La scena vuota. L’invito asettico “prego accomodarsi in sala”, “spegnere i telefoni cellulari”, “vietato scattare foto”. Poi, sentendo che la voce continua, polemizzando garbatamente con l’uso smodato e diffuso che di essi si fa, ti accorgi che è lui, gioca a spiazzarti, sta parlando alle tue spalle in fondo alla platea e prende garbatamente in giro ogni forma di abitudine, incluse quelle degli abbonamenti al turno A, ossia gli spettatori, che vorrebbe ritornassero magicamente a quella arcaica unit  sacrale del teatro. Come se fosse facile distoglierlida millenni di passivismo.
Ritorna ancora una volta il teatro di Delbono, teatro del guardarsi e del guardarti dentro, la franchezza del dire quello che di solito la gente osa appena pensare o non pensa affatto. I suoi spettacoli rompono lo schema classico testo drammatico-messa in scena- rappresentazione,sono creazioni totali.L’attore regista entra ed esce dalla sua opera, interpreta se stesso. Stavolta la forza polemica è più smorzata l’urgenza della denuncia cede il passo alla riflessione sul vuotod’ amore,causato dalla perdita della madre; e su quello più generaleche segna tragicamente i nostri tempi. E questo spiega il più ampio ricorso alla visivit  e alla musica che hanno concorso non poco ad esaltare la cifra poetica di Orchidee.
Il titolo rimanda al fiore, quintessenza di erotismo, eleganza, seduzione ma anche inganno, nel quale non è possibile distinguere l’esemplare naturale dal suo simulacro plastificato. Orchidea, la bellezza per antonomasia, ma anche fiore carnivoro, falsamente innocuo, elevato a emblema del disagio di stare in questo mondo che ospita falso e autentico, armonia e disordine, pieno e vuoto, verit  e finzione.
Orchidea, il dramma di uno spirito ribelle che implode per doverci restare, in mancanza di alternative o non sapendo dove andare. La fuga nel sogno per sfuggire alle brutture della realt . Il rifugio nella dimensione altra dell’arte nella quale all’artista tutto è permesso, anche l’inversione del corso inesorabile della freccia del tempo. Sempre più compatto e sedu-cente, il ricorso di Delbono a una forma teatrale che include poesia, musica, immagini usate in senso filmico, e danzattori di chiara ascendenza bauschiana (Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Margherita Clemente, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Grazia Spinella) che danno con il loro linguaggio gestuale, preciso antiretorico, vicino a quello indiano, veste musicale alla sua drammaturgia movimenti e azioni per esprimere pensieri.
L’energia della musica e le suggestioni delle immagini amplificano il suo viaggio interiore. Uno scavo spietato, spudorato, che irride ogni forma di convenzione. La metafora dell’anima che si disvela, espressa dall’ insistito denudamento deicorpi, quasi gli abiti fossero d’ostacolo alla interazione. Lo sperdimento causato dallo spettro della solitudine esorcizzato dal girare in tondo tenendosi tutti per mano e dalla confessione di sentirsi vivo solo a teatro. Il desiderio che la rappresentazione non finisca mai, espresso con candore quasi infantile. Il teatro è il suo guscio protettivo, per essere il luogo dove realt  e finzionesono indistinguibili.
Ineludibile il ricorso a Shakespeare lampi di verit , intensi ed effimeri, di aforistica sapienza. Qualche scena onirica a cui i co-stumi di Elena Giampaoli danno sapore felliniano; immagini di forte valenza evocativa, ma anche unasequenza filmica di grande impatto emotivo con la madre agonizzante. Innumerevoli gli altri riferimenti letterari. Ampia e varia la selezione delle musiche. L’ampio spazio riservato al nostro Enzo Avitabile ha costituito una piacevole sor-presa.

Orchidee
Teatro Bellini, fino al 29 marzo 2015
Orari spettacoli mart/giov/ven/sab ore 21 merc/dom. ore 17.30
Prezzi biglietti da euro 12 a euro 30
Durata 1 ora e 55 minuti senza intervallo

Nelle foto, momenti dello spettacolo