L’Associazione “Casa del popolo” di Ponticelli ha presentato le foto in B/N di Giorgio Di Dato nel suggestivo spazio “le prigioni” di Castel dell’Ovo. La mostra, che si è chiusa ieri, sar  itinerante. Ogni scatto è un urlo contro il degrado delle periferie e dell’intera citt . Sono invocazioni di sollecito aiuto a dare a Napoli l’antico splendore di citt -spettacolo di cultura e di bellezza. Appare una umanit  in una struggente povert  vecchi che si trascinano curvi su s stessi delusi dalla vita, infanzia abbandonata senza sorrisi, immigrati con la loro mercanzia avvolta in un lenzuolo lercio che cercano riparo nei vicoli dalle incursioni di vigili in auto, coppie di giovani che sognano baciandosi, artisti di strada, musicisti dotati di uno strumento che emette suoni privi di armonia, cantanti sdentati e stonati, mendicanti e clochard di ogni et .
Si chiede un riscatto civile e sociale. A chi? I politici promettono quando elemosinano il voto, ma, appena eletti, si dedicano a ogni più bassa ruberia “cos fan tutti”. Godono di ogni vantaggio come se fossero esseri “eletti”. L’immunit  legalizza la corruzione dei disonesti.
Eppure i politici, anche quelli partenopei, sono gli artefici del degrado in cui è stata spinta la citt  sin dall’Unit  d’Italia con i Savoia, famiglia reale ma non nobile, e con Garibaldi mercenario stolto e sanguinario. Inspiegabile la nostra toponomastica che dedica a questi vie e piazze. Industrie meccaniche e alimentari, cantieri navali, denari, opere d’arte, sono stati portati via. Anche le Terme, note nel mondo, sono ignorate dalla pubblicit  nazionale. A Napoli è rimasta la rassegnazione. Se si guarda allo specchio non si vede più bella, vivace, elegante come hanno scritto tanti stranieri giunti in citt  negli anni tra il 700 e il 900.
Vediamo le fotodue clochard sul gradino della Banca Commerciale in via Toledo; un vecchio con mandolino in abiti di Pulcinella e al suo fianco, seduto sotto un lampione in piazza del Plebiscito, un emigrante con la sua merce(la delusione e l’inganno del passato e del presente); tre giovani stranieri suonano e ad ascoltarli solo una bimba di pochi anni; un ragazzino con violino e un clown con abiti poveri su una cassetta e gente che passa veloce; un mimo e un cane; manichino con abito da sposa in vetrina da Max Mara e un ambulante africano con la sua sacca; un clochard saluta le auto che gli sfrecciano davanti; volto di bimba sola alla finestra; una ragazza con arpa suona ma non c’è alcuno ad ascoltarla; abete carico di bigliettini su cui sono scritti desideri e sogni che non saranno mai ascoltati da alcuno perch vicino c’è un cane che dorme e un povero pensionato; folla allegra e vivace alla processione (la festa dura meno di un giorno); una coppia di sposi sul ponte di Castel dell’Ovo gi  camminano da separati; su una terrazza un prete, un vecchio, una vecchia, una coppia disposti a distanza tra loro come poche pedine su una scacchiera vuota; giù alla spiaggia della rotonda Diaz una vecchia in bikini al sole e un uomo in giacca col giornale.
Di Dato è un poeta. I suoi versi sono scatti istantanei di immagini di donne uomini bambini animali che hanno come sfondo il panorama “mozzafiato”, seduti tra i monumenti nobili, in movimento nelle strade, stesi ad occhi chiusi al sole, immobili sulle scogliere umide di mare. Il suo è un canto della solitudine, dell’alienazione, della disperazione vissuta in silenzio, della delusione di vivere una vita non sognata. Sono foto in cui è assente l’orizzonte. Regna il silenzio. Nessuno grida tanto è forte lo sconforto. Tutti sono muti non c’è alcun dialogo.
Emozionano e inducono a riflettere nella scelta del voto per una politica non corrotta.

In alto, un’immagine firmata Di Dato