Trentuno dicembre 2010. Mimmo Scognamiglio dir  addio allo spazio partenopeo di via Mariano d’Ayala 6 dove, dal 1998, mette in mostra l’arte dei giorni nostri: Ricordiamo qualche nome d’autore che ha visto la luce nella sua galleria, divenuta punto di riferimento artistico in Italia e altrove: Mimmo Paladino, Maddalena Ambrosio, Peppe Perone, James Brown.
Scognamiglio se ne va, ma non abbandona l’attivit  espositiva. Continua la sua corsa a Milano, dove da quasi tre anni, in corso Porta Nuova 46/B, ha aperto un altro spazio. In una citt 
che non ha una pinacoteca d’arte contemporanea (solo adesso sta per inaugurarsi il museo del Novecento) , ma che ha mercato, visibilit , orizzonte internazionali.
Napoli, invece, di centri dedicati al contemporaneo ne ha due, il Pan e il Madre. Oltre a possedere tanta, troppa genialit  generata dall’obbligo d’inventare strade nuove per sopravvivere contro la normalit  che costruisce e distrugge protagonisti sul fronte della cultura e anche della politica.
Se ci si affaccia negli studi di chi a Napoli marcia tra pittura, scultura, ceramica e altro, si respira una boccata di aria fresca che spazza via il grigiore dei musei d’arte contemporanea disseminati nel mondo , dove la trasgressione resta sempre incapsulata in modelli uguali nella sostanza, pur se diversi nella forma.
Ma Napoli ha un destino imposto dalla sua identit  anarchica e ribelle: la normalizzazione calata da un governo centrale che la vuole assistita, ma non autonoma. Che sceglie vassalli sul territorio, piuttosto che persone in grado di elaborare progetti, strategie, idee. Eppure, sotto le nuvole della burrasca mondiale scatenata dalla brutalit  di dossier lanciati da Wikileaks può darsi che finalmente ci sia un’inversione di tendenza. Abbattuti gli idoli della banalit  mondiale, forse si ricomincer  a pensare. E il pensiero non può fare a meno di Napoli, che ne fu e ne è culla. E allora non ci sar  più bisogno di emigrare per tutelare il diritto di esistere bene.

In foto, un’opera di Maddalena Ambrosio