"Per moda di dire” (Guida editore, pagg.180, euro 12) di Renato de Falco è un colto e delizioso pamphlet che attraversa l’Italia in lungo e in largo, correndo sui binari del linguaggio, toccando tutti i significanti e i significati, attribuendo a ogni parola la sua origine, facendole percorrere quel preciso tragitto lungo la linea ferrata del nostro idioma, svoltando, dove possibile, agli snodi del “parlar napoletano”, dall’autore sempre, sapientemente, studiato e ricercato. Tra le pagine, De Falco allontana dalla linguamadre le migliaia di intrusioni anglo-americane di cui spesso non se ne conosce il senso e cheprovocano, in chi le ascolta, alla radio o in televisione, o in chi le legge, “un complesso di inferiorit  o di castrazione”. Un centinaio i termini a cui il noto scrittore napoletano, avvocato e medaglia d’oro al merito forense, dedica la maggior parte del suo lavoro, per giungere alla fine della fatica letteraria, pubblicata quasi in concomitanza con il centocinquantesimo anno dell’unit  d’Italia, a rafforzare la portata dell’italiano , salvaguardarne l’integrit , privilegiando ” la comune madrelingua che deve restare il prezioso patrimonio della nostra identit  storica e culturale e la viva testimonianza della sacra unit  nazionale”.

Da “Agenzia” a “Zoomata” percorrendo chilometri di parole, ci scontriamo a met  strada con “flop”, termine derivato dall’ inglese. Inizialmente spiega l’autore,stava a indicare quella formafloscia e morbida dei cappelli da uomo, ma che poi, nel tempo,ha modificato il suo significato, giungendo a designare un grosso insuccesso, tradotto anche, come tanti altri termini dell’ accattivante libro di de Falco, nel colorito napoletano ” fa’ fetecchia”. Un altro termine in cui ci imbattiamocon la curiosit  di un viaggiatore mai stanco del suo vagare, è “sfigato” , mutuato dal linguaggio giovanile a cui lo studioso è sempre molto attento. Lo leggiamo sulloZingarelli che ne colloca la nascita nel 1980 con il significato di”ragazzo sfortunato” scrive De Falco che ne trova una probabile originesfigato. Afferma, èun ragazzo tenuto sempre alla larga dalle ragazze e cos dal loro organo genitale “fica”, dove la lettera “c” si trasforma in ” g” e con l’aggiunta della “s ” iniziale che ha valore di esclusione (ex), si ottiene ilsupposto significato. Allo sfigato infine l’autore simpaticamente augura di raggiungere migliore fortuna e accessi.

Tante curiosit  sul nostro parlare anche nella seconda parte delle sapienti paginein cui troviamo ” Paroloni, aggettivoidi e verbacci in libert  ( non vigilata)”, una divertente e precisa ricerca di termini (inventati) non presenti in alcun vocabolario, scrive l’autore, ma da lui puntigliosamente scovati su giornali , riviste e testi scientifici, ecco allora Attenzionare, balneatori, codecisione, medializzare, retro pensiero…

Nella premessa, a firma de Falco, una curiosit  durante l’epoca del Fascismo, racconta, ci fu il ricorso a “remoti latinismi”, quindi a parole come Duce ( capo del governo), Urbe ( capitale), Podest  ( sindaci) , Governatore (sindaco di Roma),e, proprio quest’ultimo termine, constata l’attento scrittore, deve esseresfuggito a chi ha scelto di utilizzarlo per designare gli attuali Presidenti di Regione. E un dato 4500 sono i termini più utilizzati della lingua italiana contro i 1500 anglo-americani. Davvero una pacifica, lenta inversione, pardon, invasione.
Ma non si tratta di un saggio, de Falco gioca con le parole, ne cerca spesso ironicamente l’origine più profonda scavando nella memoria dei luoghi, per farle parlare di “nuovo” con un impegno e una passione che dura una vita. Vissuta a narrare una ” Napoli, non sempre amata come pretende perchè non ancora conosciuta quanto merita”.

Abbiamo scambiato due battute con l’autore.

In difesa della lingua italiana

Quale significato ha per lei il centocinquantesimo anniversario dell’unit  d’Italia e la nascita della lingua italiana?
“Il centocinquantesimo anniversario dell’ Unit  merita ogni doverosa attenzione perch esalta la nascita della Nazione italiana che – in quanto tale – non può che essere "una di lingua", come ebbe a sentenziare Alessandro Manzoni nel suo "Marzo 1821"”.

In che lingua pensa, sogna, immagina, nel “dolcissimo idioma” o nel tanto studiato e amato napoletano? Quale delle due in lei “invade” l’altra?
“Mi capita di "pensare, sognare e immaginare" con alternanza sia – principalmente – nel nostro "dolcissimo idioma" che nel parlar napoletano in relazione alle tante casistiche del pensiero, del sogno e della immaginazione, ammettendo che spesso è il napoletano ad invadere la lingua madre”.

Esaltare la lingua napoletana può portare in questo clima di federalismo a sminuire la lingua nazionale?
“Non ritengo che l’esaltazione del dialetto sminuisca la lingua nazionale. Le due parlate non sono che le due facce di quell’ unica meda            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
BtnBBBBRpeBKKKBYBBTBB DBeS pHKBUNIONBLBB time UPglia che è l’amata nostra Patria. Dal loro canto i dialetti costituiscono, per Giambattista Vico, "i più gravi testimoni degli antichi costumi", per Benedetto Croce "gran parte dell’anima nostra", mentre il linguista Migliorini precisò che "la lingua ha bisogno dei dialetti" e il toscanissimo Giuseppe Prezzolini affermò che "la perdita del dialetto napoletano o, forse peggio, il suo imbastardirsi sarebbe una disgrazia per l’Italia". E può bastare”.

Quale il filo conduttore nella scelta delle sue “parole di moda”?
“Filo conduttore del mio "Per moda di dire" è la difesa della lingua italiana, vilipesa da tanti inutili e dannosi neo-vocaboli ed espressioni accomunate dal non rispetto per la nostra sacrale Madrelingua, nonch dal continuo diffondersi di una orgia di anglo-americanismi che, per mera (e squallida) moda di dire, offendono l’idioma nazionale facendo torto a quel sano suo popolo che – come affermò Quintiliano – "è il solo e sicuro maestro delle proprie parole"”.

Il suo prossimo lavoro letterario?
“La scaramanzia vieterebbe di formulare anticipazioni, ma dirò soltanto che il mio prossimo ventiduesimo libro si riferir , in scontata chiave napoletana, ai nomi propri di persona presenti nei detti, negli adagi e nei proverbi popolari”.

In foto, l’autore