Ecco la quarta puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto. Ambientato in un piccolo centro, dove la baia è ridotta a discarica… E dove dovrebbe essere  accolto un gruppo di extracomunitari con le loro famiglie… La maggior parte è contro l’accoglienza…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale), Fine stagione, Assemblea straordinaria al College, Quando le chiacchiere diventano troppe.

 

QUARTA E ULTIMA PUNTATA
Questa mattina sono uscito,
pur non avendone voglia. Per me la vita continua come sempre; non posso farmi prendere dal panico. Per la strada gruppi di persone che, al mio passaggio, abbassano la voce; nessuno mi saluta fingendo di non vedermi. Non deve essere facile nemmeno per loro interpretare questo ruolo di difensori della Patria. Se non fosse un argomento maledettamente serio, ci sarebbe da ridere.
Al bar evito di sedermi al tavolo preferendo bere il caffè al banco. Com’è possibile, mi chiedo, che una comunità non riesca a ragionare, a porsi qualche domanda, e preferisce chiudersi in un ottuso rifiuto di tutto quello che ci sembra diverso. Il barista mi dice che il dottore, Fernando, questa mattina non si è visto. Colgo un tono ironico nella voce; ma forse sono io che mi sto lasciando condizionare. Sarà malato, conclude sorridendo il ragazzo.
Ecco anche Ferdinando è fra i nemici. Temo che non siamo in molti. Qualche insegnante è pure intervenuto, mi ricordo, ma ora non saprei dire con quale argomento.
Il parroco ha organizzato un rosario per il pomeriggio. È un giovane religioso molto attento e partecipe dei problemi della comunità. Sono certo che la sua volontà, anche in questo caso, sarebbe quella di partecipare in maniera attiva, come hanno dimostrato le sue parole all’assemblea, ma la sua posizione non deve essere facile con la Curia che raccomanda prudenza.
La donna che, da qualche tempo viene ad aiutarmi, questa mattina mi ha detto che già dalla sera precedente alcuni hanno organizzato posti di blocco sulle diverse strade di accesso al paese. Ad ora di pranzo una televisione locale trasmette le scene di uno di questi gruppi intorno ai falò. Riconosco le facce di quelli che si fanno intervistare. Molti spintonano per farsi riprendere. È il loro momento di gloria. Le loro proteste ripetono luoghi comuni, frasi senza senso. Nessuno che accenni ad un ragionamento ed il sindaco, che parla agghindato con la fascia tricolore, assicura la popolazione che sono state prese tutte le misure per salvaguardare il paese dall’invasione. Dice proprio così: invasione. Spengo intristito.
La consapevolezza di non poter niente contro questa follia generale, non mi conforta anzi mi fa sentire ancora più solo.
È passato un altro giorno. La situazione diventa seria; certo non sarà sfuggita alle autorità, penso. Qualcuno avrà avvertito i carabinieri. Non riesco ad immaginarmi le conseguenze. La sera esco di nuovo; voglio assistere all’arrivo dei militari quando faranno sgomberare questi ridicoli presidi sulle strade, all’ingresso del paese.
Quando giungo presso l’incrocio con la provinciale, la direzione dalla quale tutti attendono l’arrivo degli extracomunitari, vedo soltanto poche persone che sostano intorno a un falò.
-Non hai sonno, professore? Non riesci a dormire? Grida qualcuno del gruppo seguito dalle risate di tutti. Ho riconosciuto la voce di chi ha gridato, ma non ha importanza. Mi fermo indeciso; poi scuoto la testa e ritorno sui miei passi. Quest’aria da “deserto dei Tartari” non ha nulla di eroico, è soltanto triste
È trascorso un altro giorno. La donna mi ha riferito che i dimostranti questa notte hanno litigato perché qualcuno si è stancato e vuole andare via. I più facinorosi tentano di convincerli e, non riuscendoci, li accusano di vigliaccheria. Dalle parole alla scazzottata non era passato molto tempo, lei mi ha detto, aggiungendo che anche il figlio ha preferito rientrare. Forse si aspetta la mia approvazione.
Dalla prima assemblea straordinaria sono passati alcuni giorni. Ora anche il sindaco è preoccupato per la svolta violenta che sta assumendo la protesta senza che degli emigranti ancora si sia visto nessuno. Si rende conto che a lui spetta decidere che cosa fare per cui indice una nuova Assemblea.
Mi ha telefonato Fernando: -Dobbiamo assolutamente andarci, mi ha detto. Voglio vedere come va a finire. Ci sarà da ridere.
Non so dirgli di no anche se non ho il suo stesso spirito.
L’aula è piena; anche questa volta il sindaco ha indossato la fascia. Gli animi non sono certo rasserenati; qualcuno consiglia di aspettare per capire l’evolversi della situazione; chiedere in prefettura, suggerisce qualche altro, non sarebbe una cattiva idea. Solo allora il sindaco prende la parola e riferisce di aver ricevuto, questa mattina, una telefonata dalla Questura della vicina città. Il questore in persona aveva asserito che della venuta degli extracomunitari non aveva alcuna notizia, che non sapeva chi avesse messo in giro queste voci e che anzi aveva consigliato –non dice che, in realtà, il verbo usato era stato ordinato- di liberare immediatamente le strade per evitare l’intervento delle forze dell’ordine.
Un mormorio accoglie queste parole.
-Ci vogliono fregare, urla qualcuno ma nessuno gli fa eco. La seduta è sciolta. In questa farsa non vi è posto per il ridicolo. Sono stanchi anche se si sentono defraudati del loro momento di gloria e imprecano contro quelli che hanno abbandonato le barricate.
Certo qualcuno, in cuor suo, si sente ancora investito del sacro amore di Patria ed aspetta soltanto una prossima occasione.
Con il dottore, appoggiato al mio braccio, anche io lascio l’assemblea.
-Questi stupidi si illudono. Nessuno vuole affrontare seriamente il problema le cui dimensioni sono la conseguenza della forsennata politica coloniale dei secoli scorsi ed anche di questi anni. Dovremo fare i conti con l’immigrazione ancora per molto tempo, forse decenni.
-Tutti girano il viso dall’altra parte e intanto questi poveracci continuano a morire. Che pena! Continua Fernando; povera gente! Nessuno li fermerà mai; questi poveracci hanno fame; fame di tutto e soprattutto di vita mentre gli abitanti delle società occidentali diminuiscono sempre di più; ci vorrà molto tempo perché si ristabilisca un certo equilibrio. Noi siamo vecchi e non lo vedremo eppure se non i figli, i nipoti di questi disperati saranno cittadini del mondo- mi dice Fernando ma in realtà credo che stia parlando soprattutto per convincere sé stesso.
-Vieni, mi dice invitandomi al bar. -È sabato, ci saranno in molti, vediamo le facce che faranno, mi voglio divertire.
Ma io lo saluto; ho solo voglia di rientrare. Tutto mi appare più difficile da sopportare. Domani, ed ogni giorno ancora che verrà, ognuno si ritroverà sempre più solo. I pregiudizi annullano secoli di convivenza distruggendo una comunità nei suoi valori.
Oggi è domenica. Decido di andare in chiesa, voglio salutare il parroco. Fra noi non c’è molta confidenza poiché non sono fra i frequentatori della parrocchia; ma, per le sue idee, questo giovane religioso merita il mio rispetto, rispetto, sono sicuro, ricambiato.
Quando arrivo la funzione è in pieno svolgimento. In piedi, negli ultimi banchi, mi guardo intorno. Volti noti ma non vedo Ferdinando e non mi meraviglio, così come mi sembra logico, riconoscere, fra i presenti, i più facinorosi. Non conosco gli orari ed i vari momenti del rito; chissà se si sono già scambiati il segno di pace, penso sorridendo, ma è un sorriso amaro. Non mi sembra il caso di aspettare; sulla porta mi fermo; ora il giovane parroco si sta rivolgendo ai fedeli.
-Oggi, dice, vorrei commentare con voi un passo del Vangelo secondo Matteo… ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato…
Certo, le sue parole sono poca cosa ma è la sua reazione, il suo contributo alla difficile situazione, penso compiaciuto.
Sono fuori; piove e io mi affretto verso casa.
(4.fine)

 

TERZA PUNTATA
Nel pomeriggio, nella sala comunale,
affollata come mai prima d’ora, si fa fatica anche a restare in piedi. Finalmente la seduta ha inizio. Il sindaco stenta a far sentire la sua voce data la confusione e le grida di chi urla la sua rabbia.
Frasi che ripetono sempre le stesse cose, luoghi comuni; un pregiudizio che non accetta nessuna riflessione. E chi intende sapere di più viene tacciato di voler fare il gioco del governo. Ogni pacata discussione risulta impossibile. Tutto è già stabilito. Quelli che fomentano tolleranza zero sono la maggioranza ed in breve conducono tutti sulle proprie posizioni.
Dopo circa un’ora di urla faccio fatica a seguire il dibattito. Anche il parroco il quale, sperando di calmare gli animi, ricordava di quando noi eravamo emigranti, è stato zittito con epiteti ingiuriosi; ora tutti si chiedono che cosa fare senza aspettare le decisioni dettate dalle autorità.
«Il problema è nostro; e a casa nostra nessuno può venire a dirci come dobbiamo comportarci». Questo ritornello, urlato da qualcuno, viene ripetuto continuamente.
Ogni giorno la realtà è sotto i nostri occhi ma molti si ostinano a non vedere. Spinti dalle disastrose condizioni politiche, ma non solo, intere popolazioni cercano di spostarsi verso aree più sicure e più ricche. È un fenomeno i cui limiti, fisici e temporali, è difficile immaginare; un fenomeno che sta ridisegnando la geografia economica di interi continenti; un fenomeno con il quale dobbiamo imparare a convivere senza lasciarci prendere dalla paura.
Inutile nasconderlo: l’arrivo di tanta gente, di cultura, oltre che di etnie diverse, è un problema maledettamente serio. Non esistono soluzioni facili ed immediate ma questa emergenza dovrebbe essere affrontata con l’aiuto di tutti; nessuno può ritenersi estraneo. Certo l’arrivo di stranieri in una piccola Comunità è un problema, se possibile, ancora più grande ed andrebbe preparto e gestito con intelligenza prima che con umanità. La verità è che la paura per il “diverso” è dovuta all’ignoranza ma ha anche una sua spiegazione emotiva. Se non conosci di che cosa si parla, allora c’è spazio solo per la paura. Il compito di una precisa informazione per ottenere una più pacata riflessione spetterebbe alla politica ma molti preferiscono sfruttare una pur comprensibile diffidenza per racimolare qualche voto in più.
Immigrati-delinquenza è un binomio facile, che risparmia la fatica di dover riflettere, assicura una tranquillità, sia pure apparente, e mette a tacere le nostre coscienze.
Anche ora nell’aula il grande assente è la ragione; demagogia e populismo si contendono le urla, più che le menti, dei presenti. Ogni mediazione, in attesa di avere maggiori informazioni, viene respinta senza tentennamenti.
È inutile porre domande per capire, tutti vogliono allontanare ogni preoccupazione. Nelle voci rabbiose si riflette un’indifferenza per tutto quanto non appartiene alle nostre vite. Nessuno coglie l’illusione di una possibile estraneità che è solo apparente perché, ormai, questi movimenti di intere popolazioni hanno una forza difficile da arginare. Non sento nessuno che avanzi soluzioni sia pure temporanee; solo urla forsennate. E non si capisce se è più rabbia o soltanto incoscienza.
Fernando, che mi siede accanto, mi guarda incredulo. Anche la sua autorità, di fronte a questa paura collettiva, non esiste.
« Mio caro, mi dice, siamo alla barbarie; nessuno vuole ragionare, ognuno ascolta solo se stesso; tutti seguono il proprio istinto. Non c’è umanità, non c’è la volontà di risolvere i problemi; questi poveracci vengono respinti prima ancora di essere capiti».
Anch’io sono stanco; non so che cosa aggiungere ed allargo le braccia sconfortato.
I più facinorosi hanno suggerito di formare squadre per presidiare la provinciale, proposta accolta da applausi ed urla di incoraggiamento. Colgo quasi un’allegria infantile nelle voci che si sovrappongono, come se si dovesse organizzare una festa. Mentre già si formano gruppi di volontari e si stabiliscono anche i vari turni, vado via. Nella strada incontro persone che conosco, anche amici, e ho l’impressione che mi stiano evitando. In assemblea non sono intervenuto, non mi sono agitato, non ho urlato e questo, evidentemente, è bastato per calcolarmi fra i nemici del paese, quelli che vorrebbero aprire la propria casa al nemico che ci invade, come dicono senza sospetto di essere ridicoli prima di essere stupidi.
                                                                                                                 (3.continua)

 

 

 

 


SECONDA PUNTATA

Quasi nessuno di noi ama il calcio e preferiamo ignorare anche quanto avviene in politica come di un problema che, ormai, non ci appartiene più. Il dottore ha più volte cercato di convincerci che non possiamo sottrarci a tutto quello che avviene nel paese, ma, in realtà, lui stesso non è convinto; sembra che reciti un ruolo del quale non riesce a disfarsi. Accenniamo, più volentieri, ai problemi del nostro piccolo abitato, le possibilità di apportare qualche miglioramento e tutto finisce, quasi sempre, con una petizione da inviare al sindaco il quale, naturalmente, non ci risponde.
I giorni passano, noi tutti dimentichiamo la richiesta avanzata; mentre Ferdinando vorrebbe continuare la protesta, qualcuno più scettico conclude dicendo: che vi avevo detto? Ma sappiamo che non diremo di no alla prossima iniziativa di Ferdinando.
Da qualche tempo trascorriamo il nostro tempo raccontando, ognuno, un episodio della propria vita. Data l’età quasi tutti vanno indietro con la memoria alla loro infanzia trascorsa durante la guerra. E poi avanziamo negli anni: la scuola, il lavoro, i primi amori, la famiglia.
Ferdinando, naturalmente, ha ricordato, a tutti noi, che la pratica del racconto, appartiene alla letteratura, a quella “alta” lui dice citando il Decamerone e il Pentamerone. Ma in realtà nessuno ha bisogno di un esempio perché a tutti fa piacere parlare della propria vita. E’ un modo per riviverla senza rimpianti perché, stando insieme, la malinconia non è avvertita. Io sospetto che tutti, nel raccontare, in qualche modo addomestichi l’avvenimento ricordato inserendoci, semmai, qualche risvolto buffo; sicuro che nessuno, anche quelli testimoni dell’episodio narrato, vorrà contraddirlo. In questo la memoria che si sfalda ci aiuta.
Alla fine siamo tutti contenti, chi ha narrato e gli altri che hanno ascoltato. C’è una data, però, oltre la quale nessuno ama andare. Una data che cambia per ognuno ma che quasi sempre coincide con le delusioni, i primi dolori, i malanni che ci fanno compagnia ormai da tempo.
Le ore sono passate; è tempo di rientrare ed è trascorso un altro giorno.
Così, quasi ogni giorno, da molto tempo fino a quando, una settimana fa circa, una mattina, nel nostro bar si è presentato il sindaco accompagnato da qualcuno degli assessori e da altri. Si è avvicinato al nostro tavolo chiedendoci di ascoltarlo e, rivolto a una delle donne che lo accompagnavano, le ha chiesto di parlare.
La donna, che all’inizio è sembrata intimidita, incoraggiata, ha riferito di aver sentito, mentre era al mercato, la moglie del maresciallo dei carabinieri la quale diceva che il marito era stato chiamato dal Prefetto per organizzare l’arrivo in paese di alcune famiglie di extracomunitari. -Dice che sono neri, ha poi concluso.
Amici, ha continuato il sindaco, prima che la notizia si diffonda io credo che dobbiamo riunirci per capire come contrastare questa evenienza. Ha aggiunto, poi, che non riteneva possibile alcuna soluzione, certo per stroncare ogni possibilità di apertura che, in verità, nessuno dei presenti ha avanzato. Siamo tutti perplessi. Non sappiamo che cosa pensare non avendo mai preso in considerazione una simile eventualità. Tutti vogliono parlare creando, come spesso accade, soltanto confusione. Una voce, non riesco a ricordare chi, ha chiesto alla donna se sapeva di quante persone si trattava e dove avrebbero voluto sistemarle, aspetto del problema non secondario. Pur senza dirlo tutti, come poi ci confessiamo, abbiamo pensato alla vecchia caserma, ormai da anni vuota, alla periferia del paese.
Qualcuno ha chiesto al sindaco se non fosse stato il caso di riprendere il progetto per trasformare il vecchio edificio in case popolari; pratica che non aveva avuto alcun esito e che, in realtà, nessuno aveva mai sollecitato per il semplice fatto che il paese si sta spopolando per cui di case non vi è effettivo bisogno.
Ferdinando fa notare che affrontare il tema alloggio senza avere maggiori informazioni gli sembra prematuro tanto più, hanno aggiunto molte donne, che nessuno in paese, caserma o non caserma, aveva intenzione di accogliere profughi; certo facevano pena, aggiunge qualche altro, ma qui proprio non li vogliamo.
A questo punto le parole, nutrite di rabbia e di imbarazzo, almeno da parte mia, sono state interrotte dal sindaco il quale ha chiesto di non parlare con nessuno, nemmeno con il parroco ha aggiunto. Ha chiesto, anche, di non fare molto chiasso per non attirare l’attenzione dei giornali almeno prima di aver preso una decisione. Ci siamo lasciati tutti preoccupati anche se con sentimenti contrastanti.
In realtà il silenzio, chiesto dal sindaco, è durato meno di un giorno. A mezzogiorno, all’uscita degli alunni tutte le mamme hanno commentato, spaventate, temendo per i propri figli; si sa, dice qualcuno con sicurezza, quelli portano malattie. Il pomeriggio nel bar anche i giocatori abituali trascurano le carte. La sera il sindaco è costretto ad indire una riunione straordinaria della giunta e la mattina dopo, sui muri appare l’invito alla popolazione di partecipare alla seduta che si sarebbe svolta a partire dalle 15 del giorno successivo.
La mattina del giorno dopo, tutti in paese parlano del problema: il problema. Ogni altra preoccupazione è stata accantonata. E ognuno si è sentito in diritto di dire la sua proposta. A mezzogiorno già si sono formati gruppi di opinione. C’è chi ha proposto soluzioni estremamente drastiche e chi, invece, avanza proposte più permissive. Come spesso accade nella discussione le posizioni assunte rispondono più ad una volontà di individuare un avversario che non ad un ragionamento pacato. E chi ha invitato a una maggiore considerazione verso questa povera gente, è stato messo in minoranza e quasi malmenato. Portali a casa tua gli hanno gridato.
(2.continua)

 

PRIMA
La baia è fuori del paese,
a poco più di un chilometro: un piccolo fazzoletto di sabbia, chiuso fra due promontori, meta delle mie passeggiate: un’abitudine che segna le mie giornate; è un esercizio fisico, certo, ma è anche una pausa nella noia quotidiana.
Una volta giunto sulla spiaggia resto seduto guardandomi intorno. Spesso non ho nessuno con cui parlare; gli amici che incontravo, diminuiscono ogni anno; ma il mare è un amico al quale puoi confidare i tuoi pensieri. Lui mi ascolta.
È quasi un rito al quale non so rinunciar e che segna il passare delle stagioni. E così ogni giorno, ormai da anni, la vita continua con gli stessi ritmi. I miei, cioè i ritmi, naturalmente, sono rallentati; i passi sono diventati più incerti e fra andata e ritorno impiego più tempo.
A volte, lungo la strada, mi accompagna qualche cane randagio; ci facciamo compagnia; nelle giornate di vento, i suoi abbai si perdono nelle campagne tutto intorno. D’inverno, quando piove, sono costretto a restare a casa. E tutto, allora, diventa più triste. Ma alla prima giornata di sole, la mia passeggiata alla baia diventa la mia meta, il luogo dove ritrovo i miei pensieri.
In primavera, quando nell’aria si avvertono i primi caldi, dall’entroterra arrivano gruppi di ragazzi, allegri e chiassosi per quelle prime vacanze, quasi sempre non autorizzate, proprie dell’età. In quei giorni anche per noi anziani, tutto diventa sopportabile. La tristezza si stempera ascoltando le risate di quei ragazzi.
Nei giorni di burrasca, quando il rumore della risacca arriva fino alle ultime case, su quella piccola spiaggia si arena di tutto: relitti di barche sfasciate, corde e reti strappate nelle quali si sono impigliati rami e cespugli sradicati, giunti da luoghi lontani. Davanti a un caffè nel bar in piazza i commenti, molto spesso, si riferiscono proprio a tutto quanto il mare ha lasciato sulla spiaggia. e per noi anziani, diventa il racconto che riempie la giornata. Da qualche tempo, infatti, sulla spiaggia arrivano anche sacchetti di plastica che formano una duna fangosa nella quale si fermano altri detriti.
La diversa natura di quei resti risveglia, in noi anziani, la memoria della nostra gioventù. Prima, tanto tempo fa, ricorda qualcuno, il mare era più generoso; qualche tronco e il fasciame di vecchie barche era tutto quello che si ritrovava dopo una tempesta e all’alba, le donne del paese andavano a raccogliere la legna che poi, asciugata, veniva utilizzata in qualche modo: per piccole riparazioni o alimentava il fuoco nelle serate d’inverno. E lo scarto del pescato, lasciato all’alba dai pescatori, richiamava gatti famelici che lo contendevano ai gabbiani.
Ora tutto resta per giorni a marcire in attesa che una prossima mareggiata porti via almeno qualcosa. In alcuni giorni un odore acido si spande nell’aria impedendo di fermarsi troppo sulla spiaggia. La vista di tutto questo putridume ci rende tristi.
Lo so, è un pensiero stupido, ma, a volte, ho l’impressione che insieme alla vita della piccola comunità anche il nostro paese, il nostro paesaggio stiano, ogni giorno, perdendo la propria ragione di esistere. E che la baia, ridotta a discarica, sia solo l’aspetto più evidente del nostro sprofondare nel nulla.
Qualcuno, la maggioranza, accetta tutto questo come qualcosa di ineluttabile, un destino al quale non è possibile ribellarsi perché appartiene a un più ampio disegno nel quale la morte è contemplata come unico finale possibile.
Spegniti, spegniti, breve candela!
La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante
che si pavoneggia e si agita sulla scena
e del quale poi non si ode più nulla.
Anche oggi, Ferdinando, il vecchio farmacista, ci ha voluto regalare una prova della sua cultura. Lo fa spesso ma senza boria, senza pavoneggiarsi perché lui è il primo a essere convinto delle parole di Macbeth.
E anche chi non ha riconosciuto le parole della tragedia sorride perché l’amicizia del dottore è una di quelle che non ammettono riserve; è un uomo buono, un saggio, come si diceva una volta, sempre pronto ad ascoltare tutti ed a suggerire rimedi per i nostri acciacchi anche per quelli dell’animo. La vita non è stata generosa con lui che ha accettato tutto con serenità. Lo ammiriamo per questa sua forza d’animo. Insomma tutti noi gli riconosciamo il ruolo di leader, come si dice oggi, e al bar aspettiamo il suo arrivo per iniziare a discutere sugli avvenimenti.
                                                                                                     (1.continua)
In foto, la spiaggia di Sant’Isidoro nel Salento