Ariele D’Ambrosio è un autore – performer, esponente di una tendenza riconosciuta come “poesia orale secondaria”, ma soprattutto è uno scrittore nato a Firenze, che vive e descrive Napoli.

La sua ultima opera “Pulcinella Stanco seduto sul marciapiede del mondo. Canto di rabbia e di amore” (Colonnese Editore. Prefazione Antonella Lezza) è un’opera piuttosto ardita ed ambiziosa, che cerca nei monologhi in lingua napoletana, realizzati per la voce della maschera, la sintesi dell’indignazione e della passione per questa citt  ed affida ad altre forme di espressione il racconto di una realt  poliedrica, che attende di essere decifrata e successivamente svelata.

Il testo scritto si è naturalmente evoluto in un lavoro teatrale in cui si dice e si canta, sviluppatosi attraverso canzoni, poesie, un cd audio ed un libretto di sala, tutte voci diverse che convergono verso un unico scopo: la citt  di Napoli che riflette su se stessa per discutere nel mondo e sul mondo.

L’incipit dell’opera è un lungo tributo dedica ai grandi poeti ed autori di fine ottocento ed inizio novecento con qualche inserimento contemporaneo. Fin da subito è chiaro l’intento di denuncia, di protesta contro il silenzio che troppo spesso cala sulla citt  e l’abbraccio, il sostegno che D’Ambrosio intende rivolgere a Napoli comunica tramite una lingua napoletana residuale, appena accennata, quasi ferma in gola, bloccata, inespressa a causa del profondo dolore provato per questa citt  martoriata, derisa, usata.

All’impossibilit  di “parlare” chiaramente si alterna la musica, cucita a doppio filo sulla trama della scrittura. Jazz, pop, musica classica e popolare si prestano alle sperimentazioni dell’autore, il quale su uno schema complesso costruisce un’architettura narrativa ricca di commistioni, tenendosi alla larga dalla contaminazione “modaiola”.

Ed allora, insieme alla voce di Ariele D’Ambrosio, compositori come Eugenio Fels, Lucio Maria Lo Gatto, Sandro Cerino, Mimmo Napolitano, Giuseppe Di Colandrea, Giorgio Liguori ed artisti come Floriana Cangiano (cantante), i Rapsodia Caffè, Silvia Barletta (soprano), in occasione dello spettacolo dello scorso 22 ottobre, hanno acceso il teatro Sannazzaro con la luce multiforme dell’espressione artistica, mostrata in tutte le sue facce, proiettate attraverso una sorta di prisma immaginario, allo scopo di illuminare i monologhi di Pulcinella “semplicemente detti” da Tonino Taiuti.

Sul palcoscenico la poesia orale secondaria si è rivelata in tutti i suoi colori, ricca, ma non sazia di ricerca, svelata e transitata dal silenzio della parola scritta al suono della voce con la parola detta, consapevole di una tradizione millenaria, che va dai rapsodi greci, ai rawi arabi, dai trovatori medioevali a bardi irlandesi.

Nel lavoro di D’Ambrosio, scena e testo scritto si incontrano per disegnare una traccia contemporanea, ben espressa dalla canzone-poesia “Sono Rom mi chiamo Petru”, in cui l’autore ricorda lo zingaro, ucciso da un proiettile vagante nei pressi della funicolare di Montesanto o da “Nella valle di Emmon”, affresco ironico sull’emergenza rifiuti, ma anche un percorso radicato nella tradizione, come emerge da “La croce è neon”, apparizione visionaria del Santo Gennaro.

Pulcinella stanco si trasforma da maschera popolare a maschera surreale, intenzionata a conquistare una dignit  di denuncia, mai trovata in tanta vita di fatale qualunquismo e populismo, sentinelle dell’arte di arrangiarsi, del sopravvivere piuttosto che del vivere.

Il guitto nero e bianco, si siede su di un marciapiede a pensare, stanco, forse solo, lontano dalla “cultura dello stordimento”, intrisa di televisione. E’ innamorato di Napoli e perciò continua a cantarla con ardore, scoprendone l’anima profonda, ma allo stesso tempo non vuole più mentire a se stesso, desidera guardare ed essere guardato attraverso la maschera che cerca e riflette la verit  del mondo.

Il costo del libro più cd è di 14 euro.

Segue l’intervista all’autore

D’Ambrosio, un canto d’amore e rabbia

Chi è Ariele D’Ambrosio?
“D’Ambrosio è il cognome. Ariele è un gioco colto di mio padre sulla sigla ADA che poi era Ariele D’Annunzio, come il “sommo” poeta a lui assai caro. Io preferisco dirmi lo spirito dell’aria nella “Tempesta” di Shakespeare, ma so che è anche un nome biblico ed israelita che vuol significare Leone di Dio. Personalmente non mi ritengo un leone e non amo la violenza insita nella natura e caratteristica degli animali predatori. Sono cresciuto con una ninnananna russa cantata da un basso del Tannhuser di Wagner del Maggio Musicale a Firenze, ascoltando le prime note di pianoforte dal prozio paterno, maestro di violino al conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e maestro del grande Salvatore Accardo, guardando mio zio materno pittore, che dal quinto piano del cortile di Via Pessina a Napoli faceva cadere lungo un filo a piombo uova piene di colori, per scolpire su di una grande tela poggiata a terra la bomba atomica del suo dissenso. Mio padre, grande clini            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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è î                                             î è               co medico, mi recitava lunghi brani della “Figlia di Iorio” di D’Annunzio e poesie dei grandi napoletani e dei grandi italiani. Forse è per tutto questo che oggi sono un medico internista ed anche un artista. Ho vissuto per tanti anni con questa dicotomia dell’essere ed ora sono consapevole della sua complessit  ed unitariet . Nella pratica cerco di dare alle due cose il buono dell’una e dell’altra. Ho cominciato a scrivere poesie da adolescente senza mai smettere. Le ho studiate e ricercate a lungo nella scrittura e nella musica, ritrovandole poi a teatro, luogo in cui ascoltare dal vivo ed in vivo lasciando a chi vuole il ricordo di un libro di sala con un cd audio da assaporare mentre si legge e si canta. Io, ritengo, per dirla alla Massimo Mila “che cultura ed arte, intisichiscono, quando non sono sorrette da una intensa partecipazione umana agli interessi politici e civili del loro tempo” sapendo che “questo impegno è il punto di partenza, non un punto d’arrivo”.

Che tipo di rapporto lega attualmente Napoli a Pulcinella?
“Come ho scritto nella nota introduttiva al mio libro intitolato come il lavoro teatrale, Pulcinella, nato in provincia, accoglie ancora oggi la citt  di Napoli ed i suoi paesi fatti di radici culturali antiche e contaminate dalle tante tradizioni popolari. E non solo l’accoglie,ma la consola, la spiega, perch la sua maschera da sempre ha mediato, nascosto, disvelato. Il suo populismo e qualunquismo, necessari alla sua stessa sopravvivenza di essere sempre affamato, nato dalla fame, con il suo ridere ed il suo piangere oramai falsi nella funzione di blandire, ottenere, salvarsi, mi pare che rappresentino ancora oggi, simbolicamente e metaforicamente, la condizione di Napoli e delle sofferenze dei sud del mondo”.

Il suo è un canto di rabbia e di amore eppure il "cantore" prescelto è un Pulcinella stanco. Napoli, bench stanca, è ancora capace di far sentire il suo grido di rabbia e di amore?
“Pulcinella siede amareggiato e stanco sul marciapiede che non è solo quello di Napoli ma è quello di un mondo troppo spesso pieno di contraddizioni e di ingiustizie. La sua stanchezza è nel sopportare e tacere, nel ricevere bastonate senza restituirle. Allora dice e canta con amore e con rabbia, fa dire e cantare perch la sua voce è troppo profonda per non indurre alla partecipazione. Chi se non lui può come un “pazzariello” fare “pubblicit ” e trascinare gli altri in un nuovo modo di sentire, di porsi rispetto alla citt  ed al mondo in termini di attenzione civile e quindi in questa fase anche e soprattutto di dissenso. Non poteva che essere lui a rinascere da Napoli e per Napoli. Per questo ho voluto collaborazioni con artisti nati o che lavorano in questa citt . Perch è solo da Napoli che può venir fuori questa difesa da opporre con l’amore ma anche con la rabbia costruttiva e sensibilizzatrice”.

Lei sceglie la commistione a discapito della contaminazione "modaiola". Qual è la differenza.
“Intanto per commistione intendo lo stretto contatto di generi musicali e regimi di scrittura anche molto differenti tra loro, senza che però perdano le loro rispettive e specifiche caratteristiche. E questo perch penso che la contaminazione sia del tutto naturale in ogni autore. Tutti gli autori che si rispettino sono naturalmente contaminati da ciò che hanno visto, ascoltato, studiato, sia da chi li ha preceduti sia dagli stessi contemporanei. Diffido di quelli che a tavolino fanno “ricerca di contaminazione” cucendo insieme cose non vissute, che non appartengono al loro mondo culturale ed emotivo. Spesso sono prodotti falsi che non parlano, non dicono, non si emozionano n emozionano pur restando a volte, ma assai raramente, “dei giochi di intelligenza e nulla più” tanto per dirla alla Quasimodo”.

Che ruolo hanno nel suo libro la lingua napoletana e le diverse forme di espressioni artistiche, che lei usa quasi come un’arma per denunciare la crisi del mondo?
“La lingua napoletana è di Pulcinella ed è l’emozione popolare profonda. La lingua napoletana è residuale nel “Canto del Dispiacere” perch bloccata per il troppo dispiacere appunto. Due momenti contrapposti ma il ruolo di essere anima profonda è scelta lucida e precisa. Le diverse forme di espressione artistica: scrittura, pittura, scenografia, poesie dette semplicemente, poesie dette su musica originale, poesie cantate, canzoni, monologhi si rivolgono a vari stilemi culturali per il desiderio di farli stare insieme nella lotta pacifista ed artistica di sovvertire i pensieri nella speranza che si rifondino per il bene e per l’armonia comuni. La difficolt , in questo lavoro e non solo in questo, è stata ed è quella di far passare con la musica la complessit  della ricerca contemporanea in poesia, amplificandone la sua capacit  di emozionare”.

Qual è la sua opinione riguardo alla condizione attuale della cultura anche in riferimento ai tagli ed alle ultime vicende politiche?
“Ho un’ opinione pessima di questa classe politica che non mi rappresenta. E’ ver            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:Eo che molta ricerca “contemporanea” finanziata da cospicui contributi ministeriali, più che essere di avanguardia è stata e rischia ancora oggi di essere di retroguardia. Ma opinioni becere come quelle che la cultura e l’arte non danno da mangiare sono inaccettabili e bisogna che le si contrasti con tutta la forza e la determinazione della cultura e dell’arte. Non solo queste danno praticamente da mangiare, cito soltanto il turismo culturale per fare un esempio, ma sono l’unico sistema per dare consapevolezza agli individui, per costruire sistemi di difesa sociali, per donare valori di buono e di bene attraverso la riflessione e l’emozione ed infine per trasformare la plebe schiava e schiavista in popolo pensante e attento”.

Nelle foto, la copertina del libro e l’autore