Le luci a festa della citt  sono ormai un ricordo lontano, la gente riprende la quotidianit  dei propri ritmi, riannoda pensieri, attese, domande. Lo faccio anch’io, cammino per le strade, per i vicoli, tra la folla confusa e vociante e provo a spogliare la citt  dai silenzi nascosti per vestirla di risposte.

Tutto appare serenamente dormiente, in realt  nulla è tale.

Il nuovo anno ci mette subito di fronte alla fatica di vivere i tempi e il disagio della citt  con cantieri in ogni angolo, caos e viabilit  al limite del lecito, cortei, proteste, difesa del posto di lavoro, diritti gridati e inascoltati. Il primo dramma umano consumato: la fine dei due barboni lasciati morire al freddo nella solitudine dell’abbandono. Una presa di coscienza puntualmente indignata ma dalla memoria corta. Questa è la citt  opulenta, poche ore e nulla più.

Continuo a camminare, non mi voglio fermare, voglio provare a capire quanto altro c’è, scrutare, scovare, cogliere tutto quanto non visibile al primo sguardo, pormi nella condizione di indurre la citt  a parlarmi. Allora comincio a soffermarmi sulle mille sfumature di questa terra, bella e tormentata, per ascoltarne la voce e immaginare un dialogo aperto. Un sentire fatto di parole non dette ma di un comunicare silente di sensazioni, speranza e voglia di domani.

La guardo, la tocco, la annuso, la strattono, l’accarezzo, la interrogo. Risponde, ma a modo suo, offrendo una lettura non facile, dalle mille ed estreme contraddizioni, un insieme totalizzante di “vita” e di “non vita”.

Forte e lieve, violenta e spietata, operosa e dedita, una lunga, interminabile pagina d’inchiostro da leggere con attenzione, trepidazione, incredulit  e rispetto.

Mi parla attraverso il frastuono dei bambini che rincorrono i sogni di un futuro che li riconosca, di uomini stanchi, sospesi in un volo senza ali, di anziani persi nella tenerezza del bisogno ma forti del calore di un sorriso.

Mi parla senza voce, come un amore spezzato, un sentimento tradito, un dono rifiutato, ma in assoluta verit  di luce come i colori della sua anima.

Quell’anima fatta di nudit  e di fragilit  ma anche di bellezza, storia e tradizione, di dolore e di sconfitte, ma anche di vittorie e di appartenenza.

Non mi fermerò, continuerò a camminare per la citt , a rubarne l’ascolto, gli odori, gli umori, a nutrirmi del suo parlarmi, del suo cercarmi, a immaginare un nuovo domani insieme. Proviamo a farlo uniti, a costruire una libert  fatta di idee e di fisicit . Incontriamo la citt  e questa ci parler .

In foto, uno scorcio del porto di Napoli