Un libro non si giudica dalla copertina, ma per alcuni di questi – come “Attori si nasce” di Francesco Canessa (edizioni La Conchiglia, 147 pagine, 15 euro collana Atyidae) – più di un’eccezione bisogna farla, e quindi partire proprio dalla copertina Eduardo e Titina De Filippo, insieme. Una foto in bianco e nero, per celebrare un teatro che non c’è più e che quest’anno ricorda il 50 e il 30 anniversario della scomparsa dei suoi più celebri interpreti. La seconda eccezione a cui piegarsi è avvicinarsi alla lettura partendo dalle ultime pagine. La preghiera alla Madonna d”e rrose recitata da Titina De Filippo tratta dalla “Filumena Marturano” di Eduardo. Da qui bisogna partire per capire con quale sentimento accostarsi a questo testo la meraviglia.
La lettura in questione risale a un incontro che ha del “meraviglioso” è Papa Pacelli nel lontano 13 luglio 1947 – a richiedere a Titina la preghiera della Madonna d”e rrose, congratulandosi con la stessa per l’accorata interpretazione. Canessa sottolinea il momento descrivendo come “soltanto loro (gli attori della compagnia ed Eduardo n.d.r.) potevano rendersi conto che Titina non aveva mai recitato cos bene”. E proprio “l’analfabeta, la figlia del popolo, l’ignorante” Filumena riesce a entusiasmare a tal punto il Pontefice da fargli dimenticare l’uso del plurale maiestatis richiesto dall’etichetta.
Bisogna partire da qui per capire quanto Palazzo Scarpetta, da cui l’autore fa partire la sua narrazione, sia importante non solo per il teatro napoletano, ma per la storia italiana. La scena si apre con una dea alata che impugna una tromba con la mano destra e una maschera con la sinistra, che fa da stemma a un palazzo che “nobile non è come invece quelli che gli stanno dappresso”. Tuttavia spicca tra Palazzo Caraffa, Palazzo D’Avalos e Palazzo Leonetti tra gli altri, perch costruito da un principe nobile grazie alla risata e non al censo Eduardo Scarpetta.
L’omaggio è a una famiglia a cui il teatro oggi deve tanto. Lo sguardo di Canessa, critico musicale prima, sovrintendente del San Carlo poi, non cade mai però nel paternalismo o nel semplice omaggio malinconico. Se non mancano racconti entusiasti come quello dell’incontro con Papa Pacelli Canessa non censura le critiche. Testimonia la rottura tra Peppino ed Eduardo durante le prove de “‘O chiavino” e il successivo “Duce”, con cui il primo apostrofò il secondo sancendo quasi la nascita di due differenti correnti. Spazio a durissime critiche d’eccellenza come quelle di D’annunzio ma anche a momenti di vero teatro il debutto di un giovanissimo Totò nei panni d’imitatore (a sua volta, destino vuole, oggi imitato).
La testimonianza di Canessa è di chi quel palazzo in Via V. Colonna Civico n. 4) l’ha frequentato, osservando il teatro nel suo periodo di maggior splendore partendo dalla prima volta in cui ne ha varcato la soglia l’estate del 1944. Da l in poi il fil rouge della narrazione sembra quello della famiglia allargata il matrimonio tra Dora e Vittorio Viviani che lega due famiglie “aristocratiche” del teatro napoletano, debutti d’eccezione e due dei fratelli Carloni uniti in matrimonio rispettivamente con Titina e Peppino De Filippo.
L’ultima eccezione da fare, una volta terminata la lettura, è chiudere il libro e guardare la copertina tenendo bene a mente le parole di Raffaele Viviani quando, nel dietro le quinte della prima di “Napoli Milionaria” al San Carlo nel 1945, urlò a Titina ed Eduardo – abbracciati e in lacrime- “siamo vivi Edua’, siamo vivi!”

luned 25 novembre 2013

Ne parliamo con l’autore, in occasione della presentazione del volume nel salone Rubinacci di Palazzo Cellammare in via Chiaia.
Questo libro raccoglie un secolo di teatro. Perch raccontarlo proprio ora?
“Perch corre il 50 anniversario della scomparsa di Titina De Filippo, e il prossimo anno i 30 anni della morte di Eduardo. E abbiamo deciso di stampare questo libro per questa occasione, mettendo in copertina vicini, questi due fratelli e grandissimi attori che rappresentano da soli, forse, tutta la grandezza del teatro napoletano rinnovato che è poi diventato un fenomeno internazionale”.
C’ è un bisogno di chiarezza nella stesura del libro perch questo teatro non vada perduto?
“In genere il ricordo della storia passata serve proprio da guida e da insegnamento a coloro che devono costruire il futuro. Questo è un fatto che non è mai chiaro se poi riesce ad andare a buon fine. Noi ci auguriamo di s”.
Parlando invece, dall’alto della sua esperienza, della situazione attuale del teatro napoletano?
“Io so che ci sono grandi capacit  e personaggi di assoluto valore. Però io personalmente ho nell’orecchio un modo di recitare diverso da quello che sentiamo oggi sui palcoscenici. un fatto di stile, di lingua (napoletana o italiana) comunque cadenzata da questo o da quell’altro dialetto. La lingua è molto mutata e io non riesco a percepirla con gioia”.
C’è un filon            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBe in particolare che potrebbe ripercorrere le orme di Palazzo Scarpetta o caricarsi sulle spalle un’eredit  cos pesante?
“I giovani vivono la loro vita e hanno il loro teatro. Io ho avuto il mio teatro e me lo godo ricordandomelo”
Quindi non avrebbe nessun consiglio in particolare per questi nuovi teatranti?
“Rispettare i tempi teatrali. Che è una cosa che il modo moderno di fare teatro pare abbia dimenticato. Non è più un teatro di attori ma un teatro di regia. Ed allora ciascun attore non adopera i proprio tempi teatrali ma quelli di un terzo estraneo”.
Anche il modo di raccontare il teatro è cambiato…
“Non è più teatro della parola in senso stretto. Oggi è teatro d’immagine, di luci, di costruzioni sceniche, di effetti. Oggi è più teatro di regia e non più teatro di parola”.

In foto, la copertina del libro e l’autore