Un uomo e un uccello condividono il sogno ambizioso di raggiungere il sole e di ricongiungersi a una natura troppo spesso violentata da chi non attribuisce valore al sentimento. Affonda le sue radici in un Mito totalmente rinnovato l’intrigante storia raccontata da Tjuna Notarbartolo in “A volo d’angelo” (Felici Editore, pp. 296, euro 12.50), romanzo incentrato sul perdono e sulla libert  di essere se stessi.
Un corridore senza nome ed et  segue un uccello in un viaggio che non sembra aver mai fine entrambi sono dei sopravvissuti, reduci da prove che li hanno temprati (“Solo un grande dolore può estirpare la radice del dolore”) e da cui sono usciti vittoriosi. Come l’albero e la zolla di terreno vivono in simbiosi l’uccello, seviziato e vittima della crudelt  degli uomini, è soggetto a una metamorfosi che lo porta a reincarnarsi di continuo; l’uomo, consapevole delle sofferenze patite a causa della propria natura, si scontrer  con il Male, esterno e interno a se stesso.
Il racconto scivola nel grottesco quando il protagonista, giunto in un palazzo forse senza uscita e circondato da uno stuolo di adulatori e ruffiani, cerca di ritrovare il suo spirito-guida imprigionato nei cunicoli sottoterra. Ogni tentativo di corromperlo, facendo leva sul suo narcisismo, si infrange di fronte all’insopprimibile bisogno dell’uomo di espletare una missione che lo ossessiona e gli d  uno scopo, differenziandolo dalla massa pigra e inerte, simboleggiata dal vecchio pazzo rinchiuso in una gabbia tra gli escrementi di gallina.
Le ali, incarnazione della libert , sono di chiunque abbia il coraggio di vivere pienamente come insegner  l’Aquila Reale all’albanella timorosa che ha messo radici altrove ed è diventata un “perfetto animale sociale”.
Lungi dal ridursi a una fiaba ecologista, “A volo d’angelo” si risolve nel ritratto critico dei tempi in cui viviamo, cos miseri da chiederci di sacrificare sull’altare delle apparenze le nostre più intime aspirazioni.

In foto, la copertina del libro