Otto storie per otto venti. Tramontana, Grecale, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente e Maestrale. La rosa dei venti accompagna le storie di uomini e donne nel nuovo libro di Domenico Infante, “Vento e sabbia” (Scrittura & Scritture, pp. 84, euro 8). Uomini senza nome, il sogno di un volo, parcheggiatori abusivi e barboni, freddi abusi sessuali e destini che cambiano. E uno sciamano che conosce le storie portate dal vento e dal mare.

Dopo i romanzi brevi, “Cronache del vicolo” (premio Desenzano libro giovani 2008) e “Novanta minuti” (entrambi editi per i tipi di Scrittura & Scritture), Infante d  alle stampe la sua prima raccolta di racconti. Otto storie slegate il cui unico filo conduttore è il vento. Storie dure, drammatiche. Storie di tutti i giorni, raccontate con uno stile pulito e mai banale. Con la capacit  di indovinare le parole e i giusti tempi della narrazione. Con rara abilit  l’autore vede, respira, tocca e poi traccia su carta il mondo che ci circonda restituendone al lettore colori, odori e sensazioni tattili.

In occasione di una recente presentazione napoletana del volume, abbiamo posto alcune domande a Domenico Infante.

Infante non amo le raccolte di racconti

“Una storia è una ragnatela infinita di strade”. Queste parole dello sciamano aprono a un possibile seguito di questa raccolta di racconti?
“Nessun seguito, le otto storie sono create attorno ai nostri venti e finiscono l. Il messaggio che volevo dare è quello che le storie sono chiuse da un discorso muto. Come il nero contiene tutti i colori, il discorso muto contiene tutte le parole e tutti i racconti del mondo. E i racconti non sono altro che parole, ci aria spinta contro le corde vocali… vento”.

Il libro esce proprio quando il Mediterraneo è al centro del mondo. Un caso o un segno?
“Sicuramente è un caso, ma forse anche un segno. Perch il Mediterraneo è il centro della cultura di quasi tutto il mondo, almeno quello che sentiamo vicino, che porta dietro i colori e i profumi che conosciamo. Continuo a vederlo come un centro di grande interesse culturale e quello che sta succedendo in questi giorni, per quanto triste, pesante, pericoloso, porta sicuramente con se delle speranze, come quella che alcuni popoli possano risolvere i propri conflitti o liberarsi da dittature feroci”.

Gli otto racconti sono fortemente drammatici. Si percepisce il senso di sconfitta dell’uomo. Domenico Infante è ottimista o pessimista?
“Penso di essere fortemente ottimista. Ho raccontato storie che trovo coerenti coi nostri tempi. In particolare, sono legato alla storia dell’uomo che perde il posto di lavoro e viene dimenticato. Non si ricordano nemmeno come si chiama. quello che succede nelle nostre aziende in questo momento, gente che ha contratti brevissimi e, terminato il periodo lavorativo, diventa uno che è passato. Nessuno ricorda più il suo nome, il suo aspetto, i messaggi che poteva trasmettere. Non lo ricordano nemmeno seduto alla mensa”.

“Cronache del vicolo” si concludeva con il sipario. “Vento e sabbia” si apre in teatro…
“In “Novanta minuti” faccio una riflessione, proprio io, Domenico Infante, in cui spiego cos’è per me Napoli un teatro a cielo aperto nel quale ognuno recita una parte per qualche minuto per poi tornare al suo posto prendendosi applausi o fischi, pronto a dispensare applausi o fischi a chi lo sostituisce su questo palcoscenico enorme. Da questo punto di vista c’è un filo conduttore tra i tre libri. Io non amo le raccolte di racconti, cos quella scena mi è servita per dare continuit  alle otto storie, completamente slegate tra loro, nonostante il vento faccia da filo conduttore”.

Progetti futuri?
“Sto lavorando da tempo a un romanzo. Sar  ambientato in Sicilia, nella zona delle Madonie, a Petralia Sottana, dal 1922, il giorno della marcia su Roma, fino alla fine della seconda guerra mondiale”.

Prossime presentazioni del libro?
“Ne abbiamo fatta una a Roma e stiamo valutando per Palermo. Con Napoli, sono le tre citt  a cui più sono legato”.

In foto, l’autore