I bambini, si sa, per natura hanno l’argento vivo addosso e, anche nella prassi comune, senza visionare le statistiche e scomodare gli specialisti, ci si accorge che sono più svegli, ricettivi e adultizzati rispetto ai coetanei delle passate generazioni. D’altra parte non potrebbe essere altrimenti, sommersi come sono da un flusso continuo di stimoli sensoriali amplificati dall’uso delle nuove tecnologie.
L’esuberanza, l’impulsivit , l’inattenzione, l’insofferenza alle regole, sono il più delle volte manifestazioni che non destano particolari preoccupazioni. Allora qual è il discrimine tra una personalit  “nella norma” e un comportamento deviante? La questione è controversa e ampiamente dibattuta nella comunit  scientifica, che da più di 50 anni si divide su cosa sia l’ADHD, acronimo per Attenction deficit hyperactivity disorder/ sindrome da deficit di attenzione e iperattivit . Un disturbo che colpisce milioni di bambini nel mondo, anche se non ci sono prove sufficienti che si tratti di una malattia. Ne soffriva Albert Einstein e Pablo Picasso, per fare solo qualche nome, ma la disabilit  non ha ostacolato la libera espressione del genio creativo. E’ chiaro che, laddove c’è un disagio, una sofferenza reale, il problema esiste, ma i criteri utilizzati per la diagnosi sono limitati e la cura farmacologica non è senza conseguenze. L’ONU ha lanciato l’allarme a fronte della sovrastima di ADHD diagnosticato negli Stati Uniti nei bambini di appena un anno- e dell’abuso di psicofarmaci con effetti devastanti problemi vascolari, danni epatici, difetti di crescita e di sviluppo sessuale, tendenza al suicidio.
Il farmaco incriminato è il metilfenidato, un’anfetamina classificata dalla DEA (Drug Enforcement Administration) nello stesso gruppo dei narcotici insieme con la morfina, l’eroina, la cocaina.
La produce la Novartis con il nome commerciale di Ritalin, che è stato bandito in Italia nel 1989 ma reintrodotto, su richiesta della stessa casa farmaceutica, dal Ministero della Salute nel 2001 con l’impegno di uno screening sul campo attraverso l’istituzione di un Registro nazionale per l’ADHD con relativa schedatura dei bambini in trattamento. Ritalin si, Ritalin no, il problema è spinoso e mette in ambascia milioni di genitori, consapevoli dei rischi, ma in balia di pareri medici contrastanti, spesso dettati dalle lusinghe del marketing piuttosto che dal bene dei piccoli pazienti.
E in America alcuni genitori si sono visti revocare la patria potest  per essersi rifiutati di sottoporre i propri figli, in et  scolare, alla terapia farmacologica. In questo territorio impervio e scivoloso si è addentrata una cineasta indipendente, Stella Savino, che da anni ( “Il caso Rosselli, un delitto di regime”, dedicato a una delle maggiori poetesse del 990, è del 2007) si interessa alla tematica del disagio nelle sue diverse forme e, in particolare, al senso di inadeguatezza che pervade la societ  civile ogni qualvolta si trova a relazionarsi con queste problematiche scomode, delegate soprattutto in Italia, al welfare familiare. “ADHD RUSH HOUR” è il titolo del lungometraggio (finalista al Premio Salinas), girato tra Europa e USA e presentato in anteprima al Multicinema Modernissimo di Napoli.
Sala gremita e grande riscontro da parte del pubblico, che ha posto domande e curiosit  alla regista nel corso del dibattito seguito alla proiezione e moderato dal giornalista e sociologo Dario Stefano Dell’Aquila. Il film è un viaggio nel frastagliato universo HDHD, indagato con occhio documentaristico e mira a fare il punto sulle nuove strategie di cura che tendono a coniugare programmi di riabilitazione cognitivo-comportamentale, svolti da equipe di psicologi e educatori, e trattamento farmacologico. Al centro il dramma umano vissuto dalle famiglie, sulle cui larghe spalle la difficile convivenza con il disturbo, nell’indifferenza di una societ  che, alle prese con ritmi sempre più frenetici, non ha più il tempo di prestare attenzione ai bisogni dell’infanzia.
Abbiamo incontrato Stella Savino prima dell’inizio della proiezione.
Come mai hai scelto questo argomento per il tuo film?
“A me interessa moltissimo il disagio come tema in assoluto, anche se sono lavori molto diversi quello su Amelia Rosselli, questo sull’abuso di psicofarmaci e il prossimo che sto preparando sulle donne in carcere, e sono riuscita ad avere un po’ di tempo per tirare questo filo di cui non ero consapevole. Tra l’altro, i documentari nascono sempre per una serie di circostanze, di incontri ed io ero rimasta colpita dalle discussioni scatenatesi, soprattutto qui a Napoli, in seguito alla decisione del Ministero della Salute di reintegrare in Italia il Ritalin, che prima era bandito. E la Regione Campania, molto più di altre, fece proprio una levata di scudi, di tavole rotonde e discussioni con psichiatri, tra cui Sergio Piro, ma anche l’ASL stessa e il dipartimento di salute mentale. Tutto un po’ monitorato dal Centro Shen, un’associazione culturale che si occupa di diritto alla salute e della libert  di cura, e che ha organizzato             6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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   B B  èî B è èî B  î î B»   B  è  —t  Bt   B î èî B  B   B Buna serie di incontri sul tema. E’ una cosa che ho vissuto in famiglia, in quanto mia madre ne è il presidente. Dunque mi sono incuriosita e sono andata semplicemente a digitare l’acronimo ADHD, di cui non sapevo assolutamente niente. Era il 2008 quando ho visto i dati e questo mi è bastato per incuriosirmi e iniziare un viaggio per capire cosa stava succedendo”.
Questa sindrome esiste di fatto da molto tempo, ma in passato i bambini colpiti venivano emarginati a causa degli insuccessi scolastici; al contrario, oggi, si tende a medicalizzare troppo facendo un abuso di psicofarmaci. Siamo tra due eccessi. Qual è, secondo te, la strada giusta che le istituzioni dovrebbero percorrere per stare vicino alle famiglie di questi bambini diversamente abili?
“Io non ho risposte al problema. Da documentarista è come se mettessi tutte le carte sul tavolo e dessi delle informazioni in più che devono essere usate, semplicemente, come uno strumento per andare ulteriormente ad approfondire. Sicuramente ci sono molte alternative al farmaco, che vanno dallo sport alle terapie comportamentali. Ovviamente non utilizzare il farmaco implica un maggior dispendio di tempo, di energie, di soldi”.
Hai notato che questa volont  non c’è?

“Dipende molto dalla famiglia e dal medico che si incontra sulla strada. Questo viene detto nel documentario, è un po’ un terno al lotto. In America viene consumato l’80% degli psicofarmaci, tuttavia ho osservato che l comincia a esserci un pensiero critico e una leggera inversione di tendenza. In Italia sicuramente c’è un’attenzione crescente ma, dal momento che le cose arrivano con 20 anni di ritardo, siamo in corsa verso l’utilizzazione dei farmaci. Da noi si parla poco del problema ed esiste ancora una struttura familiare molto forte, che in America non c’è. Inoltre anche il sistema scolastico, con l’utilizzo di test a risposta multipla, cronometrati, che si basano sulla competizione, sulla performance, si sta uniformando a quello anglossassone”.
Perch ha dato questo titolo al documentario?
“Rush Hour” per il tempo. In inglese sta ad indicare l’ora di punta, quando gli impiegati scappano via. E il tempo è strettamente connesso all’ADHD perch quelli che ne sono affetti o vanno troppo piano o troppo veloce, quindi la cura di questo disagio mira a ridurre la distanza. Io credo che, e ciò emerge verso la fine del documentario, perch all’inizio non mi espongo tantissimo, ognuno abbia il suo tempo per manifestare la propria intelligenza e personalit , mentre questa corsa tende ad azzerare la specificit  di ciascuno e tutti, inevitabilmente, ci stiamo avviando verso quella strada.
Prossimo progetto in cantiere?
“E’ in montaggio un documentario che si chiamer  “Le Troiane”che ho girato nel carcere femminile di Rebibbia, dopo un laboratorio teatrale di sei mesi con le detenute, sulla messinscena delle Troiane di Euripide nella versione di Sartre e sar  prodotto da Luca Guadagnino”.

Nella foto, la regista e la locandina del film presentato a Napoli