“Frinire” è il nuovo racconto di Francesco Divenuto: ecco la quinta e ultima puntata di una storia tra i sentieri di un’isola, di un io narrante che passeggia tra la natura fino a imbattersi in un ragazzo. Ma è solo un incontro fugace, riprende il suo cammino…  Tra i vialetti del cimitero s’imbatte in una signora e con lei prosegue il tragitto…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di un romanzo “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” (edizioni scientifiche italiane). Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale,  Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George),
Lido d’Amore.
V PUNTATA

Nel vederci Antonio, il gestore del bar dove, ogni mattina, prendo il mio caffè, si avvicina; è uno di quelli che intendono resistere allo spopolamento dell’isola. “Questa, -mi ha detto spesso-, è la mia unica realtà, il solo orizzonte che ho sempre visto da quando sono nato e non saprei dove andare”. Capisco le sue ragioni ma so che la moglie non è d’accordo; lei vorrebbe dare altre possibilità ai figli ed è difficile darle torto.
– Buon, giorno professore, ha visto che tempo strano? Buon giorno donna Rosa, mi fa piacere vederla; sta bene?-
Vorrei dirgli, ma solo per compiacergli,  che non esistono più le stagioni di una volta; in certi casi i luoghi comuni possono servire. L’intervento della donna mi salva dall’imbarazzo del silenzio.
– E, caro Antonio, – diciamo che sì, sto bene; alla mia età è proibito lamentarsi.-
Seduto davanti a un caffè guardo la donna, di cui ho appena saputo il nome,  cercando di collocarla nei miei ricordi purtroppo senza alcun esito. Anche lei mi guarda mentre sorseggia con evidente piacere.
– Non dovrei bere caffè, lo so- aggiunge forse pensando ad un mio tacito rimprovero. – Il dottore me lo dice sempre; ma non riesco a resistere e poi, scusi professore,- continua sorridendo, -ma non le sembra ridicolo? Alla mia età che senso può avere dire che cosa posso e che cosa non posso mangiare. Capisco, il dottore è un amico e deve fare il suo mestiere; quando mi visita mi dice sempre “Vi raccomando donna Rosa, ricordatevi di prendere sempre le medicine e attenta nel mangiare” ma lo dice sorridendomi; io so che, in cuor suo, è un mio complice. Io gli ho chiesto solo che non voglio soffrire e l’ho detto anche al parroco. Don Luigi, però, lui è più severo e vuole convincermi che dobbiamo accettare tutto in nome delle sofferenze subite da Nostro Signore Gesù Cristo. Ma perché, gli dico spesso, non ne ho avute già abbastanza di pene, che cosa mi deve ancora accadere perché io possa sentire dolore. Ma lui mi rimprovera, “non parlare così, non ti voglio nemmeno ascoltare,” dice; poverino, lo capisco, anche lui fa il suo mestiere.-
– Ciao.– Nel ragazzino che mi saluta riconosco lo stesso che ho incontrato nel cimitero.
– Ciao, gli rispondo; -non ti sei bagnato vero? In realtà cerco di trattenerlo nel tentativo di distrarre la donna. Non mi piace il tono delle sue parole. E il ragazzino non si fa pregare.
No, abbiamo corso-, dice, -io e Saverio.-
-E chi è Saverio, chiedo, prima ho visto che eri solo.-
– Saverio è il mio asino, non lo conosci?-
– Certo, certo,- aggiungo sorridendo, ma sì, tu sei il figlio di Antonio,-
Continuo il mio tentativo di distrarre la signora Rosa.
– Senti, riprende il bambino, mio padre ha detto che sei professore, è vero?-
Annuisco senza rispondere e continuo a sorridergli.
– Allora, mi puoi correggere i compiti?-
– Vediamo, gli dico. Il ragazzino mi mette davanti un quaderno un po’ stropicciato.
– Dovresti avere più cura dei quaderni, non ti pare?
– Ma io sono bravo a scuola e i miei compagni mi fanno i dispetti.-
– Bene, vediamo che cosa hai scritto.-
Sul foglio a righe, con bella scrittura, che conferma le parole del ragazzo, leggo: “Descrivi gli animali che conosci”.
Leggo ad alta voce per coinvolgere la signora Rosa che ora sorride anche lei.
– Bene, dico, sei veramente bravo.
– Sì però non mi ricordo come fa la voce di questi animali, mi puoi aiutare?
– Vediamo: dunque. Tu hai scritto, “Il cane abbaia, il gatto miagola, il cavallo nitrisce, l’asino raglia, il gallo canta, il maiale grugnisce e il topo squittisce…”
– Sei proprio bravo, mi interrompo meravigliato, conosci tutto questo;-
– Sì ma non mi ricordo come fa il verso del grillo; la cicala frinisce ma il grillo non me lo ricordo. Tu lo sai come si dice?-
Guardo il ragazzino imbarazzato; forse anche per il grillo si dice frinire, ma non ne sono sicuro. Non so cosa rispondere poi mi decido.
– Che strano, sai ci pensavo proprio questa mattina,– gli dico, -e devo confessarti che non me lo ricordo nemmeno io. Credo che anche per il grillo si dica frinire, però possiamo controllare sul vocabolario, non credi?
– Vabbè,- mi dice sorridendo il ragazzo -meglio che guardo io sul computer- aggiunge e va via poco convinto.
– Caro professore- dice la signora Rosa con una sonora risata, -ha visto, noi siamo il passato. Bisogna arrendersi. Ma forse non è male. Ormai non possiamo dire più niente. I giovani non hanno bisogno di noi.
– Scusate professore, quello il ragazzino vi ha dato fastidio, è stato scostumato, vero?- dice Antonio portando via le tazze.
– Ma no, Antonio, non è niente; tuo figlio è un ragazzino sveglio ed ha ragione. Io con questi strumenti non ci capisco molto.-
– Siamo il passato, ripete la signora Rosa, e i giovani hanno fretta. Bene professore,- poi continua,- non piove più; grazie per il caffè, io ora andrei a casa.-
– Sì, certo, le dico salutandola, arrivederci.-
Resto seduto a guardare la donna che si allontana con passo incerto rammaricandomi di non riuscire a darle un posto nella mia memoria. Che cosa è per lei la vita, mi chiedo. È possibile continuare a vivere dopo tanto dolore? Non ricordo più chi ha detto “L’uomo per sopravvivere ha bisogno di sognare”; ma cosa potrà ormai sognare questa povera donna,?
– Ciao. Non vai con tua moglie?- La voce del ragazzino interrompe i miei pensieri.
– Oh! sì, certo- gli rispondo con un sorriso ed esco dal bar.
Fuori, ora l’aria è di nuovo calda e nel silenzio del giorno le cicale hanno ripreso a frinire.
(5.fine)

 

PRIMA PUNTATA
Il verso delle cicale,
continuo, monotono mi accompagna lungo il sentiero che arriva, in fondo, sulla scogliera che chiude questo lato dell’isola. Sto rientrando dalla mia passeggiata che, ogni giorno, mi porta dal paese fino alla punta estrema del promontorio che divide due ampie insenature.
Ai lati del polveroso viottolo, si stendono le pertiche con l’uva; su questo versante dell’isola, infatti, i vitigni sono sistemati bassi per ripararli dal vento che, in alcuni giorni, soffia impetuoso dal mare. Nell’aria all’odore della polvere si mescola quello dello zolfo con il quale i contadini hanno irrorato i filari.
Nella calura del giorno anche le lucertole percorrono brevi tratti prima di rintanarsi in qualche anfratto. Sul sentiero la vegetazione stenta a crescere. Ai due lati dei muretti, nella breve striscia d’ombra delle cunette, solo pochi sterpi resistono insieme a foglie secche che le prime piogge porteranno via.
– Buongiorno professore. Buongiorno.
Un gruppo di ragazzi mi sorpassa salutandomi con allegria.
– Oggi è finita. Buona passeggiata- mi grida ancora qualcuno. Mi fermo aspettando che si posi la leggera nuvola gialla sollevata dalle loro biciclette. Certo vanno al mare per festeggiare l’ultimo giorno di scuola.
Chi sono mai questi ragazzi? mi chiedo. Mi conoscono davvero? Ma forse avranno detto professore come avrebbero potuto dire dottore; ecco, sì, forse avranno detto proprio dottore. Devo aver capito male.
Oggi il sole è caldo. Il cielo, di un azzurro terso, senza sfumature, sembra colare fumi bollenti. Il sudore si attacca agli abiti leggeri insieme alla polvere. Sento il bisogno di riposare. Giunto al cancello del piccolo cimitero mi siedo sul basso muretto che circonda il luogo. All’interno non vedo nessuno; le lapidi, tutte allineate, sono circondate da piccole aiuole dove fiori appassiti giacciono sulle zolle aride, spaccate dal sole.
-Buongiorno professore; si riposa? Fa bene, oggi è proprio caldo.
– Buongiorno signora- rispondo alla donna che si è fermata e mi guarda. Fra le braccia ha un gran fascio di fiori. Fiori che non riconosco ma che mi sembrano di poco conto.
– Vado a mettere i fiori e a cambiare l’acqua nei vasi- aggiunge; -sa, con questo caldo, i fiori durano appena qualche giorno.
– Arrivederci-, poi aggiunge entrando nel recinto sacro.
La seguo con lo sguardo: piccola, vestita di nero, un nero direi anch’esso polveroso. Sarà certo un’abitante del paese. Forse dovrei conoscerla. Anche lei mi ha chiamato professore; qualcosa vorrà pure dire. Ma io non mi ricordo di lei. Mi accorgo che, da qualche tempo, mi sfuggono troppe cose eppure non mi angoscio più di tanto. Quasi sempre le cose, che oggi non ricordo, poi ritornano semmai in un momento in cui non sai spiegarti il loro significato.
Resto seduto. Nell’aria calda, fumi di caligine chiudono l’orizzonte oltre i filari di vite; mi guardo intorno cercando un motivo d’interesse.
Come sempre più spesso mi accade, resto immobile, sospeso nel tempo senza prendere iniziativa. Fra non molto dovrò ritornare in paese, ma attendo; cerco un pretesto per restare ancora seduto perché anche se la strada non è molto lunga, oggi il caldo è insopportabile. Guardo i pochi fili d’erba, non ancora secchi, i quali si accartocciano nel tentativo di sfuggire all’inesorabile calore.
Seguo una lunga fila di formiche che procede sicura. Con uno stecco ne scompiglio l’ordine; in breve le formiche girano intorno all’improvviso ostacolo e continuano il viaggio verso una meta che soltanto loro conoscono. Poi incalzo l’incedere di una coccinella la quale dopo un poco, infastidita, apre la sua lucida corazza e vola via. Mi stanco presto dello stupido passatempo; in realtà cerco di riempire il vuoto della mia noia. Resto di nuovo in ascolto del frinire delle cicale. Frinire; ecco, sì, ora ricordo; così si chiama il verso delle cicale; mi sembra che si tratti di una voce onomatopeica; anche se, in realtà, a me sembra che il verso della cicala somigli più ad un suono, che so,  come cri cri. Forse si dovrebbe dire “crinire” penso; e sorrido al mio stupido pensiero. E il grillo? Come fa il verso del grillo? O meglio: come si chiama il verso di questo insetto notturno?
Pensieri oziosi di un vecchio che spera, così, di tener desta la propria memoria. Come se bastasse ricordare questi particolari quando, ogni giorno, una parte della propria vita fugge via senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Come una bandiera che ormai non riesce più a resistere alle intemperie e che, benché stracciata in scoloriti brandelli, continua a svolazzare.
Spingo il cancello che cigola sui cardini ed entro anch’io nel piccolo cimitero. In realtà non ho nessuna tomba alla quale sono legato in modo particolare; solo qualche amico che mi ha preceduto. Nell’isola, infatti, non ho parenti mentre io stesso, ormai, mi sento come un’isola senza più contatti con la terra ferma. In cerca di un po’ di ombra avanzo verso la cappella che sorge al centro del recinto e dove, in alcuni giorni, il prete viene a dire messa. È una piccola costruzione con ai lati due alberi: due cipressi non molto folti. Sono stati piantati da poco dopo che, durante il trascorso inverno il vento aveva sradicato quelli precedenti. Solo pochi arbusti bassi con le chiome sagomate dal vento resistono. Potrebbero essere tamerici ma non ne sono sicuro.
Da qualche giorno, dietro la cappella, stanno rassodando due settori per ampliare l’area cimiteriale anche se non si comprende la necessità visto che gli abitanti diminuiscono. Qualcuno, in paese, dice che preparano fosse comuni per i tanti naufraghi che, ogni giorno, arrivano sulle nostre coste; saranno settori diversi per rispettare le diverse fedi religiose. Non ho modo di verificare tutto questo.
Il terreno smosso attira una nuvola nera di volatili che cercano vermi. Al mio passaggio un gruppo di cornacchie si alza in volo; ma dopo un breve giro gli uccelli ritornano sull’area posandosi sulle zolle che rimestano con i loro becchi gialli. Solo ora mi accorgo che, sull’altro lato del recinto, è seduto un ragazzo con il capo calato su un oggetto che tiene fra le mani. Mi avvicino piano; il ragazzo alza la testa, mi sorride e poi ritorna al suo gioco mentre con un piede tiene la corda di un asino che indifferente, cerca i pochi fili d’erba.

(1.continua)

II PUNTATA

Per un po’ resto alle sue spalle incuriosito; guardo le sue piccole dita che, veloci, scorrono sullo schermo dell’iPad ma non capisco nulla di quel giochino. M’incanta la sua abilità nei rapidi movimenti ai quali, sono certo, corrisponde un risultato positivo anche se non so quale sia lo scopo del gioco.
Il ragazzo alza di nuovo la testa e mi sorride. Sono sicuro che gli è ben chiara la mia incapacità a seguirlo nei suoi veloci passaggi; quasi ad ogni movimento il ragazzino mi guarda sornione. Solo il rispetto per la mia età lo trattiene dal ridere apertamente. Non mi va di chiedergli spiegazioni.
In fondo ha ragione lui; con il suo gioco e la sua giovane età io non c’entro niente. La presenza di quel ragazzo in un luogo di morti destinato anch’esso ad un solitario abbandono, allevia la mia angoscia. Quando tutto questo sarà scomparso, penso, la vita continuerà sia pure sotto altre forme.
Inseguendo i miei pensieri sorrido al ragazzo e mi allontano.
– Ciao- lui mi dice disinvolto. Quel semplice saluto ha annullato, in un attimo, tutta la diffidenza che, naturalmente, si instaura fra le generazioni.
Cercando un po’ d’ombra, giro dietro la cappella dove cumuli di fiori secchi emanano un odore pungente ed insopportabile di putrefazione. Tutto intorno molte tombe appaiono abbandonate ormai da molto tempo. Molti di quei morti non hanno più alcun parente in paese che si curi delle loro tombe.
Lapidi cadute, croci arrugginite. Senza più alcun riferimento ai nomi dei morti le loro tombe sono soltanto un groviglio di sterpi secchi. Lastre di marmo spezzate in più pezzi giacciono al suolo dove, in breve, vengono ricoperte da erbe e cumuli di polvere in cui nidificano gli insetti. In alcuni casi a stento si individua il recinto della tomba; le sterpaglie crescono rigogliose spandendosi sul suolo e coprendo i piccoli cumuli di pietre.
Nel piccolo cimitero la natura sta, lentamente, riprendendo il suo posto sia pure disordinatamente per cui si fa fatica a distinguere i viali dalle aree destinate all’interro Con il tempo, la storia di quei morti si perderà per sempre. Potrei trascrivere i loro nomi prima che siano cancellati per sempre. Un lungo elenco, sia pure senza più alcuna memoria ma almeno, penso, resterebbe una traccia della loro esistenza. Ma chi li ricorderà fra qualche anno? E, soprattutto, a chi interesserà sapere i loro nomi? Per loro nessun cantore, nessun Lee Master vorrà scrivere un nuovo Spoon River per raccontare la loro vita.
L’abbandono del luogo testimonia una realtà dell’isola che non lascia sperare alcun cambiamento per il futuro. Intere famiglie, infatti, sono emigrate lontano; così la popolazione dell’isola aumenta solo d’estate per poi diminuire drasticamente quando i villeggianti vanno via. I vecchi abitanti ormai sono rassegnati; mi hanno raccontato che ogni loro tentativo per avere almeno un presidio sanitario è restato inascoltato; ed ora le donne per partorire preferiscono andare negli ospedali della terra ferma. Così le scuole. La maggiore scolarizzazione ha coinciso con il trasferimento di molti giovani nei collegi cittadini.
L’isola, ormai, è un luogo di vecchi, un luogo di abbandono. Ogni iniziativa è destinata a fallire. In paese dicono che quei pochi volenterosi che hanno tentato di avviare una qualche impresa per risollevare l’economia del paese alla fine si sono dovuti arrendere. Nessuno ci crede più.
Tutti rimpiangono quando, sull’isola, c’era il carcere perchè allora, dicono, c’erano i militari con le famiglie ed anche i parenti dei carcerati, soprattutto di quelli politici, prendevano casa sull’isola. Allora alcuni volontari avevano aperto una scuola con una biblioteca ed inoltre il medico del penitenziario assicurava almeno una prima assistenza nei casi più gravi in attesa della motovedetta che avrebbe trasportato il paziente sulla terra ferma.
Qualche anno fa il tentativo di trasformare l’edificio in albergo si è arenato per motivi non troppo chiari; qualcuno dice che le famiglie dei prigionieri politici e le associazioni degli ex combattenti non volevano che fosse profanato un luogo così importante per la storia democratica del nostro paese; certo hanno ragione anche loro ma intanto tutto è rimasto fermo, l’edificio crolla mentre l’isola sta morendo.
Il vecchio prete dell’unica chiesa ancora resiste ma tutti sanno che ormai anche lui, data l’età, pensa di andar via. E il collegio delle suore, che spesso ospitava forestieri di passaggio, soprattutto d’estate, è chiuso da quando le poche religiose rimaste sono state trasferite in un altro convento.

(2.continua)

 

III PUNTATA
La battaglia di questa povera donna contro la burocrazia ora è terminata; parla piano, con pacatezza come di chi, da tempo, è rassegnato a questo stato di cose. La sua è una malinconia nutrita, giorno per giorno, con ricordi che appartengono solo a lei.Le poggio piano una mano sulla spalla per poi ritrarla subito. L’insensatezza del mio gesto consolatorio è troppo evidente. Mi vergogno, ma mi accorgo che non so dire nulla; e poi che senso avrebbero le mie parole? Su quella lastra di marmo, i due nomi, segnano il passato ed il futuro di quella donna. Ma, in realtà, solo il passato è stato vissuto mentre il futuro è soltanto il rimpianto per giorni che lei avrebbe desiderato felici. Tutto questo non ha senso, penso, è innaturale. I genitori non dovrebbero mai seppellire e piangere i figli. Un velo di tristezza aumenta il mio disagio; non resisto allo strazio di questa donna così dignitosa nel suo dolore. Cerco un pretesto per andare via. Ma la donna, che non si è sottratta alla mia leggera carezza, mi guarda rendendomi partecipe del suo tormento; non posso lasciarla sola con la sua angoscia.- Un giorno- riprende -ho visto una ragazza che metteva dei fiori sulla tomba. Mi sono avvicinata sperando in un amore giovanile; povero figlio; almeno, pensavo, avrà conosciuto le gioie di un amore con il quale avrà nutrito le ore di paura. Nei momenti più pericolosi avrà sognato una vita felice accanto a questa ragazza. Ma quando mi sono avvicinata la ragazza si è allontanata andando via veloce; non sono riuscita a parlarle; non l’ho riconosciuta e, poi, non l’ho più vista.- – Ciao.- Il ragazzo con l’asino passa tranquillo interrompendo quel dialogo così difficile almeno per me.- Ma ha visto! forse non è giusto entrare così in questo luogo; ci vorrebbe maggiore rispetto, non le pare?-In realtà non sono convinto di quello che dico ma ho parlato soprattutto per distrarre la donna la quale, con mia meraviglia, non sembra turbata più di tanto. – Cosa vuole- ormai anche questo luogo è soltanto un campo abbandonato. Alla mia morte qui non verrà più nessuno. Almeno così sarà frequentato e chissà forse ai morti farà piacere vedere un ragazzo; è la vita che continua, non le sembra?-Le parole della donna mi fanno vergognare dei miei pensieri. Ha ragione lei; la vita continua e noi vecchi abbiamo il dovere di guardare con ottimismo ai giovani.La convinzione che dopo di noi, tutto finisca, è solo un’idea egoistica. Il pessimismo accompagna la vecchiaia ma non abbiamo il diritto di ritenere tutti peggiori di noi.Forse lo pensava mio nonno e ricordo che lo diceva anche mio padre ma è sbagliato; tutto continua dopo di noi con gli stessi momenti allegri e con le stesse aspettative di gioia da parte delle nuove generazioni. Sono convinto; occorre guardare avanti.All’improvviso, come spesso accade d’estate, numerosi tuoni squarciano l’aria mentre un muro di nere nuvole avanza veloce dal mare.- Dobbiamo andare, dico, il caldo è troppo e ora minaccia anche di piovere.- Sì, ha ragione; andiamo.– Facciamo la strada insieme; vuole appoggiarsi?- Grazie, professore; a volte sono proprio stanca ma non mi lamento.– Salve, salve. Correte che adesso viene giù il diluvio.-Un gruppo di ragazzi, forse gli stessi di prima, ci supera suonando con allegria sulle loro biciclette.- Come sono belli.- dice la donna seguendoli con lo sguardo. Non avverto nella sua voce alcuna invidia per il destino così crudele che è toccato in sorte al suo giovane figlio; è una donna serena che guarda con ottimismo al futuro.Le sorrido sicuro che stia cercando una mia partecipazione alle sue parole.- Sì, dico, ha ragione. I giovani sono sempre belli e nessuno ha il diritto di distruggere i loro sogni.– Tanto, aggiunge lei, a questo, purtroppo, ci penserà la vita.-Non so cosa rispondere a questa sua amara considerazione.- Cerchiamo di affrettarci,- le dico.Siamo appena arrivati alle prime case del paese quando gocce di pioggia, grandi come monete, rimbalzano sul terreno alzando sbuffi di polvere.- Ci conviene fermarci; ecco entriamo qui.  (3.continua)

IV PUNTATA
La battaglia di questa povera donna contro la burocrazia ora è terminata; parla piano, con pacatezza come di chi, da tempo, è rassegnato a questo stato di cose. La sua è una malinconia nutrita, giorno per giorno, con ricordi che appartengono solo a lei.Le poggio piano una mano sulla spalla per poi ritrarla subito. L’insensatezza del mio gesto consolatorio è troppo evidente.
Mi vergogno, ma mi accorgo che non so dire nulla; e poi che senso avrebbero le mie parole? Su quella lastra di marmo, i due nomi, segnano il passato ed il futuro di quella donna. Ma, in realtà, solo il passato è stato vissuto mentre il futuro è soltanto il rimpianto per giorni che lei avrebbe desiderato felici. Tutto questo non ha senso, penso, è innaturale. I genitori non dovrebbero mai seppellire e piangere i figli. Un velo di tristezza aumenta il mio disagio; non resisto allo strazio di questa donna così dignitosa nel suo dolore.
Cerco un pretesto per andare via. Ma la donna, che non si è sottratta alla mia leggera carezza, mi guarda rendendomi partecipe del suo tormento; non posso lasciarla sola con la sua angoscia.
– Un giorno- riprende -ho visto una ragazza che metteva dei fiori sulla tomba. Mi sono avvicinata sperando in un amore giovanile; povero figlio; almeno, pensavo, avrà conosciuto le gioie di un amore con il quale avrà nutrito le ore di paura. Nei momenti più pericolosi avrà sognato una vita felice accanto a questa ragazza. Ma quando mi sono avvicinata la ragazza si è allontanata andando via veloce; non sono riuscita a parlarle; non l’ho riconosciuta e, poi, non l’ho più vista.-
– Ciao.- Il ragazzo con l’asino passa tranquillo interrompendo quel dialogo così difficile almeno per me.
– Ma ha visto! forse non è giusto entrare così in questo luogo; ci vorrebbe maggiore rispetto, non le pare?-In realtà non sono convinto di quello che dico ma ho parlato soprattutto per distrarre la donna la quale, con mia meraviglia, non sembra turbata più di tanto. – Cosa vuole- ormai anche questo luogo è soltanto un campo abbandonato. Alla mia morte qui non verrà più nessuno. Almeno così sarà frequentato e chissà forse ai morti farà piacere vedere un ragazzo; è la vita che continua, non le sembra?-
Le parole della donna mi fanno vergognare dei miei pensieri. Ha ragione lei; la vita continua e noi vecchi abbiamo il dovere di guardare con ottimismo ai giovani. La convinzione che dopo di noi, tutto finisca, è solo un’idea egoistica. Il pessimismo accompagna la vecchiaia ma non abbiamo il diritto di ritenere tutti peggiori di noi.Forse lo pensava mio nonno e ricordo che lo diceva anche mio padre ma è sbagliato; tutto continua dopo di noi con gli stessi momenti allegri e con le stesse aspettative di gioia da parte delle nuove generazioni. Sono convinto; occorre guardare avanti.
All’improvviso, come spesso accade d’estate, numerosi tuoni squarciano l’aria mentre un muro di nere nuvole avanza veloce dal mare.
Dobbiamo andare, dico, il caldo è troppo e ora minaccia anche di piovere.- Sì, ha ragione; andiamo.-
– Facciamo la strada insieme; vuole appoggiarsi?
– Grazie, professore; a volte sono proprio stanca ma non mi lamento.– Salve, salve. Correte che adesso viene giù il diluvio.
-Un gruppo di ragazzi, forse gli stessi di prima, ci supera suonando con allegria sulle loro biciclette.- Come sono belli.- dice la donna seguendoli con lo sguardo. Non avverto nella sua voce alcuna invidia per il destino così crudele che è toccato in sorte al suo giovane figlio; è una donna serena che guarda con ottimismo al futuro.Le sorrido sicuro che stia cercando una mia partecipazione alle sue parole.
– Sì, dico, ha ragione. I giovani sono sempre belli e nessuno ha il diritto di distruggere i loro sogni.– Tanto, aggiunge lei, a questo, purtroppo, ci penserà la vita.-Non so cosa rispondere a questa sua amara considerazione.- Cerchiamo di affrettarci,- le dico.
Siamo appena arrivati alle prime case del paese quando gocce di pioggia, grandi come monete, rimbalzano sul terreno alzando sbuffi di polvere.
– Ci conviene fermarci; ecco entriamo qui. (4.continua)