L’Istituto Cervantes ha ospitato la presentazione del libro "Un condannato a morte I taglieggiatori" di Mariano Josè de Larra. Sono intervenuti Josè Vicente Quirante Rives, Silvio Perrella, i curatori Augusto Guarino, Pasquale Ciriello, Vittorio Dini e l’editore Edgar Colonnese. Gli articoli, che il grande scrittore spagnolo di primo Ottocento dedica alla pena di morte, vengono per la prima volta pubblicati con testo originale a fronte in edizione italiana.

Il tema è un “classico” e gli scritti di Larra si inseriscono nel sempre vivo dibattito sulla legittimit  della pena capitale, sulle garanzie di uno Stato di diritto che deve assicurare ai detenuti protezione e sicurezza negli istituti di pena. Cambiano i tempi, ma i meccanismi del potere restano inalterati con la consueta scia di vittime e di esclusi. Larra mette sotto la lente d’ingrandimento le contraddizione della societ  del suo tempo: la degenerazione morale, le pressioni della censura sulla libert  di espressione, il ruolo delle istituzioni religiose, politiche e giuridiche che, attraverso sistemi repressivi forieri di ordine ed di efficienza , soffocano e celano le storture del reale.

I due articoli di Larra accolgono il lascito spirituale di Cesare Beccaria, la poesia di Josè de Espronced e di Lamartine, e rendono omaggio al romanzo di Victor Hugo L’ultimo giorno di un condannato a morte. Come spiega Guarino nella prefazione ” lo scritto di Larra, ( Un condannato a morte ndr- ) rispetto ai precedenti, è quello più direttamente politico, senza rinunciare ad esprimersi nel linguaggio letterario che è proprio del genere prescelto”. La societ  spagnola appare all’autore popolata da mostra che egli tratteggia e mette in scena con il gusto del macabro e del grottesco. La condanna a morte è divenuta un’ abitudine e l’ efferatezza che la contraddistingue non ha la forza di scuotere le coscienze. Tutt’altro, viene esaltata la sua spettacolarizzazione, aspetto che indigna Larra, “il contrasto tra la morbosit  del pubblico e la piet  ipocritamente invocata sull’anima del condannato dalle istituzione religiose, tra la solennit  che il momento richiederebbe e la volgarit  della folla che vi assiste”.

La condanna a morte come strumento della repressione politica, ma la censura gli vieta di scriverlo. Nell’articolo “I taglieggiatori, ovvero i duelli e la pena di morte, Larra analizza un malcostume diffuso al suo tempo, il taglieggiamento dei giocatori d’azzardo ad opera dei barateros, che pretendono il barato, “il pizzo” sulle vincite. Malviventi che devono essere puniti, ma che al contempo hanno diritto ad una detenzione dignitosa. Il sistema carcerario, invece, con il suo degrado, diventa lo scenario di nuovi crimini: uno dei barateros uccide un rivale in duello e viene condannato a morte. I risvolti etici e morali delle esecuzioni capitali si intrecciano al dibattito sulla sicurezza delle carceri.

A tutt’oggi, mentre costituzioni e legislazioni fanno posto al principio del diritto alla difesa in ogni stadio della giustizia, mentre si avanzano proposte per umanizzare i luoghi di detenzione, si constata tuttavia che si continuano a violare i diritti della persona umana e ad infliggere lesioni irreversibili e umilianti.

Nella foto, la copertina del volume