odio/amore per la vita, in realt  una forma di vitalit  che rappresenta anche il significato più profondo del mio racconto.
Lus Dimas, perfetto aspirante suicida. Questo personaggio eccentrico deve fingere di suicidarsi per poter campare. Una bizzarria non comune. Come mai?
Mi ha sempre molto affascinato, nell’affrontare il tema del suicidio, il confine, molto spesso labilissimo, che esiste tra l’idea di condannarsi alla vita e quella, invece, di condannarsi a morte. Trovo quell’attimo di solitudine estrema, quel momento di scelta, un tema, esistenziale e letterario, di grande drammaticit  e, al tempo stesso, di grande coraggio e straordinaria energia.

In foto, la copertina del libro