Premio speciale per la letteratura italiana. Il riconoscimento è appena arrivato dalla Fondazione Premio Napoli. Continua l’avventura in versi del poeta Michele Sovente. Dal suo viaggio di ricerca negli strati arcaici della realt  flegrea sgorga la nuova raccolta poetica “Superstiti” (Ed. San Marco dei Giustiniani) pp. 146, euro 16. Linguaggio poetico, mito e paesaggio si fanno specchio delle più arcane e profonde segrete dell’anima. Un percorso introspettivo e circospettivo che si è andato stratificando nell’arco di ventennio: dagli “Specula aenigmatis” (1990), passando per “Cumae” Premio Viareggio 1998 – “Carbones” (2002) “Bradisismo” (2008) fino al neonato “Superstiti”. Il poeta, che vive nel piccolo borgo natio di Cappella, è in ascolto dell’aura magica e evocativa che trasuda dai “superstiti” che animano il territorio flegreo: il tufo, le terme, i laghi, il mare, i rilievi collinari, la campagna, le testimonianze archeologiche, i fenomeni geofisici, il bradisismo. Vuole preservare da una modernit  che imbarbarisce e vilipende, un mondo ricco di suggestioni e di echi, un passato lontano che si nutre dei ricordi dell’infanzia e diventa esperienza condiva, memoria collettiva. Una realt  autentica da conservare e da riscoprire. Di fronte ad una societ  alla deriva, preda di pseudovalori e mistificazioni, in perenne adorazione di una tecnologia onnisciente che aspira a risolvere ogni sorta di problema, l’uomo annaspa, brancola in un nonsense che lo divora e lo attanaglia. Testimone di ciò che è perduto, di ciò che resta. Nella condizione del superstite si trova anche il paesaggio che vive, o forse meglio, sopravvive. Sovente lo penetra servendosi di “lingua una e trina”. Un triplice registro linguistico che per l’autore non conosce divergenze n contrapposizioni. Il latino, il dialetto cappellese, l’italiano sono gli strumenti che all’unisono danno voce alla stratigrafia della memoria e alla morfologia del paesaggio. Un latino che si interroga sul senso del vivere e del tempo, che viene scavato come un reperto archeologico e diventa espressione di una dimensione onirica, esistenziale, mitopoietica. Un dialetto sulfureo e instabile come la terra dei Campi flegrei. Idiomi diversi e complementari che giocano con la lingua nazionale nella trascrizione tripartita di molte delle poesie presenti nella raccolta.

Noi, muti testimoni della vita

Abbiamo incontrato Michele Sovente in occasione della presentazione del libro, nell’aula magna dell’Accademia di Belle arti.
Lo scenario flegreo è la musa ispiratrice della sua vena poetica?

“E’ un paesaggio tra mito e sogno. Pozzuoli, Baia, Bacoli, Miseno si caricano di remoti e simbolici significati fin da fanciullo, perch non solo per me, ma anche per tutti i ragazzini di quei tempi, non imbarbariti dalla televisione, la Sibilla per fare solo qualche esempio- non è stata solo una figura mitologica. Noi facevamo l’equazione con le nostre figure territoriali. “Nennella”, di cui parlo in “Carbones”, era per noi il corrispettivo della Sibilla. Questa vecchietta “ammazzaruta”, non cresciuta, aveva un’espressione da strega che incuteva terrore. Per non parlare del tufo flegreo, lavorato e, per cos dire, graffiato dall’azione erosiva del mare. Sono andato alla ricerca di un linguaggio flegreo sommerso”.
Perch la raccolta si intitola “Superstiti”?

“Dopo aver raccontato le memorie che mi tengono legato a una realt  ben definita quale è quella dei Campi flegrei, mi sono accorto che brancolavo ancora nell’orbita della suggestione mitologica e che i tempi che si spalancano davanti sono orribili. “Superstiti” si riferisce tanto ai Campi flegrei che sopravvivono a se stessi , quanto a ognuno di noi che è un superstite. Viviamo una condizione di estrema deriva per le catastrofi naturali, il degrado morale e l’accentuarsi della forbice tra nord e sud del mondo. La storia ci ha schiacciato, ci ha stritolato per cui siamo solo dei muti testimoni di noi stessi”.
Molto accurata anche la ricerca formale…

“Questo testo è una svolta, c’è un maggiore scavo, un’attenta e consapevole distillazione della frase, della sintassi dei nessi figurali”.
Qual è la funzione del dialetto nella sua poesia?

“Il dialetto nasce dopo il latino. Scrivendo in tre lingue faccio saltare la distinzione tra lingua alta e bassa, tra lingua del privato e del pubblico. In poesia ciò che conta è la forza della parola in s, il timbro evocativo suggestivo del suono. Sono stato il primo a usare il dialetto cappellese, come Albino Pierro che ha dato dignit  letteraria al tursitano, il dialetto di Tursi, un paesino della Lucania”.
Nuovi lavori in preparazione?

“Vari, con molti carteggi da riordinare. Intendo approfondire la ricerca che porto avanti con un respiro corale, di tipo poematico.In questa fase di studio mi interessa, più che la singola poesia, il ritmo narrativo ampio e il passo di un racconto che coniuga il frammento a una visione articolata. Continuo, poi, la collaborazione con Il Mattino, su            6    cui cura dal 2004 la rubrica domenicale “Contro luce” che ha pubblicato più di trecento poesie”.

Nella foto, Michele Sovente