Cosa ci aspetta quando la speculazione finanziaria avr  mangiato tutto il mangiabile?
E’ possibile sperare che il lavoro riassuma il valore di fattore primario per la produzione di nuova ricchezza? E nel frattempo, cosa si può fare?

E’ opinione ormai diffusa che lo stato critico dell’economia mondiale è riconducibile (anche) alla finanziarizzazione dell’economia, ad un liberismo selvaggio che si è spinto a diffondere la convinzione che il denaro si può fare con il denaro. Tra i giocatori in borsa c’è chi arricchisce scandalosamente (solitamente chi è gi  ricco) e chi ci rimette tutti i suoi risparmi.
La colpevole e subalterna complicit  dei governi -e dunque della politica- a queste convinzioni, non limita i danni ai "giocatori in borsa". Poich sono gli stessi governi a giocare in borsa con le risorse pubbliche, la crisi si riverbera su tutti coloro che lo Stato dovrebbe tutelare. I tagli al welfare, alla mobilit , all’istruzione, alla sanit , colpiscono i cittadini nella loro dignit  e minacciano la loro appartenenza alla civilt  moderna. Sappiamo bene degli sprechi perpetrati per insipienza politica in questi campi, ma se i diritti più elementari continuano a essere calpestati, sar  sempre più difficile invocare il rispetto delle leggi che assicurano la convivenza civile nelle comunit . “La fame fa uscire il lupo dal bosco”, figuriamoci se non risveglia gli istinti primordiali degli esseri umani. C’è da temere per l’incolumit  fisica di chiunque abbia qualcosa in più del suo vicino, altro che scandalizzarsi per qualche fischio che ha accompagnato l’uscita di scena del cavaliere.
Questo, in sintesi, è quanto mi è parso di capire. Temo che, se la speculazione finanziaria arriver  a dispiegare tutti i suoi effetti, assisteremo allo sgretolamento di regole fondanti della convivenza civile. Quel che gi  stiamo vivendo oggi potrebbe essere il prodromo di scenari ben più drammatici e preoccupanti per il futuro. D’accordo. Oggi la priorit  è fermare la speculazione, ma un riformismo radicale che voglia essere tale, non può limitarsi ad agire sugli effetti, deve necessariamente incidere sulle cause che li hanno determinati.
PRODUZIONE DI BENI

Credo che il ciclo merce-denaro-merce sia l’unico in grado di far crescere la ricchezza e, al contempo, la ripresa del ragionamento sul come redistribuirla. Il tema del lavoro come valore è dunque imposto dalla necessit  di chiudere la stagione dell’economia di carta e riprendere la produzione di beni e servizi come leva per lo sviluppo e per la tenuta dei livelli di civilt  conquistati.
Il tema non è trattabile in breve. Con la crisi del fordismo, la molecolarizzazione dei luoghi di produzione, l’esplosione del lavoro autonomo, la finanziarizzazione delle imprese, la consuetudine a considerare il lavoro come un costo, .il lavoro ha appannato il valore di bene comune su cui si fonda la Repubblica italiana (art. 1). Eppure, recuperare il senso di quell’articolo è di palpitante attualit .
PARTIRE DAL TERRITORIO

Forse c’è un modo per recuperare. Servirebbero coerenti politiche per lo sviluppo territoriale. Le risorse endogene dei nostri territori -spesso retoricamente celebrate- possono ben essere organizzate, valorizzate e promosse nei mercati globali, ciò, naturalmente, avendo cura di produrre beni e servizi di qualit  adeguata alla domanda di fruibilit  dei consumatori.
In tal modo potrebbero trovare diffuse opportunit  di applicazione i tanti "cervelli" che, adesso, sono solo costretti ad emigrare.
Il territorio è dunque la risorsa da cui partire per integrare efficacemente politiche di sviluppo, formazione, inclusione sociale, occupazione e promozione della condizione umana.
Ciò non esclude n supera l’esigenza di un ammodernamento delle grandi infrastrutture e di un serio ripensamento delle politiche industriali, ma intanto ci sarebbe la possibilit  di ripartire da risorse immediatamente disponibili quelle endogene e quelle comunitarie.
Continuo a ritenere che ciò che serve è un riformismo radicale applicato alle concrete realt  territoriali, istituzionali, economiche e sociali entro cui ciascuno di noi ha l’opportunit  di operare.

In alto, "Assunta", scatto di Nicholas Tolosa