Pubblichiamo di seguito  la seconda puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto, “Si vendono poesie”. Scenario è il museo archeologico di Napoli. Dove un bambino disegna ai piedi di una statua… L’io narrante passeggia…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale), Fine stagione, Assemblea straordinaria al College, Quando le chiacchiere diventano troppe, La deriva della ragione.

SECONDA PUNTATA
Incuriosito, ma senza infastidirlo, mi fermo a osservarlo. La statua è quella di Apollo arciere; non ho ancora avuto modo di controllare la provenienza dell’opera; ed in questo momento mi interessa poco. Resto incantato nell’osservare l’elaborato del ragazzino il quale ha già disegnato la statua rispettando abbastanza le proporzioni ed anche, cosa più difficile, il movimento degli arti. Ora inizia a colorare riempiendo il disegno. La sicurezza dei gesti, oltre alla evidente capacità di rendere la fisicità della statua, sono sorprendenti, considerata la giovane età del ragazzo. Anche il colore azzurro molto intenso scelto, quasi un blu elettrico, che ora sta stendendo, rende bene la patina del bronzo.
Dote naturale, certo, ma è evidente che è abituato a questo tipo di esercizi. Sono quasi convinto che sia un ragazzino straniero perché questo è un metodo didattico che ho già visto utilizzare nei Musei di altri paesi. Forse esagero e certo ricordo la scuola dei miei tempi lontani; oggi, semmai, sarà diverso, almeno lo spero. Per niente intimidito il ragazzino mi guarda tranquillo, certo è abituato a tutta questo.
Gli sorrido e riprendo a girare per il salone cercando, con lo sguardo, i suoi genitori. Non ci sono molti visitatori, ma non vedo nessuna coppia almeno vicino; eppure il ragazzino non può essere entrato da solo. Poi, un po’ distante dalla statua, davanti ad una vetrina, i cosiddetti “teatrini” come li ha definiti un noto critico, vedo due giovani che, sottovoce, commentano gli oggetti esposti parlando spagnolo.
Proseguo lungo lo stesso lato del salone fermandomi davanti ai quadri dell’Ottocento tutti ispirati alle rovine pompeiane.
A prescindere dalla qualità delle opere, non sempre significativa, è interessante notare quanti artisti stranieri furono attratti dall’antica città vesuviana. La riproduzione delle rovine divenne un “genere” per cui i quadri venivano venduti ai collezionisti prima ancora di essere realizzati.
La suggestione di quell’antica realtà, risorta dalle ceneri, aveva creato una vera stagione artistica che interessò l’Europa, una stagione che la Mostra mette bene in evidenza anche con l’utilizzo di foto nelle quali compaiono alcuni dei grandi protagonisti del XX secolo. Le testimonianze delle tante personalità, affascinate da quelle scoperte che influenzarono le loro opere, infatti, sono molte.
I bei disegni di Le Corbusier, ad esempio, documentano l’accurata indagine svolta dall’architetto sulle rovine degli edifici pompeiani. E la foto di Picasso, insieme a Léonide Massine, apre un capitolo di grande interesse per il balletto e la scenografia teatrale. A Parigi, poco tempo dopo, infatti, debutterà Parade il balletto organizzato da Cocteau con le musiche di Erik Satie.
Le notizie riportate sui pannelli espositivi accompagnano il visitatore lungo un percorso facile ed affascinante. Sono quasi giunto alla fine del percorso; non mi sono accorto del tempo trascorso e, soprattutto, ho dimenticato quella fastidiosa sensazione di caldo.
La Mostra è terminata ma, pur essendo molto interessato, questa volta non ho voglia di ripercorre l’intera itinerario; decido che tornerò con più calma e soprattutto sperando in una giornata più gradevole. Dopo il primo impatto, in realtà, ora anche nel salone si percepisce un tasso di umidità molto alto. Verso l’uscita, mi fermo a parlare con un giovane che fa servizio di sorveglianza. L’impianto di condizionamento non funziona o non abbastanza, lui mi confessa; ed aggiunge che per il troppo caldo, anche le opere soffrono indicandomi una grande tela di Sironi la cui superficie pittorica potrebbe subire un danno.
Resto ancora qualche minuto fermo nel vano di una porta laterale da dove entra una leggera ma gradita brezza di vento. Sono sicuro che anche Sironi gode dell’inaspettato beneficio in questo torrido mattino. Poi saluto e vado via.
(2.continua)


PRIMA PUNTATA
Fa caldo. Sì, oggi fa proprio caldo, un gran caldo e pensare che siamo a luglio non conforta più di tanto. Sarà stato per questo motivo che, giunto alla stazione di Montesanto, ho avuto un attimo di esitazione, uno di troppo ed il treno è ripartito. Dovevo andare in Facoltà, ma ormai devo rassegnarmi e scendere alla prossima fermata. In realtà non avevo un impegno preciso; e poi con il pensionamento ho notato che il tempo ha perso la sua urgenza. Tutto è rallentato.
Ecco la stazione Cavour. Scendo; ma dalla piazza fino alla via Monteoliveto non è poco e con questo caldo, altro che tempo rallentato correrei il rischio di un tempo fermo per sempre. Ed io non ho voglia di fermarmi; almeno non oggi. Devo solo riprendere il treno nell’altra direzione. Un percorso facile, logico, non siamo mica alla stazione Chatelet di Parigi, che diamine! Eppure, giunto nel punto di scambio, quasi senza deciderlo, cambio ancora itinerario imboccando il lungo corridoio che, con due tratti di tapis roulant, mi porta alla stazione Museo della linea uno, la collinare, la nota metropolitana dell’arte.
Cammino piano, ammirando le splendide foto che decorano i corridoi e poi salgo nella stazione dove, su una monumentale mensola, la copia in bronzo della famosa testa rinascimentale del cavallo guarda il traffico pedonale che, impassibile a tanta bellezza, scorre ai suoi piedi.
Non ho voglia di uscire all’aperto per cui attraverso il passaggio fino al Museo archeologico.
A quest’ora del mattino non c’è nessuno; eppure il motivo per farlo non mancherebbe, visto che nelle vetrine sono stati sistemati molti dei reperti archeologici ritrovati durante i lavori di scavo delle stazioni della nuova linea. Conosco questi resti per cui preferisco proseguire fino all’atrio del Museo.
Qui giunto, il fresco del monumentale ambiente, dalle alte volte, è accogliente; i passi dei turisti e del personale, risuonano appena sul pavimento di marmo; tutto appare lontano rispetto al caldo che si immagina fuori dell’ampio portale d’ingresso.
Alla biglietteria, un moto di leggera civetteria mi suggerisce di non chiedere il biglietto ridotto. Ne avrei diritto, data l’età, ma qualche euro in più per me non è un disastro e posso pensare di aver così contribuito al mantenimento dell’importante istituzione. Come se bastasse, poi penso sorridendo. La realtà, molto più semplice, annulla tutti questi ragionamenti: un cartello, infatti, avverte che, secondo le nuove disposizioni, la riduzione vale solo per i minori dei 18 anni.
Cammino piano, non ho fretta. Sulla destra del grande atrio avanzo fra un popolo pietrificato: testimonianze di vita lontane che non mi trasmettono nessuna emozione.
Poi entro nelle sale della collezione Farnese; non c’è nessuno; mi muovo lentamente, guardandomi intorno. Nella vastità degli spazi, ascolto i miei passi, unica traccia di vita. Ma in realtà la mia è solo una stupida illusione; io, domani, scivolerò via nel tempo mentre le grandi statue: il Toro, l’Ercole e la Flora, vivranno la loro bellezza eterna, intatta come adesso, nel silenzio e nella luce di questo caldo mattino estivo.
Sull’ampio scalone ricurvo rallento i passi; qui il caldo non c’entra ma gli anni, quelli sì. Voglio lentamente arrivare alla sala centrale, quella della meridiana dove è allestita la Mostra su Pompei.
Entrare dall’ingresso, in asse con la sala, e percepire le reali dimensioni dell’enorme ambiente, è una sensazione difficile da spiegare. L’impatto con il vasto salone, detto della Meridiana, è sempre emozionante: la visione dello spazio vuoto, sotto l’alta volta dipinta da Bardellino, lascia frastornati.
Questa volta, però, l’accesso alla Mostra avviene da un ingresso laterale. In questo modo l’approccio è, in un certo senso, straniante poiché il primo sguardo non consente di cogliere le reali dimensioni della sala.
Il percorso è organizzato lungo tre navate con le pareti espositive disposte non parallelamente in modo che non si ha la percezione dell’intero volume mentre anche la volta si rivela, solo a tratti, attraverso le irregolari coperture che concludono i pannelli.
Abituo gli occhi alla luce soffusa e avanzo nel tentativo di stabilire un criterio per la visita. Di solito non utilizzo gli strumenti audio; preferisco camminare senza una vera meta, senza un percorso determinato lasciandomi prendere da tutto quello che mi coinvolge; cedo alle emozioni più diverse: una vetrina particolarmente ricca, un colore più acceso, a volte anche un suono per poi riprendere, semmai, l’intero itinerario rispettando l’ordine espositivo. Una eventuale seconda visita, se ci sarà, si svolgerà, secondo un approccio rigorosamente scientifico avendo, semmai, consultato il catalogo.
Anche questa volta seguo questo mio criterio: avanzo lungo le due file di vetrine, sistemate al centro del corridoio, interrotte solo in alcuni tratti nei quali l’inserimento di statue continuano la logica espositiva.
Ai piedi di una di queste, seduto, un bambino, avrà avuto sette- otto anni, guarda una statua muovendo leggermente la testa. Sulle ginocchia ha un foglio sul quale sta disegnando.
                                                                  (1.continua)

 

In foto, uno scorcio dell’Archeologico di Napoli