Le borse sotto gli occhi e le palpebre flosce che appannano lo sguardo, due tra i segni più sgradevole e vistosi, frutto dell’incalzare del tempo. Ma non tra i più gravi. Penso alla caduta degli interessi e della gioia di vivere, tipiche della vecchiezza, un guasto ben più temibile della artrosi o della ipertensione.
Quasi cinquant’anni fa, all’epoca del successo effimero del Gerovital, dovuto al genio alla millanteria? – della romena dottoressa Aslan, il magico elisir nella sua ennesima versione, il toccasana indicato persino per la caduta del capelli oltre che per le cadute di tono e di umore, tipiche della vecchiezza, se non addirittura la depressione e il mal di vivere, le nefaste conseguenze che ad essa si accompagnano.
Oggi, interventi estetico-chirurgici sempre più frequenti eliminazione della ptosi palpebrale e dei rigonfiamenti sub orbitali, stiramento di rughe frontali e zampe d’oca con il botulino, filler jaluronici per dissipare la ragnatela di rughe sottili che hanno offeso la compattezza di gote non più giovani. E via, alla ricerca della luminosit  perduta. Si ringiovanisce davvero, è quella la strada?
Non è stato ancora messo a punto il lifting dell’anima e quello delle rughe del cuore, ormai privo della allure da quando il cardiochirurgo Christian Barnard lo declassò a vile pompa meccanica, per di più sostituibile. La distanza tra il vecchio-dentro e il falso-nuovo fuori si avvia verso il grottesco. Mi chiedo se si debba giungere necessariamente alla quarta et  per godere dei vantaggi di una prospettiva più distaccare dalla quale osservare questo pazzo pazzo pazzo mondo. Se si debba raggiungere quella ragguardevole et  per fregarsene del giudizio degli altri e non aver paura del ridicolo. Forse, se al giro di boa dei sessanta si mettesse in atto una saggia pausa di riflessione sulla vita e si desse un bel risvolto pragmatico a tutta quella bella mole di concetti filosofico esistenziali appresi e mai com-presi, l’orizzonte decisamente più ristretto della quotidianit  attuale risulterebbe meno amaro e più tollerabile.
Quanti sessantenni acculturati, ancora invischiati in una perenne irrequietezza! Ci sarebbe da rimproverarli e da chiedere loro a che è servita la lettura di Orazio, se il “Vile potabis…” o il “Tu ne quesieris…” sono stati unicamente in godimento estetico linguistico o tutt’al più oggetto di riflessione sulla sapienza altrui che mai influito sulla loro prassi quotidiana.
Eppure nella aurea mediocritas oraziana è chiaramente indicata la via per vivere con leggerezza l’amore, una volta spogliato della romantica drammaticit  catulliana, un incontro fugace ed effimero, concentrato al godimento dell’attimo, privo di ipoteche sul futuro e di progetti spesso responsabili di avvelenarti il presente, lontana dall’interrogativo esistenziale sul destinoultimo e sul senso del nostro andare, la nostra vita ridotta alla esperienza ordinaria del quotidiano da vivere o come limitazione ansiogena per eccesso di riflessione o come possibilit  che al di qua del limite riscopre possibilit  inattese non sconosciute, anzi vissute nell’infanzia.
Prima che la seriosit  dell’intelletto prendesse il sopravvento affermando l’ “arido vero”,abbiamo dimenticato di aver goduto della gioia dei sensi. Senza scomodare Condillac, conserviamo dentro di noi tracce mnestiche di piccoli, grandi appagamenti la sbornia di latte faticosamente attinta al capezzolo materno a ricompensa della fatica della suzione, il piacere del bagnetto, prima che la crescita interrompesse il protrarsi della fluttuazione assoluta nel liquido, a prolungamento del piacere amniotico e prima che il tallone infrangesse il senso di infinito urtando il rigido della parete del bagnetto; e più tardi il gusto “lungo” del masticare, il senso di refrigerio di un sorso di acqua fredda dopo una lunga esposizione al sole, il piacere di mangiare un frutto appena colto dall’albero, insomma il mondo dei nostri sensi, prima ancora di esistere come un tutto ordinato dai nostri pensieri.
Sensazioni minime, irrilevanti, come il godere di un getto di acqua calda nella doccia per dissipare l’umidit  accumulata in giro in un pomeriggio piovoso o di un bacio tenero posato sul collodi un bimbo di pochi mesi o il profumo del pane cotto a legna…

(1.continua)
Seconda parte
Vivere di rendita, vivere del vissuto a compensazione delle angustie del nostro attuale orizzonte? Proposta futile, direbbe il malevolo, escamotage d’accatto, l’impossibilit  dell’oggi compensata con la possibilit  di ieri. Un surrogare col ricordo la verginit  di emozioni che la ripetitivit  ha privato di mordente. No, il viaggio interiore attraverso emozioni e pure percezioni è un modo di esplorare la nostra identit , è una forma di verit . Il nostro vissuto è fatto dall’accumulo di queste esperienze. La nostra anima è il nostro corpo. La conoscenza può essere incrementata anche dall’atto “irrazionale” dell’emozione.
Proust e la madelainette. Una intermittenza del cuore.             6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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 B   B îUna volutta sensoriale troppo intesa per essere circoscritta alla semplice degustazione di un biscotto intinto. Il suo orizzonte di senso si delinea solo quando una amplificazione recupera una porzione rimossa di vissuto e ascrive il piacere alla stessa intensa sensazione che provava da bambino a Combray, avvolto dall’amore della zia Lonie.

Vivere e rivivere. Una distinzione sottile.
Oggi annullata dalla scoperta neuroscientifica dei neuroni specchio, la spiegazione scientifica della nostra capacit  di metterci in relazione con gli altri. Le mie lacrime di commozione conservano la stessa dose di sale, se sono state provocate da una situazione che sto vivendo direttamente o dal mio immedesimarmi nelle vicende del protagonista di un film. Nel nostro cervello entrano in gioco e si attivano gli stessi neuroni, gli stessi circuiti nervosi che richiamano azioni analoghe da noi compiute nel passato. In entrambi i casi si attiva il medesimo substrato neuronale collegato alla percezione in prima persona dello stesso tipo di emozione.

Quale potrebbe essere il bello della vita una volta tramontata la stagione delle grandi gratificazioni professionali
e intellettuali o cadute una volta per tutte le possibilit  di percorsi sognati e mai intrapresi, una volta chiusasi la stagione delle passioni e del sesso come primum movens?
Accetto con umilt  la lezione della quasi ottuagenaria Hritier, la grande antropologa, da sempre attenta alla importanza del corpo nelle varie culture. Con Proust oltre Proust. Non più il bisogno della madelaine per evocare sensazioni, basta procedere per libere associazioni nella costruzione di un percorso intimo, fatto di singole percezioni, nette e brevi il più possibile, – lampi di vita, grattacieli dell’esistenza- cos li definisce.

Procedendo nel proprio inventario, ognuno di noi trova dentro di s tesori
che sono la nostra originalit , la nostra forza. Le mie irrequietudini da eterno tormentato piegano il ginocchio dinanzi alla calma rasserenante di tanta saggezza, che rende auspicabile l’avvento della quarta et . Una condizione speciale, tutta da vivere, se si arriva a vedere nel puro e semplice fatto di esistere una grazia speciale, al di l  di tutti gli impegni professionali, dei sentimenti, delle lotte politiche e sociali.
Una volta dileguati gli avvenimenti, resta l’essenziale, nel corpo e nella mente. Una immagine, un suono, il fremito di una sensazione e riscopriamo il senso della appartenenza al mondo, la capacit  di farci tutt’uno con il reale, opacizzato dalla iperriflessione sugli scacchi che la vita ci ha inferto.
Ieri una salutare immersione nelle acque limpide di Conca dei Marini, sensazioni tattili antiche ritrovate nella carezza fredda e pure amica del blu. Oggi il piacere si prolunga al pensiero del recente vissuto, e della provvida lettura. Un pensiero grato alla signora Hritier. Merci, madame.

10 settembre 2012

*Scrittore, poeta, saggista, esperto di teatro

In foto, eventuale effetto devastante della chirurgia plastica quando non ci si affida a mani esperte