Nel 1974 ho iniziato il percorso del Teatro Spazio Libero definito, fin dal suo inizio, un “Virgiliano antro di avanguardia e profezia”.
Ora gli spettacoli presentati in questo luogo sono più di 1000.
Ho collaborato con le “menti migliori” della mia generazione, oggi descritte, sui vari enciclopedici siti Internet, come le menti più vitali del pianeta.
Con Giuseppe Bartolucci ho avvertito l’insorgere di una nuova epoca culturale; tramontavano le ideologie e l’idea stessa della storia.
Nel 1982 ho attraversato il Canal Grande, nella Biennale di Scaparro, con una flotta che accostava suoni aborigeni, Mozart, laser e reperti della Fenice, inducendo l’illuminato Enrico Fiore a profetizzare l’arrivo dei Nuovi Barbari, tema ripreso poi ventiquattro anni dopo da Alessandro Baricco con un saggio, appunto, sulle mutazioni.
Per alcuni si apriva il tempo della leggerezza e dell’effimero, per noi il tempo dell’analisi, del dubbio ragionato, della logica applicata al progredire della scienza.
Da più parti ci si chiede se siamo ancora in un’epoca di Postmodern non essendoci stato, tra l’altro, alcun successivo movimento d’idee e di fatti da denominare in qualche modo.
Come ogni storico esponente di un’avanguardia che si rispetti, il pensiero ricorrente è quello di rilanciare, proprio dal punto in cui si è giunti, una nuova tendenza alla maniera di mitica Fenice.
Sarebbe come ripercorrere, sotto altra veste, i febbrili percorsi di un tempo, i successivi rivolgimenti epocali innescati d’un tratto in una lunga sequenza pirotecnica.
S’intravvedono articolate prospettive, inediti cardini filosofici ove inserire in un nuovo grande portale del moderno il POSTAETERNUM.
Un’idea che con il sorriso duchampiano sulle labbra, vuole affrontare, dopo la scadenza del calendario Maya, quel nuovo mondo che gli sciamani predicono, un mondo abitato da uomini che, grazie alle frenetiche e rispettive rivoluzioni della scienza, sar  abitato da esseri non più mortali.
Addio longevit ! Sar  un bene di seconda fascia, come la libert . Ora, per tutti, nuovi riferimenti.
Il teatro, che fonda il suo linguaggio sull’effimero, sulla simulazione fisica di uno stato mentale, sulla capacit  di preparare il nuovo per le future generazioni, dovr  per forza adattarsi a questa ennesima clamorosa mutazione, dotata di un suo nuovo motore esistenziale.
Questo è il suo compito, questo è stato il suo valore da sempre riuscire a concepire, più di ogni altra disciplina, incontenibili parti della mente per anticipare e stimolare i percorsi dell’individualit  più scandalosa, dei visionari più terribili, degli iconoclasti più illuminati e degli uomini delle scienze esatte.
Per provocare mutazioni spesso si è costretti a cercare rifugio nel sottosuolo, per trovare qui, da sempre, nel profondo dell’uomo la forza, l’energia per il nuovo.
La fame di ricerca e di straordinario è impossibile da soddisfare.
E’ secondo questa direzione che il teatro deve trovare, oltre che la forma stessa del teatro, la funzione ideologica e illustrativa delle considerazioni inattuali, quelle che hanno il coraggio di dare un nuovo indirizzo al mondo e che ha programmaticamente perso.
La grande cultura è latitante.
Il teatro contemporaneo non ha più fortuna non ha più direzionalit , oramai cede all’inerzia infamante e alla decadenza muscolare, aggrappandosi alle riscritture di ciò che è morto e mummificato.
Questo teatro, con la sua povera diffusione e disfunzione, abita il suo ristretto consumo di massa patteggiando con tutte le forme dell’arte.
L’incisivit  del passato deve impedire che il corpo stesso del sapere umano si debiliti, che i suoi organi si infiacchiscano, che la sua creativit  venga soppressa nello stordimento del gesto inconsulto, dettato dal clamore assordante e assorbente del suo stesso consumarsi.
Sarebbe l’ennesimo suicidio con applauso finale.
questa la tanto sospirata funzione che la cultura attuale deve rendere alla vita?
E’ questa la forza e il necessario stimolo alla conoscenza del passato di cui ogni uomo ha bisogno e che gli deve appartenere?
L’aspra considerazione sul nostro teatro è che il mondo è maturo per una sua mutazione o per una sua condanna.
Il passato si è volatilizzato per una svolta elettrica. Tutto ciò che era un tempo bene conoscere e apprezzare si è elettricamente semplificato.
Per tornare indietro nel tempo è troppo tardi.
L’ammalato di febbre storica diventa attivo solo per smemoratezza, dimenticando il molto male che ha lasciato e raccogliendo solo il poco bene.
A molti probabilmente quest’osservazione non piacer  perch troppo coinvolti nel tentativo di non ricordare l’eccesso delle proprie citazioni collegate alla storia. Eppure persino il cristianesimo sembra voler lasciar cadere tutta la disperazione che sinora ha portato nel cuore, accrescendo enormemente il proprio potere terreno.
Forse è per questo motivo che l’asserzione di Martin Heidegger, quell'”Ormai solo un Dio ci può salvare”, tanto sostenuto da Massimo Cacciari, sta provocando clamorosi scandali e molteplici considerazioni sull’oscenit  del peccato.
Come potrebbe il teatro, in tanta teatralizzazione del quotidiano e folle successione di eventi, considerarsi all’origine di un riscatto per lo sviluppo della civilt ?
La vita in diretta, trasmessa a tutti, ha depredato la cultura del romanzo, della drammaturgia, la macerazione del linguaggio usato per millenni. Non resta allora che una via per comunicare essere immediato cos come razionale e feroce è la nostra vita.
Il teatro deve rimettere in scena non la buona novella del bene comune n il banale copione del male oggettivo, n l’infinita attesa di qualcuno deve rimettere in mostra Cristo alla colonna, l'”Ecce homo”.
Indurci a comprendere come si diventa ciò che si è.

In alto, Giuseppe Bartolucci. In basso, Vittorio Lucariello

*Autore e regista (teatro Spaziolibero)