Regina
di Pasquale Ferro*
PRIMA PARTE
“Ricordo l’orfanotrofio e le sue antiche mura, umide e bianche, le monache, il chiostro.
Il giovedì era il giorno di visita, sterili coppie e sterili gruppi di
beneficenza e volontariato accorrevano, pietosi e sorridenti (chissà se, quando ritornavano nelle loro linde casette, ricordavano la visita fatta agli orfanelli, forse ne parlavano a qualche party serale, far vedere quanto erano buoni). Buoni nel porgerci giocattoli, o indumenti usati, lisi e, a volte, sporchi.
Per me era terribile, mi rendevo conto di essere diversa dagli
altri bambini, ero intelligente mostruosamente precoce, e bella… Tutti se ne rendevano conto, ero la prima a essere notata, mi venivano vicino, carezze sorrisi e complimenti. Poi si allontanavano e quando andavano via evitavano di salutarmi. Qualche frase sommessa la captavo: “Che bella bambina…strana”. Oppure: “Che bella bambina.. bella.. ma odora di cattivo”.
Cattiva, questa parola mi era rimasta addosso per tutta la vita, come se mi fosse stata iniettata nelle vene… io non volevo… ma così è sempre stato. Le monache, gli altri bambini, erano complementari, avevano un atteggiamento nei
miei confronti di timore, di paura.
Avevo in dotazione sempre i più bei abiti, bambole, e giocattoli, ma non ho mai capito perché i miei sguardi li terrorizzavano.
Io non volevo sfuggevoli carezze o mesti sguardi, volevo una famiglia,da quelle che venivano in orfanotrofio, solo complimenti, poi sceglievano altri bambini, semmai brutti.
Giuro che non facevo niente, non ho mai picchiato un bambino,
mai fatto dispetti o capricci, e allora perché nessuno mai si è interessato a me?
Sono stata in orfanotrofio fino all’età di diciotto anni, occupandomi delle pulizie e della cucina, forse potevo ancora restare, ma le buone monache si diedero molto da fare per togliermi dai loro piedi, così mi collocarono presso una famiglia benestante come cameriera e factotum.
Diventata adulta presi coscienza, attraverso varie autoanalisi, di quanto fossi perfida.
Sì, ero perfida, diabolica e malvagia, da dove scaturiva tutto questo proprio non l’ho mai scoperto, ma il mio bisogno di fare del male agli altri è stao costantemente presente nella mia mente, come un eroinomane che ha bisogno della sua dose, io
dovevo bucarmi di scelleratezze, per poi riversarle su gli altri, chiunque essi fossero.
Il giorno della partenza, nessun saluto, nessuna festa.
Andai via sola come un cane, con pochissime povere cose, tra cui un calzino da neonato con ricamato sopra un nome “Regina”.
Arrivai nella villa dei signori, che mi accolsero festosi e ossequiosi. Fatte le presentazioni, mi assegnarono una stanzetta dove dormire, mi chiesero se volessi riposare, poi a pranzo mi avrebbero detto quali sarebbero state le mie mansioni, il mio stipendio e il giorno di libertà. Ero contenta, perché sarei
diventata finalmente autonoma e forse questo maleficio nero che avevo nel sangue sarebbe scomparso per sempre…
Avrei presto capito che mi illudevo…
Al piano di sopra c’era la mia stanza semplice e pulita, mi sdraiai sul letto.
Voci concitate attirarono la mia curiosità, vedevo e sentivo la famiglia che era in riunione… parlavano di me (la famiglia era composta da genitori quarantenni, da una figlia diciottenne e un maschietto ventenne…
Discutevano animatamente… parlavano di me…
Il padre, Bartolomeo:”Abbiamo deciso assieme questa specie di adozione, ne abbiamo discusso a lungo, adesso perché non volete? Non la conosciamo nemmeno, come possiamo giudicarla, prendiamo tempo.
La madre, Monica: Ma Bartolomeo, è una signorina, è una grande,
responsabilità, bisognerà gestirla, educarla al nostro modo di vedere le cose, al nostro ambiente.
Bartolomeo: Parli tu! Dimentichi che il nostro è un voto alla Madonna perché ti salvassi da quel brutto male, l’hai forse dimenticato? Giurammo che se ti fossi salvata avremmo preso in famiglia un’anima abbandonata. E (rivolto ai figli) voi due eravate d’accordo.
La figlia, Maria: Si è vero papà, ma è strana, possiede qualcosa di
inspiegabile, non so cosa, mi mette a disagio il suo sguardo, mi dà la sensazione di un animale cattivo.
Il figlio, Bruno: Per me resta o va via non me ne frega niente basta che non rompa le palle.
La riunione andò avanti ancora, io mi rintanai nella stanza pensando e ripensando,che la loro benevolenza verso di me non era altro che un voto e io cosa ero?
E va bene! Volete che vi dimostri quanto sono malefica… Ci sto… Ma vi avverto… state molto attenti.
Iniziai già dal giorno dopo, un gioco ignobile, la mia prima vittima fu il padre… Bartolomeo… cosciente della mia bellezza, lo provocavo, con atteggiamenti e paroline allusive. Lui faceva finta di non cogliere, ma con il tempo si ammorbidì e iniziammo un gioco di seduzione fino a che non ci ritrovammo a letto a fare sesso, io gli dissi che ero vergine, ( non potevo confessargli che avevo sedotto il giardiniere del convento, e ancora l’elettricista e un monaco etc. etc. ) lo feci insomma innamorare di me,
rendendolo succube di ogni mio desiderio, e già l’armonia familiare andava sgretolandosi, perché Bartolomeo era isterico e nervoso, e io lo manovravo magistralmente, decidendo quando e come volevo concedermi a lui, questo lo faceva impazzire… piangeva e si disperava… e io impietosamente mi negavo… l’
avevo distrutto usando l’arma più antica del mondo. E, mentre lui continuava a ingurgitare antidepressivi e calmanti, andai oltre.
Bruno il figlio…
Fu’ più difficile perché il ragazzo provava odio nei miei confronti, non nascondeva che non poteva proprio sopportarmi, dovevo trovare la chiave di seduzione giusta, mi inventai minigonne esagerate, non portavo mutandine in più occasioni, mostravo piccole nudità, ma lui indifferente.
Aspettai il momento giusto e quando fummo nei pressi di una zona isolata… mi strappai la gonna , mi
arruffai i capelli e gli dissi “Adesso mi scopi… sennò dico che mi hai violentata… ti denuncio… mi crederanno… saprò farmi credere”.
Bruno diventò cadaverico in faccia… aveva paura, capì che lo stavo incastrando, incominciò a insultarmi, poi divenne
manesco, e senza rendersi conto si eccitò e, senza rendersi conto realmente, mi
violentò.
Fu un rapporto animale…Quando lui finì, mi disse: “Mi fai schifo, sei
un piccolo diavolo, forse ti scoperò ancora… ma continui a farmi schifo”.
Sorrisi tra me e me. (1.Continua)
*Imprenditore, autore di teatro, scrittore |
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