Ecco la seconda puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto. Ambientato in un piccolo centro, dove la baia è ridotta a discarica…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale), Fine stagione, Assemblea straordinaria al College, Quando le chiacchiere diventano troppe.
SECONDA PUNTATA

Quasi nessuno di noi ama il calcio e preferiamo ignorare anche quanto avviene in politica come di un problema che, ormai, non ci appartiene più. Il dottore ha più volte cercato di convincerci che non possiamo sottrarci a tutto quello che avviene nel paese, ma, in realtà, lui stesso non è convinto; sembra che reciti un ruolo del quale non riesce a disfarsi. Accenniamo, più volentieri, ai problemi del nostro piccolo abitato, le possibilità di apportare qualche miglioramento e tutto finisce, quasi sempre, con una petizione da inviare al sindaco il quale, naturalmente, non ci risponde.
I giorni passano, noi tutti dimentichiamo la richiesta avanzata; mentre Ferdinando vorrebbe continuare la protesta, qualcuno più scettico conclude dicendo: che vi avevo detto? Ma sappiamo che non diremo di no alla prossima iniziativa di Ferdinando.
Da qualche tempo trascorriamo il nostro tempo raccontando, ognuno, un episodio della propria vita. Data l’età quasi tutti vanno indietro con la memoria alla loro infanzia trascorsa durante la guerra. E poi avanziamo negli anni: la scuola, il lavoro, i primi amori, la famiglia.
Ferdinando, naturalmente, ha ricordato, a tutti noi, che la pratica del racconto, appartiene alla letteratura, a quella “alta” lui dice citando il Decamerone e il Pentamerone. Ma in realtà nessuno ha bisogno di un esempio perché a tutti fa piacere parlare della propria vita. E’ un modo per riviverla senza rimpianti perché, stando insieme, la malinconia non è avvertita. Io sospetto che tutti, nel raccontare, in qualche modo addomestichi l’avvenimento ricordato inserendoci, semmai, qualche risvolto buffo; sicuro che nessuno, anche quelli testimoni dell’episodio narrato, vorrà contraddirlo. In questo la memoria che si sfalda ci aiuta.
Alla fine siamo tutti contenti, chi ha narrato e gli altri che hanno ascoltato. C’è una data, però, oltre la quale nessuno ama andare. Una data che cambia per ognuno ma che quasi sempre coincide con le delusioni, i primi dolori, i malanni che ci fanno compagnia ormai da tempo.
Le ore sono passate; è tempo di rientrare ed è trascorso un altro giorno.
Così, quasi ogni giorno, da molto tempo fino a quando, una settimana fa circa, una mattina, nel nostro bar si è presentato il sindaco accompagnato da qualcuno degli assessori e da altri. Si è avvicinato al nostro tavolo chiedendoci di ascoltarlo e, rivolto ad una delle donne che lo accompagnavano, le ha chiesto di parlare.
La donna, che all’inizio è sembrata intimidita, incoraggiata, ha riferito di aver sentito, mentre era al mercato, la moglie del maresciallo dei carabinieri la quale diceva che il marito era stato chiamato dal Prefetto per organizzare l’arrivo in paese di alcune famiglie di extracomunitari. -Dice che sono neri, ha poi concluso.
– Amici, ha continuato il sindaco, prima che la notizia si diffonda io credo che dobbiamo riunirci per capire come contrastare questa evenienza. Ha aggiunto, poi, che non riteneva possibile alcuna soluzione, certo per stroncare ogni possibilità di apertura che, in verità, nessuno dei presenti ha avanzato. Siamo tutti perplessi. Non sappiamo che cosa pensare non avendo mai preso in considerazione una simile eventualità. Tutti vogliono parlare creando, come spesso accade, soltanto confusione. Una voce, non riesco a ricordare chi, ha chiesto alla donna se sapeva di quante persone si trattava e dove avrebbero voluto sistemarle, aspetto del problema non secondario. Pur senza dirlo tutti, come poi ci confessiamo, abbiamo pensato alla vecchia caserma, ormai da anni vuota, alla periferia del paese.
Qualcuno ha chiesto al sindaco se non fosse stato il caso di riprendere il progetto per trasformare il vecchio edificio in case popolari; pratica che non aveva avuto alcun esito e che, in realtà, nessuno aveva mai sollecitato per il semplice fatto che il paese si sta spopolando per cui di case non vi è effettivo bisogno.
Ferdinando fa notare che affrontare il tema alloggio senza avere maggiori informazioni gli sembra prematuro tanto più, hanno aggiunto molte donne, che nessuno in paese, caserma o non caserma, aveva intenzione di accogliere profughi; certo facevano pena, aggiunge qualche altro, ma qui proprio non li vogliamo.
A questo punto le parole, nutrite di rabbia e di imbarazzo, almeno da parte mia, sono state interrotte dal sindaco il quale ha chiesto di non parlare con nessuno, nemmeno con il parroco ha aggiunto. Ha chiesto, anche, di non fare molto chiasso per non attirare l’attenzione dei giornali almeno prima di aver preso una decisione. Ci siamo lasciati tutti preoccupati anche se con sentimenti contrastanti.
In realtà il silenzio, chiesto dal sindaco, è durato meno di un giorno. A mezzogiorno, all’uscita degli alunni tutte le mamme hanno commentato, spaventate, temendo per i propri figli; si sa, dice qualcuno con sicurezza, quelli portano malattie. Il pomeriggio nel bar anche i giocatori abituali trascurano le carte. La sera il sindaco è costretto ad indire una riunione straordinaria della giunta e la mattina dopo, sui muri appare l’invito alla popolazione di partecipare alla seduta che si sarebbe svolta a partire dalle 15 del giorno successivo.
La mattina del giorno dopo, tutti in paese parlano del problema: il problema. Ogni altra preoccupazione è stata accantonata. E ognuno si è sentito in diritto di dire la sua proposta. A mezzogiorno già si sono formati gruppi di opinione. C’è chi ha proposto soluzioni estremamente drastiche e chi, invece, avanza proposte più permissive. Come spesso accade nella discussione le posizioni assunte rispondono più ad una volontà di individuare un avversario che non ad un ragionamento pacato. E chi ha invitato a una maggiore considerazione verso questa povera gente, è stato messo in minoranza e quasi malmenato. “Portali a casa tua” gli hanno gridato.
(2.continua)

 

PRIMA
La baia è fuori del paese,
a poco più di un chilometro: un piccolo fazzoletto di sabbia, chiuso fra due promontori, meta delle mie passeggiate: un’abitudine che segna le mie giornate; è un esercizio fisico, certo, ma è anche una pausa nella noia quotidiana.
Una volta giunto sulla spiaggia resto seduto guardandomi intorno. Spesso non ho nessuno con cui parlare; gli amici che incontravo, diminuiscono ogni anno; ma il mare è un amico al quale puoi confidare i tuoi pensieri. Lui mi ascolta.
È quasi un rito al quale non so rinunciar e che segna il passare delle stagioni. E così ogni giorno, ormai da anni, la vita continua con gli stessi ritmi. I miei, cioè i ritmi, naturalmente, sono rallentati; i passi sono diventati più incerti e fra andata e ritorno impiego più tempo.
A volte, lungo la strada, mi accompagna qualche cane randagio; ci facciamo compagnia; nelle giornate di vento, i suoi abbai si perdono nelle campagne tutto intorno. D’inverno, quando piove, sono costretto a restare a casa. E tutto, allora, diventa più triste. Ma alla prima giornata di sole, la mia passeggiata alla baia diventa la mia meta, il luogo dove ritrovo i miei pensieri.
In primavera, quando nell’aria si avvertono i primi caldi, dall’entroterra arrivano gruppi di ragazzi, allegri e chiassosi per quelle prime vacanze, quasi sempre non autorizzate, proprie dell’età. In quei giorni anche per noi anziani, tutto diventa sopportabile. La tristezza si stempera ascoltando le risate di quei ragazzi.
Nei giorni di burrasca, quando il rumore della risacca arriva fino alle ultime case, su quella piccola spiaggia si arena di tutto: relitti di barche sfasciate, corde e reti strappate nelle quali si sono impigliati rami e cespugli sradicati, giunti da luoghi lontani. Davanti a un caffè nel bar in piazza i commenti, molto spesso, si riferiscono proprio a tutto quanto il mare ha lasciato sulla spiaggia. e per noi anziani, diventa il racconto che riempie la giornata. Da qualche tempo, infatti, sulla spiaggia arrivano anche sacchetti di plastica che formano una duna fangosa nella quale si fermano altri detriti.
La diversa natura di quei resti risveglia, in noi anziani, la memoria della nostra gioventù. Prima, tanto tempo fa, ricorda qualcuno, il mare era più generoso; qualche tronco e il fasciame di vecchie barche era tutto quello che si ritrovava dopo una tempesta e all’alba, le donne del paese andavano a raccogliere la legna che poi, asciugata, veniva utilizzata in qualche modo: per piccole riparazioni o alimentava il fuoco nelle serate d’inverno. E lo scarto del pescato, lasciato all’alba dai pescatori, richiamava gatti famelici che lo contendevano ai gabbiani.
Ora tutto resta per giorni a marcire in attesa che una prossima mareggiata porti via almeno qualcosa. In alcuni giorni un odore acido si spande nell’aria impedendo di fermarsi troppo sulla spiaggia. La vista di tutto questo putridume ci rende tristi.
Lo so, è un pensiero stupido, ma, a volte, ho l’impressione che insieme alla vita della piccola comunità anche il nostro paese, il nostro paesaggio stiano, ogni giorno, perdendo la propria ragione di esistere. E che la baia, ridotta a discarica, sia solo l’aspetto più evidente del nostro sprofondare nel nulla.
Qualcuno, la maggioranza, accetta tutto questo come qualcosa di ineluttabile, un destino al quale non è possibile ribellarsi perché appartiene a un più ampio disegno nel quale la morte è contemplata come unico finale possibile.
Spegniti, spegniti, breve candela!
La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante
che si pavoneggia e si agita sulla scena
e del quale poi non si ode più nulla.
Anche oggi, Ferdinando, il vecchio farmacista, ci ha voluto regalare una prova della sua cultura. Lo fa spesso ma senza boria, senza pavoneggiarsi perché lui è il primo a essere convinto delle parole di Macbeth.
E anche chi non ha riconosciuto le parole della tragedia sorride perché l’amicizia del dottore è una di quelle che non ammettono riserve; è un uomo buono, un saggio, come si diceva una volta, sempre pronto ad ascoltare tutti ed a suggerire rimedi per i nostri acciacchi anche per quelli dell’animo. La vita non è stata generosa con lui che ha accettato tutto con serenità. Lo ammiriamo per questa sua forza d’animo. Insomma tutti noi gli riconosciamo il ruolo di leader, come si dice oggi, e al bar aspettiamo il suo arrivo per iniziare a discutere sugli avvenimenti.
                                                                                                     (1.continua)
In foto, la spiaggia di Sant’Isidoro nel Salento