Dalla fitta rete dei vicoli dei Decumani, svoltato l’angolo, ad accoglierci è tutto un popolo di pastori e momenti di vita con mercati, taverne,… fermati in capolavori di abilit  e fantasia: i presepi. Una miriade di botteghe e di artigiani a mettere in scena quell’atto unico che vede come protagonista il Natale. Ma da qui oggi parte un’ unica voce, un’unica volont : quella di trasformare lo spettacolo di un mese, in una pice che accolga collezionisti, turisti e curiosi, in tutti i periodi dell’anno nel più affascinante teatro stabile di Napoli, la “platea nostriana”(dal nome del vescovo San Nostriano che fece costruire le terme per i poveri).
Dare visibilit  a S. Gregorio Armeno tutto l’anno significa rilanciare l’intero centro storico, che si offre al turista come “museo vivente” di impareggiabile bellezza, a livello internazionale.
La conservazione e la valorizzazione del passato dipendono dal modo di pensare e di essere consapevoli del presente. Questa consapevolezza si riflette sulla situazione di quel museo a cielo aperto che è il centro storico di Napoli, capace di destare meraviglia nel turista. Negli anni le politiche di intervento da parte delle istituzioni non sono mancate, ma non sono state in grado di incidere nel tessuto cittadino perch spesso tese al soddisfacimento di interessi particolari e non al miglioramento e al benessere collettivo. A Napoli la crisi economica si può fronteggiare con progetti che mirino ad arricchire di contenuti nuovi il suo patrimonio storico-artistico con politiche ed indirizzi chiari che si adeguino ad un mondo che cambia, che si allineino agli standard europei, che guardino ai “musei viventi”, quali S. Gregorio Armeno, come realt  sulle quali investire energie e finanziamenti. Ne parliamo con due delle famiglie che hanno fatto la storia dell’artigianato a S. Gregorio Armeno: i Ferrigno e i Criscuolo.
Lucio Ferrigno, della celebre famiglia di maestri pastorai, coltiva anche l’artigianato dei fiori finti in seta e carta, che a S. Gregorio vanta un’antichissima tradizione risalente al 600. La sua ricetta per il rilancio della zona tocca l’aspetto culturale e quello politico-sociale. “Il lavoro a S.Gregorio non manca, occorre non cadere nell’ovviet  e, citando Roberto De Simone, il pastore deve conservare il suo aspetto sacrale. Ricalcare, certo, la lezione del 700, ma con realizzazioni che siano al passo con i tempi, recuperando i tratti somatici antropologicamente napoletani. Il presepe napoletano è un organismo che a volte si evolve e a volte si involve, a testimonianza del fatto che esso è materia viva, in continua trasformazione. La mia battaglia poetica consiste nell’aprirsi al nuovo evitando un uso stereotipato del filone settecentesco e bandendo il cattivo gusto. E’ necessario interagire con gli enti che fanno cultura per promuovere e far conoscere l’artigianato. Cultura è anche sviluppo e risanamento del territorio. Lo stato di conservazione della strada è peggiorato con la sostituzione dei vecchi basoli di piperno con quelli in pietra lavica dell’Etna. Sono gi  dissestati e tra gli interstizi si accumulano cicche e quant’altro. Per la promozione e lo sviluppo dell’arte si deve portare al potere politici con un animo da poeta, sensibili al fascino del bello. Bisogna, inoltre, animare la vita culturale intorno a S. Gregorio Armeno con chiese che aprano le porte al pubblico e che organizzino quotidianamente concerti di musica classica, come accade nelle maggiori capitali europee. A ledere l’immagine di S. Gregorio nel mondo concorre, poi, la microcriminalit , che spaventa il turista dirottandolo verso zone più sicure”.
Gli fa eco in questa visione la figlia di Giulio Criscuolo, noto artista e artigiano di multicolori fiori in pura seta, per l’alta moda e l’alto arredamento, recentemente scomparso. “Occorre più vigilanza, infatti nei mesi invernali siamo costretti ad abbassare la saracinesca alle 18 perch abbiamo paura, ma la partita per il rilancio delle arti minori deve essere giocata su più fronti: non bisogna competere con i prodotti dell’est del mondo, abbordabili nel prezzo, perch realizzati con bassi costi di manodopera e di fattura scadente, si deve investire in un mercato di nicchia, che guardi alla qualit  dei materiali e alla lavorazione di pregio. Le nostre realizzazioni costituiscono ognuna un unicum perch fatte a mano, conservano i criteri dell’Ottocento con l’ausilio di macchinari antichi. Il fiore in seta è un prodotto noto nell’ambito degli addetti ai lavori, ma poco conosciuto presso il pubblico di massa. Bisogna salvaguardare e pubblicizzare l’artigianato locale, affinch tradizioni e saperi non vadano perduti, e quest’arte antica possa continuare ad affascinare ed emozionare”.

Nelle foto (di Maria Volpe Prignano), in alto, l’insegna di Ferrigno, in basso, da sinistra, Marco Ferrigno al lavoro e un suo pastore