“Napoli chi resta e chi parte” è lo spettacolo che inaugura la stagione del teatro Acacia di Napoli. Il plot, basato su due atti unici di Raffaele Viviani “Caffè di notte e giorno” e “Scalo Marittimo”, fu rappresentato per la prima volta il 1975 a Spoleto con la regia di Patroni Griffi.

A distanza di 35 anni, Francesca Scarano, come dedica alla figura del padre Lello e volendo rendere omaggio a Patroni Griffi, rimette in scena questo spettacolo, affidandone la regia e la direzione del progetto ad Armando Pugliese, e passando il testimone di quello che fu il ruolo di Massimo Ranieri a Sal Da Vinci, dalla straordinaria voce e grande grinta, che si cimenta per la prima volta in un testo di Raffaele Viviani affiancato da un cast di 14 attori e cantanti tra cui Gigio Morra ,che vanta il fatto di aver partecipato a entrambe le edizioni, e ancora Gaetano Amato, Mario Aterrano, Ciro Capano, Lalla Esposito, Patrizia Spinosi, Lello Radice, Giueppe Mastrocinque e Tonino Taiuti, Federica Aiello, Sergio Celoro, Antonio Fiorillo, Rino De Luca, Marianna Mercurio.

Anche in questa edizione c’è un’orchestra dal vivo, diretta dal maestro Adriano Pennino, mentre le scene sono firmate da Andrea Taddei e i costumi da Daniela Ciancio (David di Donatello).

Il primo atto, “Caffè di notte e giorno” è un tipico squarcio sulla realt  dei quartieri di Napoli nel misero contesto di un caffè sempre aperto si incontrano personaggi di ogni genere, degradati dalla fame e dall’ignoranza; la prostituta che rifiuta un bravo giovane per lasciarsi sfruttare e picchiare dal magnaccia, la fidanzata che viene a cercare il fidanzato perduto per amore di quella donna, la famiglia senza casa che porta i bambini a dormire nel bar, e l’epilogo drammatico in cui il delinquente, per salvarsi, nasconde il coltello nella tasca dell’ignaro perch la polizia lo trovi su di lui.

“Scalo marittimo”, secondo atto, conosciuto anche come “Nterr’ a Mmaculatella”, scritto nel 1918, descrive la triste condizione di chi, costretto dalla miseria, vede nell’emigrazione l’unica possibilit  di sopravvivenza. Una folla variegata che, appena finita la prima guerra mondiale, si accalca sulla banchina davanti al transatlantico «Washington» in partenza per l’Argentina, mentre la commistione fra cinici faccendieri, in testa il ributtante domestico della locanda, la spoglia sino all’ultimo spicciolo prima che salga a bordo.

Comune denominatore è la strada. Mette in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti, un’umanit  disperata e disordinata che vive la sua eterna guerra per soddisfare i bisogni primari con la sua violenta capacit  di approfittare dei deboli. Ma Viviani è soprattutto un poeta drammatico che commisera la malavita e domanda a gran voce un mondo migliore.

La musica nelle opere di Viviani ha un’importanza assoluta e una funzione insostituibile attraverso i canti l’autore imprigiona lo spettatore in un’atmosfera magica, di rapimento. Infatti lo spettacolo si apre con una banda di avvinazzati che canta «E chisto è Napule, / ca tene cante e suone / nun magna pe’ ffa’ ‘e ccanzone, / nun dorme pe’ s’ ‘e ccanta’!». Emblematica frase che ci racconta Napoli e l’essenza dei personaggi in scena che pur nella sofferenza non perdono mai la loro dignit .

In scena fino al 27 novembre.

In foto, Sal Da Vinci in un momento dello spettacolo